Sancerre Chêne Marchand 2012, Vincent Pinard



Ci sono tanti modi per degustare un vino ed esprimere un giudizio. C’è chi cerca di essere distaccato, mollemente burocrate, e chi invece afferma la propria idea estetica e lascia che i propri gusti siano parametro per misurare il vino, e spesso pure il mondo. C’è chi si prende del tempo, settimane, per sviscerare un dialogo complesso con la bottiglia, chi vuole portarla a tavola e abbinarla al cibo, chi ne beve un centinaio in un giorno, una batteria dietro l’altra, chi lo stesso vino ripetutamente nell’arco di mesi. Tutto lecito, soprattutto quando dichiarato, e un comportamento non esclude l’altro, ovviamente. 

C’è da dire che ho un debole per Sancerre ad esempio. È uno di quei vini che porto sempre molto volentieri a tavola pervaso da un certo entusiasmo difficile da controllare, che genera aspettative molto alte e lascia poco spazio allo stupore: al vino è concesso solo di essere, appunto, all’altezza. E succede che non lo sia, come una sera di quest’estate in cui un Monts Damnés del 2008 mi tradì durante un’ottima cena in bella compagnia venandola appena di delusione. Dovendone dare ragione, dire del perché di questo entusiasmo, non basterebbe ridurla a una semplice questione estetica: scrivere che in un Sancerre di buona annata, stappato in un momento fortunato, ci trovo tutto ciò che cerco in un vino spiega parzialmente. Non è solo il suo modo di comportarsi, né soltanto una questione di complessità e finezza che si possono trovare in tanti altri vini. Penso che l’incontro con questo vino fosse inevitabile, mi sono convinto che, con quel suo modo di richiamare il mare pur essendone distante, pur trovandosi sulla riva della Loira, rintracci qualcosa di sedimentato in me come un fossile: nato in una città di mare, cresciuto con quegli odori e quei sapori, attraversato da quell’energia, con le carni abrase dalla luce e dal sale. 

Souplesse dicono i francesi, parola che tradotta potrebbe dirsi agilità, scioltezza, flessibilità: pur sfiorandola, non rende del tutto l’idea di come si possa comportare un Sancerre all’assaggio. Una parte, con certo afflato poetico, la ritrovo nella definizione di Pierre Bréjoux: Serve questo per capire Sancerre: un collo lungo come quello di un cigno. Me ne fece partecipe un vecchio amico molti anni fa, in un bistrot di Sancerre, davanti un piatto di rognone su cui misuravamo con le parole la persistenza di una bottiglia di Francois Cotat. Lunga, la persistenza, ci si limita a scrivere talora per svogliatezza, altre per incapacità, spesso per necessità di sintesi, come se un vino, un Sancerre, e per estensione molte delle cose della vita terrena, lasciasse un segno misurabile solo in termini quantitativi. 

Impregnare, inzuppare, permeare, imperlare. Un buon bianco di Sancerre è anche questo prima che arrivi il gran finale: la capacità di esserci con delicatezza, di toccarti appena, di non essere pesante, di non invadere ma con leggerezza farti sentire fradicio dei suoi aromi, erbe, agrumi, frutta, note linfatiche e salmastre, sale e pepe. E dopo essersi sottilmente acquietato, la fiammata di ritorno, l’avanzata impetuosa dei vapori che salgono dallo stomaco con preciso dettaglio: dopo averti asciugato di saliva e ossigeno l’incendio divampa di nuovo lasciando che quell’energia vada ben oltre il palato. Che si plachi e si rinnovi nel successivo calice, fino all’ultimo che speri non arrivi mai.

