Da Brera alla Democrazia Cristiana o di Napoli - Juve



Siamo abituati a vedere azioni di guerriglia da piccole formazioni irregolari, gruppuscoli acquattati e nascosti che, impossibilitati allo scontro in campo aperto per evidente inferiorità di forze, tentano sortite isolate e impreviste, per poi ritirarsi dietro le barricate o nascondersi nelle pieghe del campo di battaglia. È il calcio all’italiana teorizzato da Gianni Brera che trova nell’allenatore triestino Nereo Rocco applicazione sul campo Peppino Meazza in Milano tale da esserne, poi, espressione Nazionale. La motivazione è anatomica: dopo la seconda grande guerra e nel boom economico siamo atleticamente impreparati, fisicamente emaciati e gracilini tanto che - lo dirà Gianni Brera allo chef Angelo Paracucchi - dobbiamo abbondare di carne e proteine animali per almeno tre generazioni vista la fame che abbiamo patito e la miseria che abbiamo visto. Catenaccio e contropiede. Non è un caso, dunque, che proprio su quel campo Peppino Meazza in Milano, anni dopo, Arrigo Sacchi da Fusignano teorizzerà il calcio moderno e contemporaneo trasformando un gracile italiano, uno scapigliato zio Franco, in uno dei più forti difensori mondiali mai visti. Complice un olandese di nome Cruijff e la vecchia regola del fuorigioco, Sacchi proverà a cancellare il gioco all’italiana che in qualche caso era diventata zona mista  ridisegnando il concetto di spazio riducendo le dimensioni effettive del campo di gioco. 
Vi sembrano emaciati e gracilini quelli della Juve? No, ma affamati sì. Vi pare un gruppuscolo irregolare? Neanche. Sono la corazzata che per rosa e mezzi asfalta il campionato da cinque anni, e tra poco faranno sei. 

La prendo larga? Può essere, ma la partita l’avete vista no? Per certi versi è imbarazzante, e mi tocca ricamare di metafore: ma, attenzione, questi ci danno 10 punti. Sentendo Nereo Allegri in conferenza la potrei raccontare anche così: la Juve è il bulletto di scuola che picchia i più piccoli e che quando si trova davanti uno della sua taglia si siede a trattare. Non sono queste le partite da vincere, dice Allegri, gli scontri diretti con Napoli e Roma non li considera proprio. Per quanto ci riguarda, che siamo della loro taglia ormai lo sappiamo da un bel po’ che si giochi a Tokio, Torino o Napoli: una partita da tripla che si può risolvere con un infido tiro di Zazà deviato all’88esimo o ai calci di rigore, e in cui spesso siamo sfortunati, per chi crede a queste cose. 
Ieri, però, è stata davvero imbarazzante. Quasi indescrivibile, bastano i numeri e non so se Allegri debba o meno vergognarsi. A parte l’approccio molle e il rallentamento dopo il gol del pareggio, abbiamo giocato ad una porta, tutti i giocatori ampiamente sopra la sufficienza, Insigne e Hamsik trascinatori, irrequieti, anche imprecisi talvolta, supportati da Jorginho che si elegge urbanista disegnando nella loro metà campo strade di passaggi, Mertens guappo malandrino, e un unico senza voto perché spettatore non pagante in campo: Rafael. Duecento televisioni e milioni di telespettatori che come me sono rimasti stupiti e impressionati tanto dalla mentalità Juve che dal gioco del Napoli. Si perché la Juve il campionato lo ha già vinto, e se gli scontri diretti non contano tanto vale giocarsela e, invece, abbiamo visto la corazzata difendersi, non per la prima volta ma mai come questa volta, come fossero guerriglieri bearzottiani: primo, non prenderle. Ieri sera eravamo davanti alla plastica rappresentazione delle due anime calcistiche italiane che, da 50 anni e più, si dividono su stile di gioco o numeri 10. Una divisione che attraversa l’Italia e che Berselli, tifoso juventino, divertito avrebbe teorizzato dribblando fino a temi extracalcistici. E così la potrei raccontare: le folate progressiste e riformatrici si infrangevano contro il muro della maggioranza conservatrice e del restaurato - dopo la calciopoli moggiana - dominio democristiano che a fine gara ci accarezzava persino di complimenti. 
Vale per mercoledì e per le riconosciute doti degli avversari, vedi alla voce camaleontismo: nelle partite che contano, come Andreotti e la Nazionale, ci sono sempre e non muoiono mai. 

Trentesima di campionato. Napoli - Juve 1 a 1

[prove tecniche di rubrica di un tifoso anglo-napoletano: Il deserto dei leoni]

posted by Mauro Erro @ 10:12,

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