Chablis Grand Cru Valmur 2007, Bessin


L’ultima volta che al ristorante mi è stato chiesto gradisce uno chardonnay?, ho immaginato per un attimo di sfoderare una risposta alla James Bond modello Sean Connery: io non bevo chardonnay, ma Champagne, Chablis e qualche volta Meursault. In quest’ordine di preferenza, salvo eccezioni. 
In realtà ho sbirciato l’etichetta il tempo opportuno per leggerne la provenienza, Puglie, e ho chiesto acqua minerale, mettendomi una mano sulla bocca dello stomaco ad indicare una giusta causa che mi impedisse di assumere alcolici.
Certe risposte suonano bene se ti chiami Sean Connery e indossi uno smoking, e poi la mia compagnia era di normali umanoidi e non di eletti ambasciatori di Dioniso: sarei sembrato pateticamente snob. No che non lo sia, ma ho evitato di sembrarlo, risparmiando così un po’ della mia generosità di espressione. 
Non se ne abbia a male l’ignoto produttore pugliese di un vino corretto e onesto anche nel prezzo, ma se per i miei sbevazzamenti devo recarmi nelle sue terre, bevo gli ottimi Primitivo di Gioia, alcuni negroamaro salentini, difficilmente scelgo chardonnay. 

Spesso molti se ne dimenticano ma il sistema qualitativo dei vini, non solo italiano, è legato alla denominazione di origine, al luogo innanzitutto, e non al vitigno. Bere Sancerre è molto diverso dal bere un sauvignon blanc comune, provate a mettere di fianco un Barolo e un Boca e vedrete chiaramente come il vitigno nebbiolo possa raccontare territori molto diversi. 
Gradisce uno chardonnay? 
Dipende. Se si tratta di Chablis o della Côte-d'Or diciamo che ci faccio un pensierino, ovviamente dopo aver verificato produttore e annata. Il rapporto è di 10 a 1, cioè per dieci bottiglie di Chablis ne apro una di Borgogna rinomata, Meursault innanzitutto. Per mere questioni di gusto e opportunità, non di valori qualitativi assoluti. Diverso il territorio, le temperature, la tradizione: in linea generale un Borgogna della Côte-d'Or avrà più grassezza, potenza, un rapporto con il legno ben diverso, oltre un costo mediamente più alto e non di poco. Bisogna avere molta più pazienza per cogliere questi vini nel momento migliore di espressione. Al contrario gli Chablis sono vini molto più nervosi, algidi o scontrosi talvolta, contraddistinti dal timbro sapido che manifesta il loro carattere minerale: il legno quando è usato serve spesso a smussarne gli angoli. 

La gerarchia qualitativa legata al luogo, nella Côte-d'Or come a Chablis, è particolareggiata tanto da classificare le vigne. Un Grand Cru rappresenta il vertice (Petit Chablis, Chablis, Chablis Premier Cru e Chablis Grand Cru) e a Chablis solo sette vigne poste alla destra del fiume Saône possono fregiarsi del titolo. Valmur è considerato di norma tra quelli più delicati. Bessin è uno dei produttori importati dalla toscana Teatro del Vino che ha un catalogo dove si pescano sempre cose interessanti: lo stile interpretativo solitamente, al di là delle differenze tra cru, riesce a coniugare le peculiarità dei vini di Chablis con delicatezza, tenerezza, compostezza, rigore formale da un lato e naturalezza dall’altro, teorizzando la propria idea di vino tutta centrata su un equilibrio raccolto. 
Un gran bel vino questo 2007, che ha ancora qualche anno davanti di ascesa, solare e dettagliato, tenero e ritmato, saporito e asciutto. Un pizzico di persistenza e di maggiore espansione in più e sarebbe nell’Olimpo. Una 50ina di euro in enoteca l’ultima annata.
Può abbinarsi a molteplici piatti, situazioni o cose. Io l’ho accompagnato a una frittura di gamberi condita solo con un pizzico di limone. Sale e pepe ci ha pensato il vino.