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Il fattaccio di Napoli - Palermo



Non me ne intendo di mercato ma inizierei a seguire con maggiore attenzione Josip Posavec, portiere del Palermo e della Under 21 croata. Non si chiamerà Donnarumma, la bottega di Zamparini è solitamente cara, ma il giovane ha meritato quanto meno le nostre attenzioni. Oltre quelle di ieri sera con corollario d’improperi e bestemmie assortite, dico. Poi, un veloce passaggio al Duomo, San Genna’, perché Non è vero ma ci credo come diceva Peppino De Filippo, e in più penserei a tenermi buona tutta l’allegra compagnia di munacielli e bella ‘mbriana. È il massimo della napoletanità consentita. Lasciamo perdere i soliti discorsi: l’occasione mancata, il braccino corto, ad un passo da…ad un passo da che? Ai fini della classifica non c’è partita decisiva, valgono tutte tre punti, e il campionato, la vita, si vince giorno per giorno, nella lenta costruzione, questa è la mentalità: detto sotto un vulcano richiede un bel po’ di arroganza, come se fossimo immortali, ma non a caso siamo dotati di buona ironia per stemperare. Non c’è l’accadimento straordinario e lasciate che siano gli altri ad accanirsi con le loro parole del giorno dopo: mentalità, maturità, bla bla bla. Riconoscono in noi quel fatalismo che gli appartiene e poco tollerano, mentre aspettano l’accadimento straordinario che nell’Italia di oggi, nel mondo di oggi, si chiama Grande Evento. Ieri invece il grande evento non c’è stato, solo una serie di fattacci, episodi, più che grandi teoremi, piccola aneddotica. Che al minuto 5 Nestorovski, su un buono schema e senza particolari errori della difesa partenopea, nell’unica occasione di tutta la gara, inzucchi in rete, è un piccolo fattaccio. I restanti 90 minuti si giocano per larga parte con 21 uomini in metà del campo, quella degli ospiti. E non manca velocità o precisione nella costruzione del gioco, anzi, i passaggi del Napoli sono sassate che devono infilarsi tra le linee strettissime, o palombelle deliziose che smarcano l’uomo. Come li vogliamo chiamare se non fattacci le due occasioni, una all’inizio sui piedi di Callejon, l’altra alla fine su quelli di Insigne, a un metro dalla porta quasi spalancata, che finiscono inspiegabilmente fuori dallo specchio? Veramente ce la vogliamo prendere con quei tre lì davanti dopo tutto quel che hanno fatto perché ieri sono stati imprecisi o poco lucidi o semplicemente sfortunati? Se Mertens si (e ci) salva è per un altro fattaccio: la mala ciorta avvolge per un attimo pure Posavec e la papera ci consente di pareggiare. 
L’altro giorno ascoltavo uno scrittore inglese, William Boyd, che spiegava la vita attraverso una teoria che prendeva in considerazione fortuna e sfortuna, più che un’entità soprannaturale. Di primo mattino raramente mi concedo queste profonde riflessioni, ma è una prospettiva che ha un suo riscontro nel calcio e da cui deriva un noto teorema: talvolta è questione di culo. 

Ventiduesima di campionato. Napoli - Palermo 1 a 1

[prove tecniche di rubrica di un tifoso anglo-napoletano: Il deserto dei leoni] 

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Esercizi di stile: la degustazione



Napoli, 23 gennaio 2047 

Caro Mauro, 
ho appena partecipato alla più ampia verticale che sia mai sta fatta, e non c’è tema di smentita, dal momento che tu leggerai questa mia, per almeno trent’anni, del Brunello di Montalcino Pian Piano. Non sto qui a riportarti le note dei vini, pratica nostalgica e al giorno d’oggi desueta. Tanto ormai tutti capiscono di vino, o almeno ne sono convinti e non occorre che nessuno spieghi a nessuno, hanno chiuso gli uffici marketing, gli uffici stampa e i giornali tutti, tutti del tutto inutili. Le aziende vitivinicole si rivolgono direttamente al consumatore, molti dei quali acquistano attraverso i gruppi di acquisto dei rappresentanti della Folletto. So bene che ti aspetti che scriva di aver partecipato a una degustazione memorabile, ma i termini - con patata bollente, splendida cornice e un altro centinaio - sono stati destituiti da almeno 15 anni dall’Onu (oggi si occupa di lingue minori), con assenso di Bruxelles e l’approvazione del Ministero, con regolare comunicazione sulla Ufficiale Gazzetta, puntualmente consultata tutte le mattine dagli italiani. Per questo userò le parole opportune che oggi tutti hanno la libertà di usare, tra l’altro, non come ai tuoi tempi: una degustazione marchetta, una degustazione della (molto) nota azienda che promozionava il (poco) noto cru, una degustazione noiosa, una degustazione quanto costa? Una degustazione e ma che ca, una degustazione che però la mora in terza fila mica male, guarda, mi sorride, una degustazione che poi mi ha dato il numero di telefono, e poi, Mauro, ti faccio sapere come è andata. Con la mora, dico, il vino faceva schifo. 

