Diario degli errori: incontri e premonizioni

Gianni Berengo Gardin, Catania 2001

[7] 
Talvolta penso di essere troppo severo, con me stesso, con gli altri. Poi, mi dico: dai, Mauro, torna in te, su. Sul fondo dei ragionamenti, infine, trovo una vena di ottimismo che non mi aspettavo. Evidentemente credo di poter far meglio. Che gli altri possano far meglio, nonostante ciò che mi capita di vedere attorno. Poi mi dico: dai, Mauro, torna in te, su. 

[8] 
Champagne Dom Perignon 2002. Altra bottiglia, altro errore, € 175. Direi basta. 

[9] 
Con degli amici ho preso un caffè sul lungomare con lo scrittore Paco Ignazio Taibo II, a Napoli per presentare il suo A quattro mani (un bel romanzo). Sono arrivato in leggero anticipo e nell’attesa mi sono fumato una sigaretta seduto sul muretto a ridosso del mare. Faceva un gran caldo. Sulla scogliera antistante, in basso, ho notato una ragazza in bikini che prendeva il sole sdraiata: a un paio di metri una coppia asiatica, poco più a destra una di colombi. È bello pensare che in qualsiasi momento, in una città come Napoli, si possa andare al mare a prendere il sole in bikini. Ma io, almeno in quel tratto del lungomare, non ci riuscirei: avrei sempre il timore di vedere anche una coppia di ratti giganti.
Taibo II è una persona molto semplice oltre che un abile scrittore. Fuma che è un piacere e beve Coca-Cola senza ghiaccio ma con limone. Mi piace la sua calma e la sua capacità riflessiva, ha uno sguardo profondo, ama il gioco e l’ironia, è un picaro che insegue Salgari, si diverte e ha passione. Dei nostri ama Sciascia e Calvino, i registi Petri, Monicelli, Pontecorvo. È un ottimista che ride ripetendoti la battuta dei messicani: "non c’è niente di peggio del Messico, neanche l’inferno".
Con noi c’erano altre persone, alcune sudamericane abbastanza pittoresche, un paio di traduttori e scrittori nostrani: uno non ha detto molto, rideva spesso, aveva una abbronzatura noce di cocco uniforme che stagliava su una barba corta dalla linea perfetta. L’altro, invece, palliduccio, sembrava malaticcio e alla fine si è impelagato nel solito discorso della crisi dell’editoria e di come fossero pagati male scrittori e traduttori qui in Italia. Insomma solite cose sacrosante, dense di buon senso, e ovviamente noiosissime. Lo vedo ben avviato a una fulgida carriera di sindacalista letterario.
Taibo II ha raccontato di un romanzo cui sta lavorando che si conclude a Napoli, per la precisione a Spaccanapoli: “che ti toglie il fiato”. La prima volta che è venuto qui, moltissimi anni fa, uscito dalla stazione si è trovato davanti un tipo che, all’in piedi su un motorino, martellava un semaforo. Non ha potuto fare altro che esclamare: “sono a casa”. Si sente a suo agio come a Città del Messico. La stessa vitalità nelle persone e nella città. Tra i vari aspetti uno cui è affezionato particolarmente, citazione involontaria alle lavandaie de La Gatta Cenerentola di De Simone, è il modo pittoresco e articolato che abbiamo di ingiuriarci. 
Al suo saluto finale - "Ciao, collega" - forte è stata la tentazione di rispondere con un coerente omaggio: “ma vafanculo tu e chella pirchipètola e soreta.”

[10] 
Juventude tirannide. Non è constatazione calcistica ma riferimento al Greco di Tufo 2010 di Pietracupa. Gioventù lo scrivo in portoghese per coloro che non vogliono o non possono permettersi la selezione “G” della stessa annata e dello stesso produttore (€ 70/80 .ca). Provate a cercare questo. 

[11] 
In una pizzeria gourmet**: 

- E da bere, desiderano qualcosa? 
- Si, una bottiglia di Piedirosso* di Raffaele Moccia, Agnanum, grazie. 
- Ah, devo verificare, forse non l’abbiamo, ma dello stesso produttore abbiamo sicuramente il Per’ e palummo
- Va bene, ci accontentiamo. 