posted by Mauro Erro @ 08:42, , links to this post


Guestpost


La serata fino a quel momento era andata meglio di quanto potesse immaginare un quindicenne al suo primo appuntamento. Aveva un vestito a tubino che le fasciava il corpo esaltandone la leggerezza, indossava decolté rosse con tacco sottile; i riccioli biondi le ciondolavano elasticamente sulle spalle, i suoi occhi azzurri erano un mare in cui perdersi. L’atmosfera era proprio quella in cui ti escono frasi cretine del genere. Abbastanza zuccherosa: sorrisi, ammiccamenti, i nostri corpi che si erano, più o meno innocentemente, sfiorati a teatro poco prima. Dopo esserci conosciuti alla presentazione dei vini dell’ennesima nuova azienda etnea, avevamo deciso di mangiare rapidamente in una friggitoria prima dello spettacolo al Piccolo del Teatro Bellini a cui l’avevo invitata. Una commedia, niente su cui scervellarsi dopo, evitando anche e accuratamente di parlare di lavoro. Nonostante Martina avesse questa non piacevole abitudine di infarcire i suoi discorsi di Street food o mood, parlando del climax della rappresentazione, il cui plot…e via così, aveva davvero un bel, cioè, il vestito le stava proprio bene, da rimanerci incantati, e uno poi non ci fa caso a certe parole, per fortuna. 
Fu lei a proporre di andare a prendere una birra in questo nuovo posto iperfichissimo. Si, disse proprio così. Io presi una bianca, lei una doppio malto. Si, disse doppio malto. Un po’ mi vergognai, guardai distrattamente altrove. Alle gambe che spuntavano dal tavolo. 
A metà delle birre poggiò la sua mano sulla mia. Ormai era fatta, pensai. 
- A te piacciono i guestpost
Mi faceva gli occhi dolci, e non mi sembrava il momento di mostrarsi incerto. 
- Si certo, vabbè dipende, alcuni album molto… 
- Album? 
- No intendo…- che intendo? Non so di cosa parliamo - cioè con le parole, per carità, sono pure bravi, però la musica… 
- La musica? 
Il suo sguardo dolce si faceva via via sempre più interrogativo, la sua mano aveva lasciato la mia da un po’ ormai. Feci un sorso di birra, mi guardai attorno in cerca di un appiglio, ma non vidi altro che facce vuote come la mia, nonostante, sorridessero. Il cameriere passò al mio fianco, senza pensarci su gli pestai l’alluce. L’ordinazione del tavolo al nostro fianco finì sul pavimento: strike, si ruppe tutto e nel trambusto approfittai per dileguarmi nel bagno dopo aver chiesto scusa ai più. Con il mio Nokia di ultima generazione, quella di Gertrude Stein, chiamai Marco, un mio amico che sa praticamente tutto. E se non lo sa, ha una buona versione. 
- Oh, Mauro, che è successo? 
- Senti sto con una tipa in giro, poi ti spiego. Al volo: chi sono i guestpost? 
- Chiiii? 
- Credo siano un gruppo musicale o forse un collettivo di artisti, non lo so, tu ne sai qualcosa? 
- Mai sentiti. 
- Vabbè dai, mi serve una mano, cerca un attimo su internet e mandami un messaggio. 

Quando tornai in sala tutto era stato già ripulito, tutto tornato come prima, salvo il viso di Martina, ovviamente, imbarazzato. 
- Scusami, sai a volte l’alcol mi fa strani effetti. 
Rise. 
- Certo non si direbbe dal tuo curriculum. 
Il mio curriculum? Forse un accenno al lavoro era meglio farlo. 
- Ah, quindi conosci il mio curriculum? 
Fui affrettato. 
- Ma ti senti bene? 
Balbettai. 
Tornò alla carica. 
- Dai stai scherzando. Fai lo scemo. Ma se siamo amici su Facebook e ti metto sempre mi piace. A proposito ancora mi devi rispondere alle tre mail che ti ho mandato in questi giorni. 
Ecco, forse sarebbe meglio aprirle le mail. Nel frattempo arrivò un sms da Marco, tutto si faceva via via più chiaro mentre Martina parlava. 
- Come ti scrivevo sono social media manager di alcune aziende di vino italiane che ci terrebbero ad una recensione dei loro vini sul tuo blog, ovviamente non vogliamo disturbarti, quindi pensavamo ad alcuni guestpost che abbiamo già pronti. Immagino che non avrai nulla in contrario, cioè, uno come te saprà benissimo quanto convenga questa strategia di link building, l’inbound marketing è un’arma fondamentale, e poi come ha detto Darren Rowse di ProBlogger è una win win win situation. Ma dai, scusami, lo dico proprio a te. 
La sua mano tornò sulla mia. 
- Figurati, e poi a uno come me… 
La mia autostima era sotto il livello minimo di dignità. Avevo confidato che si trattasse della mia indiscutibile bellezza, del mio irresistibile fascino… 
- Poi se vuoi possiamo anche mandarti una campionatura, se ti fa piacere assaggiare i vini, ma non vogliamo disturbarti, cioè capiamo che… 
- No, ma non ti preoccupare, sai a volte l’alcol, come ti dicevo, mi fa strani effetti. 
Rise nuovamente. Mi porse il suo biglietto da visita. 
Avevo voglia di un’altra birra, il cameriere era di nuovo al mio fianco. 
- Scusi, gradirei un’altra birra… 
- Le consiglio quelle che abbiamo alla spina. Al banco. 
Anche lui mi porse un foglietto. Solerte, aveva fatto preparare il conto. 
39 euro, due birre e un crostone. Però. 
- Grazie. 
- A lei.