Stai bene, dal mondo del vino, inverno ’47 (abbastanza piovoso).

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Val tre punti il Napoli a Milano.



Allo stadio Meazza, San Siro, di Napoli, pardon, di Milano, frazione di Napoli e del sud Italia, al terzo minuto sarebbe già rigore per i partenopei per fallo di Paletta su Mertens, ma il fiorentino Rocchi, arbitro dell’incontro, ci tiene subito a dimostrare che non è in serata e, prontamente, si becca un quattro in pagella. Mertens è incredulo, e lo sarà tutte le volte che si troverà così facilmente innanzi all’armuar Donnarumma: così tanta grazia a me? Lo stupore pregiudica l’efficacia e il voto è una media che fa sei e mezzo. Nove all'uomo assist dei due gol, in appena 9 minuti, 4 al finalizzatore stupito: dopo 35 minuti potremmo essere a 4 gol noi, e 0 all’altra squadra che in campo è scesa apparentemente. E invece. Invece si gigioneggia, la fiducia diventa supponenza, si pretendono da Tonelli poteri taumaturgici che non ha, caliamo il ritmo e abbassiamo il baricentro poggiandola sempre dietro e non cercando la profondità. Fanno il resto e nell’ordine: Suso tra le linee e che si accentra nel triangolo d’oro partenopeo ieri incompleto per mal d’Africa, Abate che si infila, Bonaventura che lo imita dall’altro lato, un po’ di agonismo rossonero ritrovato, e riapriamo una partita che seguirà questo canovaccio anche nel secondo tempo, senza che avvenga in realtà molto: si segnalano la traversa di Pašalić, le nostre solite occasioni buttate al vento per chiuderla, e il gesto tecnico di Insigne (8 e mezzo) che passa tra due avversari e cerca un pallonetto che va di poco alto sulla traversa. Ma il voto non è per la citazione colta, sbagliata di poco, quanto per l’intera partita di sacrificio e abnegazione, basso a coprire sul duetto Abate/Suso, e per il gol, gesto di concretezza calcistica che non siamo abituati a vedere. E invece Insigne dimentica il barocco napoletano e di interno destro se la porta avanti e senza pensarci su due volte incrocia di collo: di sinistro. Si, di sinistro, il piede che ha in più e usa per la frizione. E se invece si allenasse ad andare sul sinistro? 
Reso ampio merito a Callejon (7), oltre la partita per gli incubi notturni che ha regalato a Donnarumma, ad Albiol e Reina, abbiamo sofferto sugli esterni, sempre molto timidi ad uscire rapidamente sui cambi di gioco del Milan, costringendo Insigne e Callejon a stare molto bassi. Il centrocampo appena sufficiente, tolti i primi trenta minuti per il resto non è stata una grande gara, e lasciamo perdere la mentalità non ancora acquisita: non si possono buttare al vento così tante occasioni da rete, concretezza e cinismo vogliono il contrario. In una sfida che ha un certo sapore il meglio sono i tre punti a Milano.

