Chi fa, sbaglia. Napoli - Atalanta



Con un po’ di equilibrio si può iniziare dai complimenti all’Atalanta. Si può pure perdere, ogni tanto succede. Al San Paolo, da una squadra che in inferiorità numerica ci segna il secondo gol chiudendo la partita? Questo succede meno spesso, soprattutto se segna una doppietta Caldara, già juventino; professione: difensore centrale. Ma complimenti a Gasperini. Certo, li abbiamo aiutati parecchio. Quest’anno prendiamo troppi gol, il baricentro della squadra si è abbassato, difendiamo spesso arretrando invece di attaccare alto, li portiamo fin dentro l’area, stavolta addirittura con Insigne (6 +) a rincorrere e contrastare inutilmente Caldara che va per la doppietta. Certo c’è pure la sfortuna, la coppia centrale titolare della nostra difesa raramente in campo, un rappezzo continuo con riserve spesso non all’altezza. Prendi Maksimovic (4 e mezzo), che abbia talento si vede, che sia capoccione pure. A marzo ormai certi movimenti li devi conoscere, certi errori evitarli. Siamo più lunghi e meno stretti, Diawara e Zielinski non sono sempre la migliore soluzione possibile del nostro centrocampo, titolari a furor di popolo, perché il giovane avanza, sempre e a prescindere direbbe Totò. Anche se Sarri adesso ha perso Allan, anche se non abbiamo una vera alternativa ad Hysaj, sbaglia come tutti. Sinceramente visti i risultati i cambiamenti di modulo al 60esimo sembrano più deleteri che utili, il Napoli perde fluidità di gioco, diventiamo confusi e non concludiamo molto. Mertens può anche essere sostituito, togliere Hamsik e Insigne contemporaneamente spegne la luce molto spesso, Callejon probabilmente deve rifiatare. Nel cambio Pavoletti - Gabbiadini ci abbiamo perso, vedremo in futuro. Colpa di tutti e di nessuno, il bergamasco voleva cambiare aria reclamando spazio. La stagione del Napoli sembra tutto questo, sfortuna, errori, immaturità, un po’ di tutti. Ci sta, direbbe Benitez, bisogna passare anche da queste cose, ma vengono giorni decisivi in cui possiamo anche provare a cambiare. Forza Napoli sempre.

Ventiseiesima di campionato.  Napoli - Atalanta 0 a 2

[prove tecniche di rubrica di un tifoso anglo-napoletano: Il deserto dei leoni]

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Il brodo di pietre del Mediterraneo

Predrag Matvejević

Le enciclopedie culinarie e i trattati, la cui scelta è ampia e il gusto raffinato (il mio modesto Breviario non tenta neppure di riferire o sintetizzare prodotti di questa specie di arte), per lo più trascurano il brodo di pietre. Ma qui merita di essere citato. Si prendono da un posto fino al quale non giunga la bassa marea duo o tre pietre, né troppo grandi né troppo piccole, inscurite dalla lunga permanenza sul fondo del mare e diventate quasi gialle o brune; si cuociono a lungo nell’acqua piovana fino a che non esca tutto ciò che si trova nei loro pori; si aggiungono alcune foglie di alloro e di timo e, infine, un cucchiaio d’olio d’oliva e di aceto di vino. Se sono state scelte pietre adeguate, non c’è neppure bisogno di salare. Questo tipo di brodo, noto praticamente su tutte le isole dello Ionio, dell’Adriatico e del mare Tirreno, lo cucinavano gli Illiri, i Greci, i Liburni e probabilmente già i Fenici, gli Etruschi, i Pelasgi. Il brodo di pietra è antico come la miseria del Mediterraneo. 

Predrag Matvejević, Breviario Mediterraneo. 

(Ne parleranno stasera alle 21:00 Nicola Argenziano, Marco Ciriello e Mario Colella a Rumore Bianco - regia di Giulio Romolo, redazione di Monica Vegliante)

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Amarone e…

Alberto Sordi, Un americano a Roma, 1954

Recentemente mi è capitato di leggere: le cronache di una degustazione di Amarone della Valpolicella e Brunello di Montalcino, la presentazione di una prossima serata in cui si degusteranno Amarone e Barolo, giornalisti che mettevano l’uno di fianco all’altro Bordeaux e, nuovamente, l’Amarone. Non dico che mi suoni strano come l’accoppiata Champagne e Recioto, ma insomma. 