posted by Mauro Erro @ 14:25, , links to this post


Riesling, gorgonzola, pere e noci


Se la vostra idea di un impallinato di vino come me è di una persona piena di fisime, gesti e ritualità inspiegabili, ossessioni e manie nel trattare una bottiglia di vino, beh, non è che poi siate così lontani dal vero. Tuttavia, abbiamo anche noi le nostre contraddizioni, i nostri rimedi. Ho visto amici fare la fila al supermercato con casse da sei di Tavernello in brick comprate per sentirsi semplicemente come gli altri. Colleghi che le bevevano persino con un certo piacere. 
Per fortuna, non mi è ancora capitato di avere queste derive. 
Una delle mie perversioni, tra le più comuni e diffuse tra noi alcolisti dichiarati, è quella di non aspettare necessariamente quello che si chiama momento giusto. Il momento giusto, per chi non lo sapesse, è la finestra temporale, variabile secondo la tipologia e l’annata, in cui il vino si trova all’apice della sua espressività. Il che vuol dire in alcuni casi, metti per dei vini da invecchiamento come Barolo e Brunello di Montalcino, dover aspettare da qui a 20 anni e oltre. 
Occorre avere una pazienza orientale. 
Tuttavia esiste un corollario di scuola epicurea che definisce il momento giusto quello in cui stappi la bottiglia, qualsiasi esso sia. E l’altra sera ne ho vissuto uno stappando il Riesling Spätlese Brauneberger Juffer Sonnenuhr 2009 di Fritz Haag. 

I sondaggi in questo momento mi dicono che un terzo delle persone che sta leggendo questo post conosce il vino, ha arricciato il naso e sta pensando: “troppo presto!!!”. Rivolgendomi a loro dico: vedi su, lo so era presto, per fortuna ne ho qualcun’altra che stapperò a tempo debito, dichiaro palesemente la mia curiosità morbosa, aggiungo come prova a discarico la matrice partenopea che mi rende fatalista e vi ricorda che Napoli è a rischio sismico. Meglio stapparle le bottiglie. 
(gesti apotropaici ripetuti) 
Un altro terzo trovando incomprensibile la dizione del vino sta pensando: “che si è bevuto?”, e a voi dico, vedi giù. 
Rimane il terzo di persone che sta leggendo distrattamente e sta pensando ad altro, ed anche mi rivolgessi a loro non se ne accorgerebbero, quindi. 