[12] 
Qualche giorno fa ho scoperto che, finalmente, è stato pubblicato nuovamente Optimus Potor, ossia il vero bevitore di Paolo Monelli, dalla casa editrice Il Novello. L’ho preso subito, un testo fondamentale per chi ama il vino. Ciò che non sapevo e che ho appreso dalla quarta di copertina è che inizialmente il testo uscì a puntate sulla Gazzetta del Popolo, fu poi raccolto per essere pubblicato dall’editore Treves, in Milano, nel 1935. Conoscevo solo la versione Longanesi (1963). La notizia ha qualcosa di sensazionale, direi: ché Monelli dimostra quali siano le capacità taumaturgiche del vino. Nelle prime pagine, capitolo II, infatti, cita Hemingway riportando le parole scritte sul Valpolicella - “cordiale come un fratello con cui si va d’accordo” - contenute in Across the river and into the trees. Adesso sappiamo che non si tratta di citazione ma di puntualissima premonizione poiché il romanzo non uscirà che quindici anni dopo, edito da Scribner a New York, nel settembre del 1950.
Un motivo in più per non essere astemi. 

[13] 
Annoto: Gianni Berengo Gardin, in mostra, fino al 28 agosto, qui.


* Piedirosso: vitigno a bacca rossa tipico dei Campi Flegrei il cui nome locale è per’ e palummo
** Gourmet: termine francese, forse inglese, che ha traduzioni variopinte, tra le altre: imbuto di forma cilindrica.

ps. qui e qui, i precedenti.

posted by Mauro Erro @ 11:22, , links to this post


Un perfetto sconosciuto*

Sun on Prospect Street, Edward Hopper - 1934

Mentre aspettavo che il semaforo scattasse per attraversare la strada vedo uno, dall’altra parte della carreggiata, che mi fissa e sorride. Capelli sale e pepe aggiustati con la fila di lato e baffetto alla Clarke Gable, indossava una giacca a quadretti su fondo beige e una polo rossa. Nulla che non andasse, a parte il fatto che mi fissava e sorrideva. Il primo gesto è stato quello di tirar fuori la mano dalla tasca e controllare la patta dei pantaloni. Chiusa. Ho controllato di avere le scarpe, e le avevo, e anche i calzini erano correttamente appaiati. Allora mi sono girato: nessuno dietro di me sul marciapiede e il vecchio era ancora lì che mi fissava e sorrideva. Ma che cazzo ci ha da guardare e sorridere, quello? Glielo avrei urlato, ma mi sembrava un eccessivo spreco di energie. Mi sarei potuto ritrovare coinvolto in un diverbio o, peggio, a litigare, a menare cazzotti, prenderli, sangue e sudore, la camicia stracciata, i vestiti appena ritirati dalla lavanderia maltrattati e sporchi a terra e poi provare quell’inesorabile imbarazzo nel sentire lo sguardo degli altri addosso, i loro commenti, Guarda quei due, capace pure che qualcuno chiamava la polizia: Ma che fa picchia un vecchio? Spiegagli che aveva iniziato lui. Insomma, troppo di tutto. Mi nascosi dietro gli occhiali da sole, girai il capo verso destra guardandolo di sghembo, continuando a chiedermi che aveva da sorridere. 
Io non sono granché con la memoria, di quelli che, quando lo incontrano per strada, riconoscono subito un vecchio compagno di scuola chiamandolo per nome e intavolando un discorso come se non fossero passati dieci o quindici anni dall’ultima volta. Ecco, questi, con una memoria inesorabile, sono quelli cui tento di sfuggire scappando da espressioni perplesse del viso e balbettanti frasi imbarazzate: Perdona, ma non ricordo. Stavo facendo il massimo degli sforzi ma non trovavo nulla di familiare con il viso che mi fissava. Io, quel tipo lì, non lo avevo mai visto prima di quel momento mentre aspettavo che scattasse il semaforo per attraversare, proseguire fino all’angolo della strada, entrare da Max, prendere una cassa da sei di birra, tornare a casa evitando di incrociare la Signora Colangelo e le sue domande – Come state signor Maisto? E la signora Marta? E i figli come stanno? Ah, a proposito, tra qualche giorno c’è la scadenza della seconda rata del condominio; scongiurare il disagio che provavo ogni volta alla parola a proposito, che riguardava bollette da pagare, successiva alla domanda sui figli sapendo che in qualche modo c’entravano e la Signora Colangelo aveva ragione –, mettersi in mutande, bersi la birra, vedere se c’era qualcosa sul canale sportivo o in alternativa leggere, trascorrere le successive due ore senza fare nulla di impegnativo, farsi una doccia, preparare qualcosa da mangiare prima che arrivasse Marta, la più bella di cinque sorelle, sciare agevolmente tra un Come è andata oggi? e le patate al forno durante la cena, perché nulla disturbasse l’atmosfera che mi avrebbe permesso di fare l’amore con lei e addormentarmi. E, invece, c’era un tipo che mi fissava e sorrideva dall’altro lato della strada. Cosa avrei detto nel momento in cui Marta mi avrebbe chiesto E a te come è andata oggi? Sai, oggi ho conosciuto un tipo, e avrei dovuto raccontarle quello che ancora doveva accadere e che, pur se in quel momento non avevo idea di cosa sarebbe successo, temevo.
Non sembrava un semplice provocatore. Ignorarlo non sarebbe bastato. Non era vestito da agente immobiliare né aveva volantini o brochure per le mani, e quindi non poteva essere un Testimone di Geova o un pentecostale o che ne so io, non me ne intendo, nonostante avesse tutto l’aspetto di questi che hanno sempre voglia di convertirti e di parlarti di nostro signore Dio, che ormai con esperienza scarto in pochi secondi. No, quel che temevo è che scattato il semaforo venendomi incontro se ne sarebbe uscito con un Ehilà, ciao Umberto e avrebbe iniziato a parlare, e ignorarlo non sarebbe stata una buona idea: per niente avrebbe preso a strattonarmi, a gridare, attirando così l’attenzione. E così in mezzo alla carreggiata, che non mi sembra una posizione granché, mi avrebbe detto Ma dai, non ti ricordi? (Ti pare che faccio apposta?) Hai ragione, in fondo è tanto che non ci vediamo, e magari era di quei tipi che tirava dei buffetti sulle guance o cose del genere: Tu eri piccolino. Poi se ne sarebbe uscito che era un collega della mamma o, peggio, di mio padre. E mi sarei ritrovato ad ascoltare un pensionato che non aveva un cazzo da fare e invece Ai bei tempi, quando si lavorava con tuo padre, ma lo sapevi che il vecchio Ernesto, e, in quel preciso istante, sarebbe arrivata la confessione inesorabile, una scoperta che avrebbe cambiato la mia vita o il ricordo che avevo di mio padre o chissà cosa, e nonostante io abbia rispetto per le persone di una certa età, c’era quel sole che batteva sulle lamiere, un caldo che sembrava di stare ad Algeri, e non sai mai, avrei avuto la tentazione di buttarlo sotto un’auto. Era venuto a scombinarmi completamente la giornata. No, non volevo sapere un segreto di mio padre morto, sono proprio quelle cose che evito, volevo solo arrivare da Max, prendere le mie birre, starmene per un paio di ore a non pensare a nulla davanti la tele, magari leggevo uno dei sessanta racconti e magari Marta aveva un po’ di erba e poi si faceva l’amore. 
Infine scattò il semaforo. 