So bene che usi e abitudini nostrane siano sempre più americanizzate, dal piano Marshall in poi, suggerirebbe Alberto Capatti, per cui il vino è soprattutto valutato nei suoi aspetti estetici, slegato dalla sua funzione a tavola, pensato come una bevanda per tutte le ore, dall’aperitivo del mezzodì alla buonanotte. Eppure, sono affezionato alla vecchia definizione dell’Amarone di Luigi Veronelli: vino da meditazione

Sarò passatista, ma alla stregua di un critico gastronomico che in una cena al ristorante non valuta solo gli aspetti estetici ed organolettici, ma anche quelli nutrizionali, continuo a pormi certi dilemmi. Se non a fine pasto insieme al dessert, direbbero i francesi, ossia un buon Monte Veronese di opportuna stagionatura, servendolo durante il pasto, cosa abbino a un vino da 16, 17 gradi alcolici*?

*media ponderata calcolata alle ore 17 sul meridiano di Greenwich.

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Il valore delle tribù



Ho appena letto l’editoriale di Cernilli che parla degli enofighetti. "Colpiti improvvisamente dal morbo della “borgognite cronica” non sopportano di bere altro che non siano i grandi rossi da uve pinot nero di alcuni comuni della Cote d’Or, qualche Riesling della Mosella (già la Rheingau è vista con sospetto), Champagne solo dei récoltànt, meglio se biodinamici e, per il mondo italico, soltanto Langhe, un po’ di Nord Piemonte, poi Valle Isarco e forse alcuni minuscoli viticoltori dell’Etna, con vigne rigorosamente sopra i mille metri, però. Più si va a sud, meno si trova eleganza, i vigneti del Nuovo Mondo andrebbero estirpati, di Bordeaux se ne può fare a meno, tutto l’universo “sangiovesista” si salva esclusivamente in pochissimi casi, ma rappresenta comunque una buona serie B, e non parliamo neanche dei vini pesanti e alcolici del Collio". 

Ho avuto come una specie di déjà vu, convinto di averlo già letto, una decina di anni fa, sulla rivista del Gambero Rosso. Parole di buon senso, per carità, ma ne manca forse qualcun'altra, aggiornata. Perché la frantumazione in tante tribù è assai variopinta - anche se non rappresenta il mondo fuori, la maggioranza dei consumatori -, dai naturalisti ai qualunquivinisti a coloro che ogni vitigno è da valorizzare perché sarà un’autentica sorpresa, spesso ignorando la storia più recente. È per questo che oggi una guida ai vini non vende quel numero di copie che furono ai tempi d’oro dei 3bicchieri. Per la frantumazione di quella massa critica in tante tribù in conflitto tra loro, con l’industria dei vini e degli alcolici spesso ad approfittare delle crepe. 

Ma è altrettanto vero che si è alzato anche il livello della qualità grazie alle tribù, alla conflittualità della dialettica portata tramite la rete che, in parte, incide anche nei macrocontesti: grazie ai mezzi tecnologici e alla curiosità, mode o non mode, oggi si bevono vini molto più diversi che un tempo, che si tratti di Rossese o Vouvray.

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Il solito, grazie. Chievo - Napoli