Si, in Germania fanno il vino. Lo so, uno non lo direbbe mai, so’ tedeschi, eppure, parliamo dei vini bianchi dolci tra i più buoni al mondo. Pensa te.
Rimangono tedeschi, precisini insomma, per cui per i loro vini di punta oltre ad avere una classificazione legata alla denominazione di origine, (oltre al vitigno, riesling, è riportata in etichetta la regione, Mosella, il paese e la vigna, Brauneberger Juffer Sonnenuhr) hanno una categorizzazione legata al grado zuccherino che prevede 5 tipologie in ordine crescente (poi ci sono gli Eiswein): Kabinett, Spätlese, Auslese, Beerenauslese, TrockenBeerenAuslese. 
L’ho messa giù semplice. Ci sarebbe da precisare, aggiungere, ma non è il momento di farla complicata. 
Così come non è semplice sintetizzare la straordinarietà di questi vini: dai più semplici Kabinett agli articolati TBA ci sono notevoli differenze, soprattutto nella capacità di invecchiamento, decine e decine di anni, e, di conseguenza, nella complessità degli aromi. La paletta aromatica di questi vini è tra le più ampie che conosca, dal banco di frutta che spazia da quella gialla a quella esotica fino agli agrumi, per continuare con erbe aromatiche, spezie, resine e balsami, sentori minerali di vario tipo, idrocarburici o sassosi, insomma, con i profumi dei riesling di queste zone è possibile farsi bei viaggi, lunghi ed estesi, da oriente a occidente, da zone calde a fredde, da una stagione all’altra. 
Al palato il discorso è molto più complesso. A seconda della categoria cambia la quantità, ma sono tutti inesorabilmente dolci. Di un dolce che non è dolce, però, che non stucca, grazie alla presenza di un’acidità evidente che agisce in direzione contraria. Vanno così a stuzzicare tutte le papille gustative in tutti i punti della lingua, e il grado alcolico sempre contenuto li aiuta a essere particolarmente bevibili. 
L’ho messa giù semplice anche adesso, per ragioni di sintesi. 
Solitamente questi vini, opportunamente invecchiati, vengono bevuti da soli come vini da meditazione o alla fine di un pasto, abbinati a qualcosa di dolce. In alcuni casi, invece, io mi diverto a servirli durante una cena come ho fatto l’altra sera con degli amici, provocato da una quiche gorgonzola, pere e noci. 
E vi devo dire la verità? 
Ci stava un amore. 

Quiche gorgonzola pere e noci 
Ingredienti (x 6 persone):
1 rotolo di pasta sfoglia 
250 gr di gorgonzola 
50 gr di gherigli di noci 
1 cucchiaio di pecorino grattugiato 
1 pera (kaiser o abate) 
succo di 1 limone 
sale e pepe 

Lavare e asciugare la pera, togliere il torsolo e tagliarla a fettine sottili mettendole in una ciotola con il succo di limone e acqua fredda. Nel frattempo srotolare la pasta sfoglia, incidere il fondo della pasta facendo un cerchio a due centimetri dal bordo. Bucherellare al centro e ripiegare i bordi formando un cornicione. Cospargere il centro con il pecorino e parte delle noci tritate, aggiungere il gorgonzola a dadini e coprire con le fettine di pera che saranno state in precedenza sgocciolate. Cospargere con il resto delle noci. Mettere nel forno preriscaldato a 200° per circa 25 minuti.

posted by Mauro Erro @ 11:47, , links to this post


Scuola elementare di approccio al vino, classe terza



Domani inizia la terza classe della scuola di approccio al vino ed io sono un po’ emozionato, perché è la prima volta. E mi hanno detto che la classe è al completo, e io ho pensato davvero? Non lo avrei immaginato. Non tanto che potesse essere al completo, quanto che un giorno, io, potessi tenere una scuola elementare di approccio al vino, non ci pensavo e non pensavo neanche, metti quando avevo dieci anni, che un giorno qualcuno mi avrebbe chiamato maestro quando parlava di vino. Non che sia una cosa di cui vantarsi questa, cioè voglio dire, al massimo mi posso vantare con me stesso, con il me che da un po’ di anni consuma molto meglio di quanto facesse prima. Meglio di quanto facessi anche una decina di anni fa quando ho iniziato a tenere corsi, che all’epoca si chiamavano, anzi, si chiamava, visto che era unico, proprio corso e non scuola elementare. Poi è successo che attorno a me i corsi si sono moltiplicati, neanche fossero di scrittura creativa, e poi sono venuti i seminari, gli approfondimenti, i master e io ho pensato a qualcosa di semplice, quei quattro consigli utili per bere meglio, e poi le parole scuola elementare richiamavano l’idea dei bambini, lo stupore e la meraviglia, anche il cazzeggio, e la cosa credo si addica al vino, oltre che al sottoscritto, senza contare quel giusto tocco di modestia che non guasta.
Non è farina del mio sacco, non dico l’idea, ma la forma, l’ho rubata a Paolo Nori, l’ho già confessato e lo rifaccio, che fa lo scrittore e il traduttore e anche la Scuola elementare di Letteratura Russa, e non solo. Ogni volta lo dico perché se uno non conosce Paolo Nori poi può darsi che s’incuriosisce e a me pare di aver fatto già una cosa buona, almeno, anche perché di vini russi in questa terza classe non ne beviamo. In Russia sono meglio i romanzi dei vini. 
Neanche lui, dico Paolo Nori, mi sembra uno che si vanta. Sinceramente non so se ci sia qualcosa di cui elogiarsi nel tenere una Scuola elementare di letteratura russa, forse sì, lo ignoro, ma se si parla di vino, alla fin fine, credo che solo il produttore del vino stesso potrebbe vantarsi, sempre che il vino sia effettivamente buono, solo che quando è buono spesso il produttore ti dice che ha semplicemente assecondato ciò che la natura gli ha dato, facendo il meno possibile, e allora penso che se vantarsi non è bello, figuriamoci per aver fatto poco o nulla. E lo sanno quelli che verranno domani alla terza classe della scuola elementare che non c’è  nulla di cui vantarsi. Non dico tutti, ma quasi. L’hanno capito sin da quando hanno fatto la prima di classe, anche se l’ultima volta, la settimana scorsa che ho concluso gli incontri di una prima classe, Anita mi ha detto che lei un poco si atteggia con gli amici a casa.
Un poco va bene, dai, nessuno è perfetto, ho detto ad Anita.
La verità è che quando hanno capito che era più divertente incontrarsi e bere insieme e curiosare, in siciliano uno direbbe megghiu futtiri 'ca cumannari, hanno iniziato a chiedermi una buona scusa per continuare a farlo e così la Scuola elementare ha avuto una seconda classe e poi una terza che inizia domani, per la prima volta. La scusa che ho trovato non ha granché di innovativo, cioè parliamo di Francia innanzitutto e poi del resto del mondo, ma un po’ di vini buoni e interessanti dovremmo berne. Spero. 