Ventunesima di campionato. Milan - Napoli 1 a 2

[prove tecniche di rubrica di un tifoso anglo-napoletano: Il deserto dei leoni]

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Non ho l'età



Arrivati a una certa età si conclude con una certa saggezza: Una, due al massimo, fatte bene, non di più. Non ho più vent’anni. Lontani e non rimpianti sono i tempi in cui con giovanil furore sei, sette, otto, ma anche dieci o quindici - esagerato - bottiglie spogliate accuratamente o violentate con forza, con le capsule strappate, stagliavano sul tavolo dopo un estenuante incontro vissuto, con il passar delle ore, con l’animo pervaso di quell’eroismo che papà Hemingway ben conosceva e che si prova ogni volta che si sposta il limite, quando si sfida, infine, non sempre con opportuna consapevolezza, la morte. Ed è il tempo che passa, le occasioni che mancheranno, la fucina dove non solo l’ansia si alimenta, ma anche la voracità di conoscere tutto quel che si può, di provare, assaggiare, anche solo lambire un vino, toccarlo appena con la mente annebbiata, e si sparano tutte le cartucce possibili perché come si sa, del domani non vi è certezza. E poi via, una foto, due, tre, e più lungo è il Marlin, più fiero e impettito mi sento. 

E poi quel momento arriva. Quello in cui, almeno un po', ti illudi di aver capito le cose come funzionano, che tacche sul fucile non ne hai bisogno più, quello in cui un distaccato disincanto prende il posto di una giovanile quanto ingenua meraviglia, il momento in cui prevale una cinica consapevolezza, e non ti interessa più capire il tutto, impossibile, e per sfuggire alla morte ti basta comprendere quel che hai vicino o sotto i piedi. E ti accorgi che il tempo rimpianto è stato, come è normale che sia, semplicemente disperso. Che per conoscere veramente occorre prenderselo tutto quel tempo, lasciarsi andare nel flusso e vedere il movimento, il vino che diviene, diventare parte di quella armonia e scoprire lo stupore dell’insieme e la bellezza del dettaglio, di quel particolare rivelatore che si fa generale. Arriva quell’età in cui, con una certa saggezza, invitato a cena dici, mi raccomando, una, due bottiglie al massimo, non di più, ma fatte bene, non ho più vent’anni, anche se qualche volta ti comporti come se li avessi, e quindi hai la scorta di Maalox.

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Apriorismo avversativo



Quante volte il pugile frustrato si sarà sentito ripetere che è forte, dai compagni, in palestra, da chi non è capace, da chi lo ammira, quante volte lo scrittore fallito s’è sentito dire ma come scrivi bene, da un insegnante, da un amico, da una fidanzata. 
“Scrive bene”, non c’è valutazione che dia più angoscia. Per non parlare dell’insopportabile, antiquata espressione che pure mi è capitato ancora di risentire, quella di “bella penna”. 
Ogni tanto facevo l’esperimento di aprire un libro e di mettermi a leggere a caso, magari anche un solo periodo o poco più, e mi sembrava che di molti si potesse dire che “scrivevano bene”, o quasi bene. 
Anche il giudizio contrario, lo “scrivere male” è pronunciato con grande facilità e leggerezza.
“Quello scrive male” che significa? 
L’invito “leggi questo periodo, non vedi che non funziona? Che c’è qualcosa che non va?” l’ho sentita un’infinita di volte, quando facevo il redattore, e devo ammettere che, andando a verificare le frasi incriminate, spesso non ci trovavo niente di strano. 
Deve esistere in molti di noi una volontà di correggere il mondo (che, poi, in ultima analisi è soltanto il desiderio più o meno conscio di uniformarlo a noi) che si arresta forse solo davanti ai valori riconosciuti. A quel punto subentra il comformismo, anche se i più riottosi non recedono neppure a quel punto, ma non per anticonformismo, spesso solo per ostinazione. Nessuno te lo sa motivare più che tanto, ma “scrive male”, detto proprio così, senza altre aggiunte, è un rilievo che si sente fare spesso. Soprattutto con gli scrittori di un certo successo si può dire “però scrive male”, una delle manifestazioni più classiche e diffuse dell’apriorismo avversativo. 