Niente, non è successo niente. Per adesso nessun ammutinamento, nessun addio, solo una tranquilla vittoria, con finale distratto come da copione. In campo si rivedono Maksimovic, Jorginho e Pavoletti dal primo minuto. Sarebbe accaduto lo stesso, con buone probabilità, anche senza le parole di De Laurentiis di mercoledì scorso. Dei tre, ben oltre la sufficienza solo quello che sta in mezzo, gli altri due rivedibili. E se il presidente avesse voluto fare da capro espiatorio proteggendo la squadra? Tra le tante, tantissime risposte non credo di aver letto o sentito questa, il sorpasso a sinistra del presidente, che fa il pieno di improperi ricambiando dallo specchietto tra sé e Gassman. Chissà. Intanto, tra ipotesi e improperi, ci pensa Insigne (7 e mezzo) che ricordando Madrid mette a segno un gol a giro dei suoi: solo che adesso è in area, se la sposta con l’esterno con il familiare movimento, ne salta due e zac, anche se Verona non è il Bernabéu. Poi lancia Allan (6 e mezzo), che tra portiere e difensore ci mette il piede, la palla arriva ad Hamsik (7) che raddoppia, e porta il personale tabellino stagionale a 10, più assist e tocchi assortiti nella stagione che lo consacra tra i grandi del centrocampo mondiale. Chiude Zielinski (6 e un quarto) che pare essere tornato in sé dopo la gita a Madrid. Sul finale, il solito calo mentale e fisico, dove riemergono tutte le debolezze della nostra difesa, particolarmente sfilacciata nella coppia serbo - senegalese. Il finale è un insolito silenzio stampa come fossimo il Pescara prima dei 5 gol di ieri. Ma va bene così, e intanto, bentornato Mister Zeman.

Venticinquesima di campionato. Chievo Verona - Napoli 1 a 3

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Gli ingenui di Real Madrid - Napoli



C’è un antico dualismo nell’uomo, causa molto diffusa oggi di tormenti che a Napoli conosciamo bene: ciò che si vorrebbe essere e ciò che si è. Sorrido mentre leggo e sento dire con apprezzabile ingenuità: il Napoli non è stato sé, non ha giocato come sa. Si? 
Anche navigati come Sconcerti sul Corriere della Sera, eppure non mi sembra. Il Napoli ha perso per diversi motivi, tattici e tecnici, ma soprattutto perché ha mostrato quel decifit di cui ci lamentiamo tutti da inizio stagione: la mentalità. Essere a Madrid al Bernabéu certo non aiuta e ben ha fatto De Laurentiis a strigliare tutti nel dopo partita. Il Napoli è mancato in alcuni giocatori come Zielinski (5) e Mertens (4) non per difetto fisico o di forma: come vedete non è solo questione di età, ma anche di abitudine a certe partite, a certe pressioni, allo scontro con certi avversari. Zielinski non ne ha avuto il tempo, Mertens sì, ma sono mancate le occasioni. Alcune le spreca. Un altro errore che stiamo facendo è quello di vestire un nuovo Masaniello, dopo Gonzalo. E quindi anche di farci distrarre, perché i complimenti vanno fatti al gioco del Napoli innanzitutto, poi anche al piccolo belga, ma una vecchia regola del calcio insegna che i gol si pesano, non si contano. Farne 3, 4 in una partita va bene per le statistiche, ma per vincere bisogna fare quelli decisivi, e sotto porta non si può sbagliare il possibile 3 a 2, risultato immeritato, ma estremamente utile. Spiega il voto. 

Altri hanno abbinato la mancanza fisica con l’immaturità, vedi Koulibaly (5 meno un quarto): che sia tornato non al meglio dalla Coppa d’Africa si vedeva già con il Genoa, ma bisogna sapersi gestire e non si mette il culo a terra in area di rigore con Cristiano Ronaldo come se si giocasse in serie C. A questi livelli ogni errore si paga. 2 a 1 per loro, e se non abbiamo preso un’imbarcata è solo grazie al DNA degli spagnoli: squadra pragmatica che ha tirato il freno a mano, anche perché era evidente la paura di farsi male. Li abbiamo spaventati, lo hanno detto un po’ tutti i giocatori del Real e temono il ritorno ben sapendo chi sono. Lo so che a noi napoletani capita tutti i giorni che il Real Madrid ci pensi. È una battuta, qualcuno dovesse fraintendere. Si, possiamo far male al Real, alcune ripartenze, la velocità con cui le abbiamo fatte, il gol di Insigne (9) avranno lasciato negli occhi dei tifosi spagnoli un bel carico di meraviglia. Applausi meritati ad Insigne, forse il migliore in campo tra tutti, anche per personalità quando decide di andarsi a prendere la palla, ogni volta sempre più pesante, dando a noi la sensazione che qualcosa possa accadere. E che gol. 

