Carmine a Punta Licosa

Il mare era uno specchio. Una tavola di sfumature di blu: più cupo e scuro in lontananza, un velo trasparente adagiato sulla bianca sabbia in prossimità della battigia, ove una leggera risacca, insieme al cinguettio degli uccelli, s’occupava di tranquillizzare le orecchie. L’acqua fresca e non fredda – come può essere solo in un pomeriggio di maggio inoltrato – ti invitava incessantemente: tuffarsi ignudi senza alcun filtro di cotone o nylon bagnaticcio che si attacca alla pelle, godendo del contatto con la natura, e nuotare fino a largo lavando via i pensieri e le ansie o gustarsi un sonnellino abbandonandosi sulla sabbia, lasciandosi cullare da quella piccola baia che manteneva ancora la sua indole incontaminata e selvaggia, nonostante avesse in parte ceduto al richiamo del turismo e del danaro?
Avevo immaginato il ristorante di Carmine – capostipite di una famiglia di pescatori – come una baracca scalcinata raccolta su un promontorio che si tuffava a mare: le finestre della terrazza da cui sporgere le braccia per sciacquarsi le mani nell’acqua salata. Piccolo, intimo, silenzioso a tal punto da non disturbare né i pesci, né gli uccelli, né tutti gli altri animali, fossero pure le insopportabili zanzare che senza opportunità di scelta, tolleravano l’invasione dell’uomo. Ma le aspettative sono uno dei maggiori problemi di un uomo: ti privano del piacere della scoperta inaspettata, della sorpresa e della conseguente innocente meraviglia ed allo stesso tempo sono l’anticamera di possibili delusioni.
Il ristorante di Carmine, ad insaputa di chi me ne aveva parlato e mi ci aveva accompagnato, era diventato anche albergo. Un palazzetto di tre, forse quattro piani, già animato da villeggianti e turisti del finesettimana in costume con al seguito una folta pattuglia di chiassosi pargoli. Dopo aver sceso un certo numero di scalini si arrivava all’ingresso: una saletta rettangolare i cui lati corti erano occupati da un bar da una parte e un salottino di poltrone e divani in vimini dall’altro, che guardavano uno schermo che trasmetteva le immagini di un gran premio automobilistico: neanche a farlo di proposito, Montecarlo. La sala principale era tutt’altro che raccolta. Grande da contenere almeno cento posti a sedere e un luculliano banchetto cerimoniale. La terrazza era stata ridimensionata e, ovviamente, i tavoli già tutti occupati da famiglie imbellettate, ove ognuno dei componenti, vanitosi, più si scopriva e più mostrava agli altri, in segno di sfida, un’abbronzatura più uniforme, migliore o chissà che.
Carmine era seduto al tavolo di fianco a quello dove fummo sistemati da un servizio semplice, ma sempre cortese, in compagnia di commensali con cui doveva avere un certo grado di confidenza. Capelli bianchi, pancia rotonda, gesti lenti e misurati e parole sussurrate: quelli di un pescatore abituato a non spaventare le sue prede nel silenzio di una notte o di un’alba di lavoro. O forse è l’immagine, il vestito cui noi per abitudine, e lasciandoci al romanticismo, siamo soliti fargli indossare.
Iniziammo con una zuppa di cozze. Già in quel momento capii come erano abituati a trattare il pesce, i molluschi e tutto il ben di dio che proponevano: con rispetto. Ne fui certo quando arrivarono i primi: castellane alla Carmine e spaghetti con le vongole. Il piatto intitolato al capostipite era ciò che m’aspettavo: deciso, saporito, sostanzioso per chi torna da una giornata faticosa trascorsa in mare. E il mare è faticoso assai. Zucchine, frutti di mare, gamberetti adagiati su di un sugo insaporito probabilmente da una certa quantità di brodo di pesce utilizzato per tirarlo, accompagnati da pasta corta – le castellane – di spessore e bella grana. L’altro, invece, delicatissimo: le vongole, freschissime, abbracciate dagli spaghetti cotti alla perfezione. Non erano trattate con il disprezzo di chi le copre con sapori forti d’olio fritto: sapevano semplicemente di mare. A quel punto, dopo aver innaffiato quei rinfrancanti bocconi con almeno due o tre bicchieri del vino che avevo scelto, il Fiano Pietraincatenata le cui viti, a qualche manciata di chilometri da lì, Luigi Maffini allevava, mi ero riconciliato con me stesso. La buona compagnia di cari amici e di una bella donna aveva fatto il resto, anzi, dirò di più, la compagnia di una bella donna a cui piace mangiare e bere è una tentazione che ogni uomo dovrebbe concedersi spesso nella vita.
Finimmo, prima di adagiarci sulla spiaggia, con una seppia alla brace che finalmente non aveva il sapore di cartone congelato, e una frittura di pesce con gamberi e calamari che, da sola, valeva il sogno infranto.

Dal film Mo’Better blues, di Spike Lee.

posted by Mauro Erro @ 13:54,

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