Antonio Franchini, Quando vi ucciderete, maestro? Marslio 1996

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Bentornato Diego



Detto con gli occhi del credente di una delle poche religioni che abbiano mantenuto, nonostante tutto, una certa coerenza, Diego Armando Maradona è Dio. Come lo può essere Michelangelo Buonarroti, come lo sono stati alcuni nel senso laterale di creatore, e lo dico con gli occhi di uno che non ha potuto ammirare Michelangelo nell’atto creativo, ma nell’84 aveva sei anni e nel ’91 sciolse il suo nodo con la chiesa San Paolo, sita in Fuorigrotta, dopo anni di abbonamento in curva. Solitamente a quell’età, un ragazzino se ne fotte di un pennello e il pallone è il suo parametro per misurare il mondo. Almeno per me era così. 

Per come me la immagino io la cosa di Dio, che non è così semplice immaginarselo ma uno ci prova, proprio non riesco a pensarlo con un calice di vino sulla fronte mentre fa la foca, mi riesce difficile collocarlo, a Dio dico, a Dubai che mi illumina attraverso un social network e mi fa soffrire vederlo parlare con quell’incedere affaticato mentre fa delle interviste. A dire il vero non sempre ascolto ciò che dice, cioè ma io che ne so di Dio, mica posso capirlo in fondo, altrimenti sarei stato Dio anche io e non lo sono, e non sono il suo esegeta, e quindi sapendo che di fondo non posso capire la sua parola, mi limito a guardare e riguardare la sua opera, quella in campo dico, per seguirne l’insegnamento che, agli occhi di quel bambino, era tutto è possibile, pure se uno nasce a Lanus, a sud di Buenos Aires, da una famiglia poverissima, può fare con un pallone cose mai viste. 

E quindi alla fine mi sono detto meglio che non vado al San Carlo, nonostante tu hai Dio lì e quasi gli vorresti raccontare tutte 'ste cose, pure dei tuoi problemi quotidiani, non si sa mai abbia voglia di darti qualche consiglio, ma soprattutto abbracciarlo, baciartelo e dirgli mille volte grazie, poi però va a finire che gli mettono un calice in fronte e lui fa la foca e io potrei soffrirci perché mica ho capito perché Dio debba fare questa cosa del calice in testa. E ho detto no lascio stare, d’altronde mi è andata bene che io Dio l’ho visto, quando lui creava su quel rettangolo verde, e le disillusioni nella vita già son tante.

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Antoine



Il 15 gennaio di due anni fa ci lasciava Antoine Gaita, e succede di incappare in una foto, in una bottiglia, e la nostalgia ti assale. E allora mi sembra giusto ricordarlo, raccontarlo a chi non lo ha conosciuto, a chi ha bevuto solo le sue bottiglie di Fiano che hanno fatto un pezzetto di storia della denominazione, per pagare una piccola parte del mio debito di riconoscenza.

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I distratti di Napoli - Pescara



Stavolta cambia porta, Lorenzo Tonelli (7), senza pregiudicare l’efficacia del colpo, - di testa, la sua specialità - aprendo la strada alla vittoria del Napoli sul Pescara così come l’aveva chiusa con la Sampdoria. Archiviando un primo tempo in cui gli abruzzesi fanno quel che possono, pressano alto, fanno densità a centrocampo limitando le nostre mezze-ale, ci mettono foga e cattiveria agonistica, provocano se ne hanno occasione. Ci distrae Tonelli, come farà Marek Hamsik (7) poco dopo, mettendo a segno di sinistro il raddoppio su lancio di Piotr Zielinski (6 e un quarto). Si prendono la scena, come farà Mertens (8) che, invece, nei primi due gol sceglie di starsene dietro le quinte: quando si prende la punizione da cui scaturirà il primo gol; quando lancia Cellejon in porta, prima che la palla ribattuta da Bizzarri finisca sui piedi del polacco per la rifinitura del raddoppio. Con una piroetta il belga allarga su Allan e si infila nella difesa avversaria attaccando la profondità, per mettere in porta il pallone che il brasiliano gli restituisce, segnare il 50esimo gol e chiudere la partita. E così va in scena uno scontato presente senza particolari sussulti, compreso un arbitraggio mediocre, che ci distrae dal guardare al passato, come troppo spesso accade in questa città: le antiche glorie che oggi andranno in scena al San Carlo. 