*vedi alla voce Omaggi

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La dinamica del gambo: Fiano di Avellino 2010, Ciro Picariello



La dinamica del gambo è una rubrica realizzata in collaborazione con le Cristallerie Luce, di Fosca Luce, in cui celebriamo il decimo anniversario di Luminol, il calice che più di ogni altro ha innovato l’idea di design applicata al vino, calice da sempre associato alla luminosità. Per questo la rubrica è dedicata ad alcuni vini che hanno fatto della luminosità una delle caretteristiche migliori. 

Fu una geniale visione, quella delle Cristallerie Luce quando dieci anni fa crearono il calice Luminol, senza la quale adesso non potrei perdermi nelle luminose iridescenze del Fiano di Avellino 2010 di Ciro Picariello. Si, mi è appena stato servito, da frigo, ed è proprio la temperatura gelida, la parete curva del calice che si è appannata a restituirmi l’immagine dell’inverno irpino e della nebbia che tutto copre tranne la vetta del Partenio verso cui bisogna dirigersi per raggiungere la stella brillante, e luminosa, di Ciro Picariello a Summonte. E tutto ciò traspare dalla luminosità del vino reso ancor più luminoso dal calice Luminol delle Cristallerie Luce, di Fosca Luce, nonostante l’appannamento della parete curva, dove sei tentato di scrivere con il dito come facevi da ragazzo sui finestrini della Panda della signora Cuccurullo, quella del terzo piano: ti prego lavami. Ma a differenza di allora, quando ti chiedevi come si potesse guidare una macchina con i finestrini così sporchi da non vedere, trattieni il tuo indice, perché hai capito, per merito del calice Luminol delle Cristallerie Luce, di Fosca Luce, ciò che il marito della signora Cuccurullo sapeva sin da allora quando guidava la sua Panda: non è questione di vedere la strada da prendere, ma di visione.