Tatticamente vince Zidane, non perde Sarri (6), anche se cambiare modulo alla fine è stato un po’ inutile, forse dannoso, perché con il solito abbiamo mostrato di poterli colpire. Alla fine sono i giocatori che vanno in campo, ma la mossa di tenere costantemente alto Marcelo giocando in superiorità numerica con Ronaldo su Hisay (4 e mezzo) sul cambio campo da destra ha prodotto i suoi effetti: allargare le maglie del Napoli strette sul lato palla, costringere Zielinski e Callejon a rincorrere limitandone la capacità offensiva. A proposito di Hysaj e del dualismo iniziale, ho riso ricordandomi delle parole del suo procuratore che parlava degli interessamenti di Bayern Monaco e Barcellona, se ricordo bene. Dirlo dopo una partita con l’Empoli o il Palermo è un discorso, farlo dopo aver giocato con Ronaldo che con la palla ti semina puntualmente un altro. 

Osservava Marco Ciriello - che con l’intervista a Valdano e la storia del Real ha spiegato su Il Mattino la partita prima che si giocasse -, nei commenti a caldo del dopo, che De Laurentis da par suo aveva apparecchiato una grandiosa scenografia e una buona sceneggiatura. Sai che film? C’era il regista premio oscar (Sorrentino), il cardinale finto (Silvio Orlando), il Papa vero (Diego Armando Maradona) e il presidente in veste di produttore ad accompagnarlo passo passo tra i flash dei fotografi e gli obiettivi delle telecamere di tutto il mondo. Ci ha infilato dentro pure Veltroni, si è seduto al fianco del Re di Spagna, sperava di fare Pertini. Come produttore di sogni ha l’attenuante per l’ingenuità con cui ha immaginato un finale trionfale. E quindi il finale se lo è preso lo stesso, anche se un po’ incazzato, e noi dovremmo imparare che non si insegna il mestiere degli altri: sulla comunicazione si è preso tutto. Ha fatto bene, anzi al confronto con i presidenti vincenti degli ultimi anni, l’avvocato e il cavaliere, è stato bonario. Perché il Napoli è mancato in troppi giocatori, ci voleva più sfacciataggine, e non dovremmo trattarli come fossero bambini, come qualcosa da preservare: devono crescere e la crescita passa da queste partite, da queste delusioni, dalle strigliate e dalla fame di vittorie. Non frignerà sicuramente Sarri, non piangerà delle parole del presidente come una piccola creatura indifesa, e non dovremmo trattarlo come se lo fosse. Sa bene ciò che diceva il piccolo Boszik di Novi Sad, zio Vuja: “giocatori vincono, allenatori perdono”. Quindi farà scivolare via le cazzate di De Laurentiis, mi adeguo al loro linguaggio crudo, su Pavoletti e Mertens o sulla linea troppo alta che, invece, era troppo bassa. 

Anche noi tifosi dobbiamo imparare a conoscerci. Al di là dei sogni, abbiamo la consapevolezza che siamo nettamente più forti di tutti in campionato, solo la Juve a Torino ci intimorisce. Lo stesso opportuno timore avevamo ieri, perchè sapevamo chi erano loro e speravamo di essere altro, non i soliti. Però siamo anche quelli che in quindicimila occupano il Bernabéu avendone rispetto. Perché siamo quelli del San Paolo, e al ritorno potranno anche segnarci in qualsiasi momento, ma noi possiamo ancora dargli una lezione, sul chi siamo e sul come sappiamo giocare.