Caccia oje nénna 'o crespo giallo, 
miette 'a vesta cchiù carella, 
cu na rosa 'int''e capille, 
saje che 'mmidia 'ncuoll' a me. 

Tarantella, facènnoce 'e cunte, 
nun vale cchiù a niente 
'o ppeccomme e 'o ppecché. 

Basta ca ce sta 'o sole, 
ca c'è rimasto 'o mare, 
na nénna a core a core, 
na canzone pe' cantá. 

Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto, 
chi ha dato, ha dato, ha dato, 
scurdámmoce 'o ppassato, 
simmo 'e Napule paisá! 


Ventesima di campionato. Napoli - Pescara 3 a 1

[prove tecniche di rubrica di un tifoso anglo-napoletano: Il deserto dei leoni] 

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Cara mi si è alzato il babà



I colpi di eccentricità cercano di andare oltre i riti e le conoscenze acquisite, ma spesso finiscono per scaturire nel ridicolo. Succede che da un po’ di tempo mi ritrovo cibi in boccacci di vetro, non conservati come facevano le nonne con i pomodori (qualcuno dovrà scrivere la storia postmoderna del pomodoro che attraversa tutto e tutti più di McDonald’s: dalle mafie alle élite), ma solo deposti in verticale. Una delle regole del mangiare: dovrebbe essere che l’unica verticalità concessa a tavola è dei liquidi, invece, sembra che l’orizzontalità dei piatti stia perdendo il primato. Mi ritrovo di tutto in boccaccio: dal baccalà al babà, dalla parmigiana alle polpette, dalla frittata a coppetta alla frittura di pesce; in questa corsa al superamento del piatto orizzontale a farne le spese non è tanto il gusto – chi fa una scelta del genere predilige l’estetica sul contenuto, quindi non otterremmo molto anche in assenza del boccaccio – quanto la praticità dell’atto, mangiare in un piatto è di gran lunga migliore che pescare in un bicchiere più grande. Oggi Paolo Villaggio girerebbe le scene a tavola lottando contro i boccacci, ne sono certo. Prima il contagio è arrivato in tavola: gli antipasti, i primi, i secondi, e ovviamente il dolce. I boccacci avevano ingoiato i babà, camminando per Napoli vedevo queste vetrine di babà che si erano alzati sul gambo, ritti e circondati dalla crema, che salutavano dalle vetrine, finalmente liberi di guardare in faccia le bocche che li avrebbero mangiati. È l’impressione che prevale sui fatti. Il contenitore sul contenuto. La difficoltà di consumare il cibo che diventa maggiore dell’impegno per cucinarlo. Non voglio tenere la tavola sotto gerarchie definite, anzi, vorrei solo tenere lontano il ridicolo dai piatti. 

Lazzaro Spallanzani

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Playlist in ricordo delle feste



Erbaluce di Caluso Le Chiusure 2015, Favaro **** 
Chiaro al naso, combina profumi di agrumi, fiori bianchi, note di erbe. Alla bocca è asciutto, teso, saporito, chiude su note di pompelmo. 18 euro .ca in enoteca.

Bourgogne Aligotè 2014, David Moreau **** 
Mischia mineralità, agrumi, echi salmastri. Bocca di medio peso, freme tra sale e acidità. Per iniziare, aspettandolo un altro po’. 17 euro .ca in enoteca.

Vouvray Moelleux Réserve 1996, Daniel Jarry *** 
Note più fresche e linfatiche poi quelle più dolci, candite e di miele, e ancora note di idrocarburi. Non particolarmente articolato ma risolto e senza scalini alla bocca. Dolce senza essere stucchevole. Provato con Calstelmagno e tome di alpeggio.

Malvazija 2015, Vinogradi Fon ****
Ampio e tratteggiato al naso, spazia dalle note più esotiche e varietali a un timbro pirico e idrocarburico. Palato asciuttissimo, secco e saporito. 24 euro .ca in enoteca.

Mercurey 1er cru Les Vellées 2014, Tupinier Bautista ****
Pinot nero goloso e di beva. Frutto scuro, spezie e rimandi orientali di sandalo. Bocca succosa ed intrisa di acidità che chiude il sorso agrumato e viperino. Da tavola. 35 euro .ca in enoteca.