Mi hanno fatto anche la divisa ufficiale :-)


Scuola elementare di approccio al vino, classe terza: Francia e resto del mondo
7 incontri dal 24 Novembre al 2 febbraio 2016 
Circa 50 vini in assaggio. € 300 

Divino in vigna enoteca 
Via Sigmund Freud 33/35, Napoli 
081/3722670 - divinoinvigna@libero.it - adeluccia@gmail.com

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Ma perché il bianco è vino?



Di come sia finito al 26esimo raduno dei Rossisti d’Italia lo racconterò un’altra volta. Tant’è, ora sono qui, in una sala riservata del casinò di Sanremo, desolato davanti a uno specchio con indosso uno smoking di almeno una taglia più grande. 
Non è perfetto ma stai benissimo, mi urla sorridente Riccardo che me l’ha prestato. Lui è il mio gancio, quello che mi ha portato sin qui, permettendomi questo attento studio antropologico.
Pacca sulla spalla, ci va giù pesante.
Ha una perfetta posa da rossista. La posa è una cosa fondamentale, l’ho dovuta attentamente studiare perché non fossi riconosciuto e subito bandito da questo consesso, e Riccardo è stato di grande aiuto. Un sorriso aperto anticipa il viso perfettamente rasato, il corpo è impeccabilmente eretto e steso, le gambe leggermente divaricate, i piedi ben piantati a terra. La giacca dello smoking aperta, una mano è in tasca con il pollice rigorosamente all’infuori, l’altra regge un calice di, un momento, un calice di bianco?
Glielo indico incredulo.
Champagne, ribatte prontamente, prima di una grassa risata accompagnata dal moto leggermente ondulatorio del bacino in avanti, lo spostamento del peso sulla punta dei piedi, le spalle spinte appena all’indietro.
Ah, già, Champagne. Lo Champagne non è vino. È Champagne. Un’altra cosa. Un vezzo.
Nell’altra mano regge un calice di Champagne dalla coppa. I rossisti il calice lo afferrano dalla coppa, mai dal gambo. 