Andata degli Ottavi di finale di Champions League. Real Madrid -  Napoli 3 a 1

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Il mondo fuori



Nonostante quel che pensano le élite, quelle accademie un po’ autoreferenziali dove, appunto, ce la suoniamo e ce la cantiamo, lì fuori c’è un mondo. Avete voglia a menarla con parole come identità, territorialità, la valorizzazione del luogo, della denominazione, dell’unicità, bla bla bla, il vino biologico, quello biodinamico, ma il termine naturale voi che ne pensate? Il vino come manufatto culturale? Maddai, apri la porticina e scopri che fuori il vino è semplicemente bevanda, come succhi e bibite gasate. Chissà se un giorno, a guardarla con gli occhi di Kurt Vonnegut, le nostre saranno battaglie di retroguardia così come la Letteratura oggi in Italia se la passa male, e avremo i vini-Fabio Volo, il bianco-Sofia Viscardi. Basta vedere la foto per rendersene conto, un aglianico campano Igp 2013 imbottigliato da: segue sigla. Un marketing di certo aggressivo, appena appena funereo guardando all’estetica con lieve ironia. Proposto in offerta a 6,50 euro anziché 8. No, non te lo regalano. C’è anche il bianco. Non li ho assaggiati, se succede vi faccio sapere, intanto me li hanno segnalati da Eccellenze Campane, no dico, Eccellenze. È proprio quel particolare cortocircuito del mondo del vino, aggiungerei il mondo della gastronomia e della ristorazione se fossi mascherato e Visintin, per cui quel che succede nelle accademie ti appare sempre come una cantata e una suonata. E ‘ndringhetendrà.

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La partita attesa, Napoli - Genoa



Mercoledì sappiamo tutti cosa succede, la partita che aspettavamo al Santiago Bernabéu. In settimana ho letto che il Real è interessato a Zieliński (8). Mica scemi. Pensate l’anno scorso avevamo David Lopez. Adesso ci sta venendo fuori questo piccolo gioiellino: non uno, ma ben due piedi in più rispetto al gentiluomo spagnolo, perché di sinistro la mette negli angoli come con il destro. Oggi si dice che un giocatore strappa, termine che serviva a descrivere un infortunio calcistico, ma certo ha stoffa se vogliamo raccontarla così. Se arriva la continuità, durante la partita e durante l’anno, una fase di interdizione più attenta, avremmo le due mezz’ale migliori del campionato. A proposito di interdizione da Diawara (7) non possiamo aspettarci ancora chissà quali geometrie, deve ancora costruirsi la sua visione del gioco, capire che la palla si fa girare velocemente sì, uno o due tocchi, ma con un progetto ben preciso e non solo per disimpegnare all’indietro. Ma gli va riconosciuta non solo la fisicità difensiva, bensì la sfrontatezza con cui di prima, su tocco all’indietro di Insigne, con un lancio liftato invita Mertens (7 e due mezzi - gol -) a sprintare con Burdisso per poi servire il caporale Giaccherini (7) che quando serve c’è. Svanita la furia agonistica dei primi venti muniti del Genoa, uomo su uomo a tutto campo, il resto ci è venuto abbastanza facile, soprattutto quando abbiamo capito che era meglio allargarsi che non incaponirsi necessariamente al centro. Piccola preoccupazione in vista del Real, un Koulibaly non proprio lucidissimo che ha pure tentato di emulare il talismano Maradona e quasi ci riusciva, però gli stinchi non sono i piedi e i suoi non sono quelli di Diego. Forza Napoli Sempre, si va a Madrid. 

Ventiquattresima di campionato.  Napoli - Genoa 2 a 0

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Falanghina dei Campi Flegrei Settevulcani 2015, Salvatore Martusciello



La resistenza alla forte antropizzazione dei Campi Flegrei - oggi un centinaio di ettari vitati tra piedirosso (circa un terzo) e falanghina (circa due terzi) -, alle sfide di un mercato  globalizzato e alla curiosità dei consumatori abituati a misurarsi con bottiglie provenienti da tutta Italia e dal mondo, è stato assunto negli ultimi dieci anni da un manipolo di piccoli produttori. Raffaele Moccia, Giuseppe Fortunato, la famiglia Di Meo, capaci di creare prodotti di indiscusso livello qualitativo, apprezzati e valorizzati dalla stampa e dagli appassionati di tutta la penisola. Questo salto di qualità ha permesso ai vini dei Campi Flegrei di valicare sempre più spesso la collina del Vomero per essere consumati non solo sulle tavole partenopee: spesso svenduti ad un prezzaccio e bevuti ‘ncopp a ‘na marenn’, con tutto il rispetto per la merenda che a Napoli è tanto stimata quanto il tè inglese delle cinque. 

