Savigny Les Beaune Les Lavières 2001, Catherine e Claude Maréchal

Niente, per quanto mi sforzi, non riesco. Per quanto tenti di seguire e comprendere le regole “classiciste”, le utopie oggettivistiche che vanamente tentano di legiferare sulle relazioni fruitive con il mondo delle arti, della bellezza, dell’espressività qualitativa in genere, del vino quindi, le trovo assurde. Certo apparirà strano, forse eccentrico, eccesivo il mio modo di scrivere di vino, sicuramente inefficace o peggio, frivolo, ma tentare di trasformare in parola, di raccontare l’universo che si apre innanzi ad ogni bottiglia di Vino (quello con la “V” maiuscola) è cosa impossibile, e si cade nella ripetitività del termine abusato, nell’orpello e nella linguistica acrobazia futile, talvolta senza venirne a capo. Definire il gusto. In assoluto e in particolare quello di un vino, di questo vino, vi pare facile? Allo stesso modo in cui il Guicciardini parlava di “discrezione”, il Castiglione di “grazia” ed il Della Casa di “leggiadria”, io potrei scrivere di questo vino, di cui già scrissi e che improvvisamente mi sono ricordato, che volteggiava nel bicchiere con inconfutabile leggiadria muliebre e gentilizio incedere, emanando effluvi rari per finezza e sottigliezza, con discrezione, senza inutile prepotenza e con seducente e invitante femminea grazia. Al palato avvertivi il sapore di frutto pieno, fresco, avvolgente di fragole e more e lamponi. Rigenerava, corroborava, rinfrescava le fauci grazie all’acidità nerboruta che allungava il sorso all’insù, verticale, per chiudersi asciutto. Non prima di averti sedotto con sentori di spezie sottili, tartufo, terra bagnata e un lieve tocco di vaniglia che avviluppava con delicatezza il tutto, rendendo il sorso ampio ed appagante ed invitandomi inesorabilmente ad un altro, ed un altro ancora, ed un altro bicchiere senza mai avvertire il desiderio di fermarmi. Ma una volta scritto tutto ciò, avvertirei inesorabile il senso d’impotenza, di incapacità o forse più semplicemente l’impossibilità di raccontare il suo sapore ed il ricordo che ne ho. Il Pinot Nero, e se te ne innamori è l’inizio della fine.
Il buon gusto si fonda sempre su ragioni molto solide e consiste, al di là del ragionamento, nel sentire a quale punto di bontà siano le cose che devono piacere e preferire le eccellenti alle mediocri, essendo in grado, nella nostra tensione verso la felicità, di afferrare la segreta sottigliezza che è nella natura delle cose”*. Buon Ascolto.

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*Elio Franzini in Il Gusto, Storia di un’idea estetica a cura di Luigi Russo. Ed aesthetica, pag.36.

posted by Mauro Erro @ 14:26,

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