Senza il calice Luminol delle Cristallerie Luce, di Fosca Luce, senza la sua perfetta trasparenza davvero trasparente - a patto che oltre la visione, si lavi a mano con acqua fredda e lo si asciughi accuratamente con una pelle di daino giovane, massimo tre anni (per i vegetariani e i vegani va bene microfibra Vileda, massimo 10 utilizzi) - non potrei rimanere accecato dalla luminosità del disco di vino che riverbera, e sì che riverbera, e abbacina, parecchio, e riflette, e tu con lui pensi al pudore che ti frena nell’usare la parola adatta che è certamente caleidoscopio, per la luce dei neon che rifrange e rinvia in mille direzioni mentre giri il calice e con esso vorticosamente il vino in senso antiorario. Un brillante, vivido, cristallino tourbillon che rende l’olfazione e la degustazione un feuilleton, un romanzo d’appendice: si rimane incantati, rapiti, costretti a coprirsi gli occhi con una mano, mano a mano che la temperatura sale e il velo sulla parete curva del calice Luminol delle Cristallerie Luce, di Fosca Luce, scompare svelando la sfavillante veste che il vino ammanta. Tornare in sé è difficile, ma necessario per provare ad annusarlo e berlo, senza essere accompagnati da un certo sconforto: sapere di essere incomprensibili ai più che non possono godere di questo vino con un calice Luminol delle Cristallerie Luce, di Fosca Luce. Come far capire loro della luminosità di questo vino? Come spiegar loro cosa significa assaggiare un colore che sta tra il bianco e il giallo paglierino? Bersi un colore, un fascio di energia luminosa, di purezza trasparente, iridescente? E cosa dire dei suoi contrasti? Chi sa di vino sa che non mi riferisco a ringhio Gattuso, né a nessun altro incontrista, ma non sa, a meno che non abbia un calice Luminol delle Cristallerie Luce, di Fosca Luce, non sa che non posso riferirmi scolasticamente al Caravaggio per farmi intendere, al suo gioco di ombre in cui alla luce il compito di mettere in risalto il dettaglio, perché non vi è ombra nei calici Luminol delle Cristallerie Luce, di Fosca Luce, e men che meno nel vino, ma un contrasto tra il luminoso e il più luminoso, che è indescrivibile contemplazione, sintomatico mistero: si alza bandiera bianca. Si, un appannamento iniziale, come capita a tutti in alcuni momenti della vita, ma come ci ripete tutte le settimane Rob Brezsny la nebbia diraderà, e ci apparirà la faccia sorridente, e luminosa, del sol dell’avvenire. 

ps. Le Cristallerie Luce, di Fosca Luce, sarà lo sponsor del prossimo festival La Luce nel vino, del vino e con il vino, che terremo ad agosto ad Agrigento.

pps. Con la complicità del Fiano di Avellino 2010, Ciro Picariello, davvero squisito, e con una luminosa vita davanti a sé.

posted by Mauro Erro @ 18:14, , links to this post


Diario degli errori

Jeff Wall, After "Invisible Man" by Ralph Ellison, 1999. V&A Museum


[1] 
I gruner di Franz. 

Lo trovate qui

[2] 
Guru.  

L’altro giorno ho scoperto che guru, in sanscrito, significa pesante. Certo uno può intenderlo come denso, corposo, profondo, ma quando sento pesante a me viene in mente quella immagine pubblicitaria in cui un tizio steso sul letto ha un cinghialotto sullo stomaco. Il guru che è in me è quel cinghialotto sullo stomaco. E non ti dico quando trovo il guru nella bottiglia di vino. 

[3] 
Roberto Bazlen, Daniele Del Giudice. 

A Roberto Bazlen ci sono arrivato tramite Daniele Del Giudice, uno scrittore delicato, disincantato e curioso: una scoperta recentissima fatta grazie ad un amico che, in una perlustrazione delle bancarelle a Port’Alba, mi ha consigliato Atlante Occidentale. Recentemente ho saputo che purtroppo Del Giudice sta male e che Einaudi ha appena pubblicato una sua raccolta di Racconti, e mettere le due cose in relazione già è stridente considerando il dispiacere che ho provato a sapere della sua malattia, io che l’ho conosciuto da così poco tempo. Su Bazlen, una leggenda del mondo letterario, Del Giudice ha scritto il suo primo libro nel ‘83: Lo stadio di Wimbledon. Circoscrivere in poche battute la figura di Bazlen è improbabile. Ha lanciato Svevo, influenzato Montale, conosciuto Olivetti con cui ha fondato le Nuove Edizioni Ivrea; con Luciano Foà, e il 21enne Roberto Calasso, ha creato l’Adelphi, e tanto altro alla perenne ricerca del suono giusto intorno a sé. Ma la cosa che subito mi ha colpito è stata la constatazione che Roberto Bazlen era uno che poteva scrivere, ma non ha voluto. Tutto ciò che è stato pubblicato, - forse troppo - appunti, lettere, un romanzo frammentario e incompiuto, è avvenuto dopo la sua morte nel 1965. In un tempo in cui troppi scrivono e non avrebbero dovuto, questo bon viveur, ulisside triestino, mi pare una galassia inesplorata. 