Da local a glocal come si dice oggi, la giusta risposta alle esigenze dei consumatori evoluti contemporanei: diversità e identità rintracciabile nel bicchiere e un linguaggio estetico comprensibile da Canicattì a Sidney. È ovvio che questa fase è stata possibile solo perché ci sono stati dei pionieri come Gennaro Martusciello e la sua famiglia che la Doc l’hanno creata, scritta, difesa, tentato di valorizzarla attraverso il loro lavoro con Grotta del Sole nonostante l’esperienza sia purtroppo conclusa, salvando un bel po’ di vigne dall’incuria e dall’abbandono in anni lontani da questi. È per questo che ieri, quando ho svestito la bottiglia che mi avevano portato ed ho visto che era quella di Salvatore Martusciello, ho provato una certa allegria e contentezza. Diversità e identità rintracciabile nel bicchiere e un linguaggio estetico comprensibile non solo a me, ma da Canicattì a Sidney. Una Falanghina pulita, fresca, marina, dal sorso pieno, lungo e salato. 10-12 euro in enoteca.

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La gioia dell’abbondanza: Bologna - Napoli



Well. 
Che vuoi aggiungere dopo un 7 a 1 in trasferta? Una partita divertente anche per merito di un arbitro mediocre che la condiziona dopo il secco 0 - 2 dei primi sei minuti. Ci prendiamo la rivincita a Bologna, recentemente amara per noi. Voti altissimi per tutti: spiccano il capitano, nostro capitano, Marek Hamsik, che si è fatto ormai istituzione, storia e leggenda del Calcio Napoli, nonostante in curva fino a poco fa ci fosse chi ancora mugugnava, talvolta. Dries Mertens, capocannoniere, stamane. Lorenzo Insigne, forse sarà la condizione migliore, sempre più lucido nelle scelte. Pepe Reina, che sarà pure guascone fuori, ma in campo è la controfigura del capitano, sempre misurato nei comportamenti, sia quando è decisivo, sia quando sbaglia e sa incassarle come un pugile consumato senza farsi mettere all’angolo dalla critica. E ancora Zielinski, sempre più un gioiellino, Albiol che è una certezza, ma tutti, meno Calle ovvio, meritano i nostri applausi. Non potendo aggiungere molto alla partita posso concedermi lo svolazzo, e ho ripensato alla bella intervista rilasciata da Sarri a Condò su Sky. Sì, forse il Napoli di Sarri si può spiegare nella contrapposizione tra gioia e tristezza, e nella vittoria della prima puoi darti ragione di tutti i record che sta infrangendo, meno uno. E sarà un caso, al di là di talune scelte tecniche, sono andati via da Napoli i calciatori tristi che avevamo. Il lamentoso e incazzato Higuain, l’indolente Gabbiadini. Ah, Manolo Manolo, tiratina di orecchie e complimenti per il tuo primo gol inglese. Ma alla tua età c’è tanto ancora da imparare, e la doppia esperienza con Benitez e Sarri è stata una scuola che non capita a tutti. Quindi si dice grazie e basta. Non so, probabilmente al centravanti del Napoli, chiunque sia, mancherà sempre la completa certezza e identità del ruolo: quello del bomber, del front man alla guida del gruppo, almeno nell’iconografia. Meglio averli giocatori come Higuain e Mertens, ma se si agogna quel ruolo che per brevità definisco maradoniano, si finisce nell'impastarsi nella frustrazione e nella tristezza. Sarri dimostra che tutti sono utili, nessuno indispensabile nel suo gioco: la più alta espressione che si possa dare del calcio, che è gioco di squadra e non individuale. Ci si affeziona ai campioni, ci si identifica in essi, sogniamo la rovesciata, ma nella storia del calcio rimangono anche le squadre che hanno segnato un passo in avanti nello sviluppo del gioco come l’Olanda di Cruijff, il Milan di Sacchi e il Barcellona di Guardiola*. C’è una grossa fregatura spesso nell’animo umano, l’incapacità di godersi il presente per le aspettative che si ripongono nel futuro, e non mi va di commettere questa stupida leggerezza. Per cui, grazie Napoli, grazie a tutti. 