La prova iniziatica per accedere a questa tre giorni, alla fine, è stata meno dura di quanto mi aspettassi. Alle 4 del mattino di venerdì scorso, degli uomini incappucciati, mi hanno prelevato dal letto portandomi in un bosco dopo un viaggio di circa un’ora cantando a squarciagola un medley preparato appositamente: il bis è stato concesso a Whisky facile di Fred Buscaglione, La vacanza di fine settimana e Io me ‘mbriaco di Franco Califano.
Giunti in una radura mi hanno fatto scendere portandomi nei pressi di un tavolaccio a ridosso di un piccolo cratere riempito di terra. Mi hanno dato una pala e intimato di scavare: un maialino di latte aveva cotto tutta la notte. Sono spuntate fuori delle bottiglie di Chateauneuf du Pape non più vecchie di un paio di anni, 14,5 gradi alcolici. Alle 5:30 era già tutto finito. Riccardo, dopo essersi palesato e aver tolto dal viso le calze della moglie, ha passato a tutti fette di limone e foglie di rosmarino per lavarsi le mani. I pochi rifiuti sono stati ben distribuiti tra i sacchetti dell’umido, indifferenziato e del vetro. Gli altri ragazzi si sono presentati e da una fiaschetta abbiamo brindato pulendoci la bocca con un distillato croato di cui non ricordo il nome, una 50ina di gradi ha riferito qualcuno. Non usavano pseudonimi, avevano nomi molto semplici, un Saverio, credo, ha proposto di andare al bar per prendere un caffè e fare colazione.
Sono tornato in albergo solo otto ore dopo. Mi sono consegnato mollemente al letto, un paio di ore di sonno tormentate sognando la frescura di un Bianchello del Metauro. Al risveglio sul comodino ho trovato una busta da lettere: Gli uomini hanno tutti cattive intenzioni. All’interno delle indicazioni stradali. 

Tintinnano i cristalli dei lampadari barocchi del casinò al vociare di un centinaio di rossisti radunati. Siamo in attesa dell’ultimo evento. Il resto della notte lo passeremo ai tavoli del black jack, dopo una cena luculliana dove ognuno consumerà i suoi due chili di carne assegnati. Poi ci sarà il whisky e le accompagnatrici attentamente selezionate. Sono le uniche donne, dalla terza in su, perfettamente inguainate in abiti dorati con generosi spacchi. Sorridono sempre, ridono, guardano un punto indefinito. Le altre si celano tra i rossisti: un piccolo gruppo di genere femminile, parlottano tra loro, organizzano una degustazione di gin.
Attorno alle accompagnatrici alcuni uomini sono riuniti nella posa del cowboy - il pollice è inserito nella tasca, la mano, sopra i pantaloni, incornicia il pacco -, altri disegnano dei baffi ad una foto che ritrae Gloria Gaynor ospite del casinò; la gran parte, soprattutto quelli che riportano fieramente sul corpo i segni della battuta di caccia al cinghiale del mattino, sono seduti sui divani in pelle e sorseggiano cannonau. Nessuno ha le gambe accavallate. I rossisti, si sa, quando si siedono non le accavallano.
Riccardo mi guarda. Il mio regno per un verdicchio vorrei urlargli. Son tre giorni che non si vede un bianco. Ciò che nel resto dell’anno questi signori concedono a fidanzate, mogli, amanti, sorelle o madri - un bianco, da aperitivo per sciacquarsi la bocca, niente di più - qui e ora è bandito. Champagne per vezzo, al massimo, mentre aspettiamo che finiscano di preparare la sala che tra qualche minuto ci accoglierà e dove si svolgerà la più ampia orizzontale dell’ultima annata di Primitivo. Di Gioia del Colle, ovviamente. Dal Primitivo 17 della Cantina sociale Litemi fino al Primitivo 35 - dedicato a John - della Cantina Schicchi, su cui si sprecano le battute cameratesche. Nella presentazione dell’evento clou di questa tre giorni viene intimato chiaramente di non accendere sigarette o sigari fino a mezz’ora dopo la degustazione e di non farlo in ogni caso nei pressi della sala dove si terrà. Alcuni commis di sala ci danno le ultime indicazioni. Ecco, si spalancano le porte. 
È ora di andare.

[Prove tecniche di rubrica: Il rigore è dubbio.]