Taurasi 2007, Michele Perillo *****
Meno potente della versione riserva 2006, gioca su un registro più floreale e nobilmente vegetale al naso, dopo opportuna ossigenazione. Bocca di buona tessitura, finale pulito, ottima trama tannica come sempre, chiude su un cordiale e caldo abbraccio. 30 euro .ca in enoteca.

Givry Vieilles Vignes 2013, Ragot ***
Ridotto inizialmente, apre a note più calde di spezie e di frutto scuro con il passar dei minuti. Buona bocca, disponibile, facile da bersi, un po’ svelta sul finale. 25 euro .ca in enoteca.

Champagne Zero, Tarlant ****
1/3 di pinot meunier, 1/3 di chardonnay e 1/3 di pinot nero per uno Champagne che ha tutto ciò che si vorrebbe: pienezza, frutto, note terziarizate, erbe, agrumi, note salmastre, e una bocca saporita e asciutta. 45 euro .ca in enoteca.

Champagne Extra Sélection Millesimato 2008, Delouvin Nowack ****
Pinot meunier e chardonnay alla pari, e uno Champagne immediato e godibile: frutta e note di pasticceria, agrumi ed erbe. Alla bocca un dosaggio generoso ma integrato che riempie il sorso: Champagne per tutti. 35 euro .ca in enoteca.

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Il tempo di Malacqua e l’attesa di Nicola Pugliese

Nicola Pugliese, di Fabio Mingarelli

Mi chiedo perché tra i tanti riferimenti di matrice letteraria, utilizzati per spiegare la cifra e lo stile di Malacqua, il romanzo di Nicola Pugliese (Gadda, Kafka, Eliot, il realismo magico, D’Arrigo, il mare di Ferito a Morte) o di carattere storico e sociale (la Napoli degli anni ’70) non ce ne sia invece uno più propriamente filosofico che ci riporta a Vico e la sua concezione del tempo ciclico, seme della napoletanità rassegnata di Pugliese e del suo libro su Napoli.

Perché la gente vive interminabilmente, giorno su giorno…1

Hai guardato di dentro: ed è forse l’attesa, sempre, un’attesa di morte?2

Il tempo, in tutte le sue accezioni, compreso il cattivo tempo meteorologico, e l’attesa, sono l’oggetto principale del libro sin dal sottotitolo: Quattro giorni di pioggia nella città di Napoli, in attesa che si verifichi un accadimento straordinario. L’acqua come collante, anche nel suo elemento simbolico, portatrice di morte e allo stesso tempo purificatrice. Perché l’illusione - di Andreoli Carlo, alter ego di Nick Pugliese, il protagonista del libro - è che attraverso la morte avverrà la rinascita, che attraverso l’accadimento straordinario si spezzerà lo stanco e inutile ripetersi interminabile dei giorni, la loro monotonia.



Napoli è una città immobile 3

Nell’indolenza di un giorno che è nuovo la città si sarebbe stirata nelle braccia e nelle spalle, avrebbe allargato il cuore a respirare il golfo, sulla collina il sole avrebbe disegnato i profili delle case, la prospettiva delle cose non sarebbe cambiata, no, per nessuno al mondo. 4

L’indolenza e la rassegnazione che nulla cambia è il tema del libro, figurarsi cosa poteva cambiare spostare due o tre virgole, tagliare qualche periodo. Credo sia questa rassegnazione, stemperata dall’indubbia capacità a costruire illusioni, la ragione delle intemperanze del poco più che trentenne Pugliese che si rifiuta di lavorare al romanzo dopo le osservazioni del “padreterno”5 Calvino, che lo editerà prima nella collana da lui diretta per Einaudi, Centopagine, e poi nella collana de I Coralli nel 1977. 6

Preferisco quelli che – in generale – ci credono poco.