Ventitreesima di campionato.  Bologna - Napoli 1 a 7

[prove tecniche di rubrica di un tifoso anglo-napoletano: Il deserto dei leoni]

*Conosco meno il primo, e rispetto agli altri due che hanno vinto tutto, se parliamo di gioco, il Napoli attacca la profondità ad una velocità doppia.

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Palette Blanc 2012, Château Simone



Potrei iniziare una nuova rubrica (nuova per questo blog, d’altronde da quanto tempo non si vede qualcosa di nuovo nel vino?) e chiamarla Il vino della settimana. Il primo di questa sorprendente rubrica sarebbe questo e chiusa lì. 
Chiusa lì? Sì, denominazione, tipologia, annata, azienda, valutazione. Che sarebbero 5 stelline. Cinque coppette, cinque bicchieri, faccine, soli o lune, quel che vi pare: la sostanza è il massimo della possibile valutazione. Siamo ai vertici, mondiali, e lo sapevate già. Cioè dai, è il bianco di Château Simone: che, davvero non lo conoscete? 

Che poi pensavo: mica ho mai sentito dire adesso mi sparo un bel Palette bianco. Anche perché è come se non esistesse il Palette: 45 ettari di denominazione metà dei quali sono di Château Simone che lo interpreta in versione bianco, rosso e rosato. Nelle ali il meglio per me. Il resto è diviso tra uno sparuto gruppo di soci di una cantina cooperativa e due, tre produttori: che io sappia niente di rilevante. 
Ho sentito dire, invece: che ne dici del bianco di Château Simone? E che ne dico. Stappa. A parte che solo guardare l’etichetta e farsi accarezzare dal suono della parola Simon, armoniosamente flessuosa e morbida, ci si squaglia. Ma come? Starà pensando qualcuno. Essì: innanzitutto conosco il vino, ma poi la cosa delle aspettative è sempre un'arma a doppia taglio, e infine: davvero ci trovate gusto ad essere sempre integerrimi? 

Simon, per la precisione Demoiselle de Simon, La Simone come la chiamavano i contadini dell’epoca, è stata una delle proprietarie del domaine prima che arrivasse alla famiglia Rougier, che lo conduce da duecento anni. Ma non fu la prima: i monaci dei Grands Carmes d’Aix scavarono la cantina nella roccia e piantarono con sistematicità le vigne ben prima della rivoluzione. Non ne so molto della Simone nonostante qualche ricerca. Eppure, il suo è il nome dell’azienda riportato sui tre vini. 

E quindi ogni volta che ne stappo una bottiglia io penso alla Simone. Che al francese si declina al femminile, in italiano sarebbe maschile. E a Meyreuil, non lontano da Aix-en-Provence, a trenta chilometri da Marsiglia, dove si è duri come insegnava Fusco, a trenta minuti dal mediterraneo tu che ti aspetteresti? Un vino mollemente maschio, qualcosa che suoni più come il Castello di Simone, appunto. E invece. Poi sì, forse dovrei dire dei suoli calcarei e pietrosi su cui sono piantati i piccoli alberelli, d’accordo, l’esposizione a nord e il bosco, i vitigni, soprattutto clairette, che già suona leggermente vezzoso, seguita da grenache bianca, bourboulenc, ugni blanc e muscat. 

È imponente nel carattere, nel tratto aromatico che conserva qualcosa di sud nel sorso succulento, nella tessitura della stoffa, nei colori gialli a cui rimandano anche i profumi, nel tratto sapido. Eppure è leggiadro e scattante, ricco di contrasti e chiaroscuri: floreale, speziato, boschivo, agrumato, affumicato. E così torna al palato, vasto e dettagliato, dopo averlo deglutito. Già in equilibrio, durerà a lungo. Una sessantina di euro in enoteca, forse dovrei scrivere anche questo.

posted by Mauro Erro @ 11:15, , links to this post






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