[4] 
Facebook: A cosa stai pensando? 

Avete presente i nostri stati sui social network? Quelli in cui rispondiamo alla domanda a cosa stai pensando? Nella vita reale, solitamente, la risposta è Niente. Se provi a chiederlo a una donna - su, riprova - la risposta Niente può sfiorare il 95% dei risultati. E anche quando mi viene chiesto, mentre con sguardo assente indugio in me, spesso rispondo Niente. Niente di importante, Niente di particolare. Non si sa bene perché se lo chiede Facebook mentre stiamo pensando a ciò che stiamo pensando, pensiamo pure che ciò che stiamo pensando è qualcosa di importante, e che a Facebook valga la pena rispondere dettagliando: a Facebook Niente non lo diciamo. Ora lasciamo perdere il merito, il contenuto di ciò che ognuno pensa in un dato momento della giornata. Quello che a me colpisce è il linguaggio. Perché il più delle volte non parliamo a Facebook come se stessimo parlando al nostro analista, stesi sul divano Le Corbusier che gli stiamo pagando. No, noi pensiamo che quello che pensiamo sia talmente importante che lo scriviamo a Facebook come se stessimo davanti a un pubblico, che sta lì, seduto, ad ascoltarci. Lasciamo stare pure i toni, ognuno ha le sue ispirazioni, chi Papa Francesco, chi Shakespeare, chi Jim Belushi, ma sarà che quando ero ragazzo io* (matita rossa: non immaginavo che un giorno avrei scritto una frase del genere) i social erano il bar, il barbiere, la piazza o la panchina, e parlare come se ci fosse un pubblico andava bene se raccontavi una storiella: potevi pure esagerare, ma finito l’aneddoto dovevi tornare in te altrimenti saresti stato presso per il culo fino a data da destinarsi.
Oggi non si capisce chi prende per il culo chi.
*Redimersi per la frase precedente da matita rossa e per il resto: “Beh, allora, ragazzi, adesso vogliamo ritornare in sé?”. Il grande Totò. 

[5] 
Chateau Musar rosso 2000

Credo di non aver scritto del rosso di Chateau Musar 2000 (Libano; cabernet sauvignon, carignan, cinsault; € 50 .ca), e che sia stato un errore l’ho capito bevendo l’altro giorno una nuova bottiglia. È qualcosa di unico. È Chateau Musar. Una accogliente, felpata, dettagliata e delicata mediterraneità che ti pervade, intrisa di sole e suggestioni arabe.
Attraverso Fabio Pracchia ho letto che due anni fa Clark Smith, enologo e professore universitario aggiunto alla California State University, Fresno e Florida International University, ha pubblicato un libro: Postmodern Winemaking. Rethinking the Modern Science of an Ancient Craft. Lo leggerò. Intanto ho pensato che da un punto di vista estetico il rosso di Chateau Musar è proprio un vino postmoderno: ha qualcosa di tradizionale pur essendo contemporaneo e globale, mette insieme alto e basso, è raffinato e allo stesso tempo pop, di semplice e immediata intellegibilità. 

[6] 
Critico. 

Esercizio abusivo come fosse una professione.

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Il nome delle cose: dei vini e dei punteggi

Luigi Ghirri, Lido di Spina

Non cercare il vino migliore, cerca il vino di cui hai voglia in quel momento.*
Luigi Veronelli

Ecco il paradosso: il vino con il punteggio più alto è meno versatile con il cibo, mentre il vino dal punteggio più basso offre così tanto piacere. Si tratta di un puzzle, di un enigma. Io non credo di essere pronto ad abbandonare come linguaggio descrittivo di degustazione il sistema da 100 punti, ma le cose si stanno un po’ mettendo sottosopra nella mia testa.
Steve Heimoff, 22 aprile 2016
(rilanciato in Italia nei giorni seguenti)

La critica enologica è (forse) l’unico settore in cui ad ogni generazione tutto ricomincia da zero.
Alessandro (Kurt) Masnaghetti, 16 aprile 2012

Ho detto tutto. 
Totò, Peppino e la malafemmina, 1956

__________
*citato in Luigi Veronelli, la vita è troppo breve per bere vini cattivi, di Gian Arturo Rota - Nichi Stefi, Giunti e Slow Food Editore, 2012

posted by Mauro Erro @ 11:32, , links to this post






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