La pigrizia è la mia ragione di vita. 7

L’autore sopravvive a se stesso in Avella: scrive poco, dipinge poco, soprattutto trascorre le giornate al bar. 8

Ritiratosi prima a Castel Volturno poi ad Avella dopo la chiusura del Roma di Achille Lauro dove lavorava come cronista, Nicola Pugliese ha scritto un’opera teatrale, Rainaldo II, e una raccolta di racconti, Kafkiani oltre che singolari, esercizio inusitato dell’incertezza esistenziale, dal titolo La Nave Nera. E' morto il 25 aprile del 2012.


Con Nicola Argenziano, Lucio Belloisi, Marco Ciriello, Fabio Mingarelli, Francesco Palmieri e Pellegrino Palmieri ricorderemo Nicola Pugliese e il suo Malacqua, mercoledì 11 gennaio, al Godot art bistrot di Avellino, ore 21:30

________________________
1 Pag. 7, Introduzione e prologo, Malacqua, ed. Tullio Pironti, 2013
2 Pag. 8, ibidem
3 Intervista di Marco Ciriello, 28 ottobre 2007, Il Mattino di Napoli
4 Pag 150, Malacqua, ed. Tullio Pironti
5 Intervista di Marco Ciriello
6 “Detti vita a Malacqua che poi non riuscii neanche a correggere come si deve, perché lo scrissi in 45 giorni”. Nicola Pugliese, da Tutto il resto è Malacqua, di Giacomo Pesce.
7 Intervista di Marco Ciriello
8 La Nave Nera, Nicola Pugliese, Compagnia dei Trovatori, 2008

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I luoghi comuni di Napoli - Sampdoria



Finalmente abbiamo giocato male e vinto. Un traguardo tanto agognato che ci permette di entrare nel gruppo di squadre - tutto italiano con la variante Leicester - brutte, sporche, cattive e vincenti. Anzi, chissà se la moviola e le analisi di questa settimana ci restituiranno anche un vanto: la furbizia, la malizia o più propriamente la cazzimma sfoderata da Pepe Reina che, con un gesto mutuato dalla migliore scuola teatrale napoletana, sancisce la doppia ammonizione e la conseguente espulsione di Silvestre. Certo, dire di averla proprio rubata sarebbe una bugia, ma il ghigno, beffardo ovviamente, rimane sul nostro volto per averla vinta al 95esimo con il gol di Tonelli, e non con una magia del solito Mertens o Hamsik; ci permette di non cadere nel solito errore, di non reiterare il fuorviante santino dedicato ai nostri campioni, ma di osservare la realtà con maggiore nitidezza e poter affermare con certezza: eccola, la vittoria della mentalità. D’altronde chi più di noi sa che la bellezza è effimera, voluttuaria e sopravvalutata? Se Napoli fosse stata Pioltello, la nostra storia sarebbe stata ben diversa. E non dobbiamo credere a una mancanza di brillantezza dovuta al lavoro - a Napoli? Il lavoro? - svolto intensamente durante la sosta a Castel Volturno, ma al tradizionale capitone natalizio rimasto indigesto, tra lo stomaco e le gambe, omaggio ai vecchi tempi di Diego Amadeus Maradona che, di qui a poco, si esibirà al San Carlo. Saranno presenti anche i Borboni. 
Cosa rimane d’altro? Un campo spelacchiato, una partita al rallentatore, mediocre e con tanti errori, - 2 gradi al San Paolo, una difesa inedita e spesso ingenua, San Gennaro che solo all’ultimo minuto entra nel corpo di Strinic perché fino a quel momento un 4 sarebbe stato generoso, una Sampdoria ben organizzata da un sempre ottimo Giampaolo, due belle storie, quella di Gabbiadini (7 e un quarto) e quella di Tonelli (8) ma, soprattutto, qualcosa che ci è mancato spesso durante l’anno: un bel po’ di culo (9). Sì, lo so, come si suol dire: la fortuna aiuta gli audaci (2 meno un quarto). 

Diciannovesima di campionato. Napoli - Sampdoria 2 a 1

[prove tecniche di rubrica di un tifoso anglo-napoletano: Il deserto dei leoni]

posted by Mauro Erro @ 10:34, , links to this post






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