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My Way: da Silvio è sempre un amico, il panino ambulante


Intercetto a Bologna il furgoncino ambulante di Silvio mentre si prepara con l’apprendista Matteo la strategia per discendere a Roma nell’anno giubilare. Intanto che appunto queste note al volo, e lui suggerisce, mi porge dei pirožki, panini farciti con cavolo; l’importa direttamente dalla Russia, i cavoli, raccomandandomi di segnalare che è stato il suo amico Vladimir a suggerirgli la piccola azienda produttrice, ovviamente biologica. Addento il panino e lui vocalizza, sul programma c’è scritto: ore 19:00, una voce e una chitarra, intrattenimento a cura della casa. Tra un morso e l’altro gli chiedo del repertorio. Soprattutto francese mi dice, gli anni giovanili di Parigi, e poi canzoni d’amore che ha scritto lui. Per un attimo indossa il basco, canta Jacques Brel e sembra voglia sedurmi. Per fortuna è solo un attimo, mi manca una punta di tette, perché si affaccia all’interno del camioncino e ordina a Betty Boop, soprannome di una giovane 25enne al banco, di prepararsi. Lei balla mentre io canto, afferma sornione, e Betty Boop aggiunge con sorriso malizioso: a lui piace comandare, questa è la verità. Decido allora di incalzarlo con una raffica di domande scomode, manco fossi Alan Friedman.
 - Silvio, allora, gentilmente, mi spiega la formula del successo della sua panineria ambulante che lo ha reso celebre più di chef Rubio
- E' ispirata alla mia vita quella trasmissione, mi dice Silvio, e sono io ad aver suggerito di ingaggiare Rubio. 
Intanto, raccomanda sempre di scrivere, la mia non è una semplice panineria ambulante, ma uno street food che definirei nomade, anche se i miei sondaggisti mi hanno sconsigliato di usare questo termine adesso. Per cui direi una discesa in campo al grido di “Attaccare”. Una cucina cosmopolita, uno dei nostri massimi successi per anni è stato il panino al montone libico con salsa di pomodoro e spezie. Poi abbiamo avuto difficoltà con le importazioni dalla Libia, si è messa di mezzo una società francese poi fallita, ma intanto è una specialità che non abbiamo più. I francesi, diciamoci la verità, sono simpatici fin quando si tratta di canzoni, film, donne e di ristoranti dove servono Champagne, che si scrive con la lettera maiuscola, lo dica a Friedman, e Bordeaux Mouton Rothschild, ma per il resto. Oggi il mio panino preferito, invece, è quello con lo storione grigliato leggermente bagnato in vodka. Ma la nostra, aggiunge subito Silvio, è una cucina che ha anche una forte impronta territoriale, a parte che i panini ce li porta Mariano direttamente da Napoli, ma poi dovrebbe assaggiare quello con il riso allo zafferano
- Capisco Silvio, ma non mi ha detto ancora della formula.
- La formula è semplicissima: ogni cliente può riempirsi il panino con gli ingredienti che vuole. Il costo è sempre lo stesso. 
- Sarebbe il costo? 
- Siamo noi a darle 3 euro. 
- Non ho capito, siete voi che pagate? 
- Si. 
- E  dove ci guadagnate? 
- Be’ tenga presente che vendiamo all’asporto tutti gli ingredienti dei panini, dal broccolo aprilatico di Paternopoli, che in barattolo da 250 grammi netti costa 9 euro, fino allo storione vivo, o se preferisce le diamo le uova, con acquario in prova per 15 giorni. Io sono poi il rappresentante monomandatario dei prodotti stessi che vendiamo e quindi intasco un ulteriore 15% sul fatturato nazionale, anche perché il furgoncino è intestato a mio fratello Paolo che si fa pagare dai produttori la tassa sulla pubblicità per l’esposizione a scaffale. Pubblicità che pagano anche i commercianti attorno alla piazzola dove noi sostiamo; in fondo portiamo un sacco di gente. L’amico Fedele invece gestisce la ditta di import-export dei prodotti. Senza poi contare l’entertainment, gli spettacoli, che partono dalle 17 fino a tarda sera, per i quali si paga un biglietto a parte. D’altronde anche gli anziani devono mangiar qualcosa e intrattenere il tempo, pensi che votano pure. D’inverno, uno dei nostri massimi successi è la rappresentazione dell’Orso nella steppa. Dovrebbe vedere i costumi delle ragazze. 
Silvio mi chiede come sono i panini, e devo dire che non sono poi così male. 
Deve scappare, ma gli porgo un’ultima domanda. 
- Silvio ha ormai un’età, quando si ritirerà definitivamente dalla griglia? 
- Il tempo dell’ultima vittoria, battere McDonald's. 
Poi interdetto mi dice: Federico, ma è il tribunale di Milano o la guida Michelin? 
- No, veramente Rumore bianco. 
- Ah, certo, li seguo sempre, mi saluti caramente Argenziano, Ciriello, Colella ed Erro. Ma, soprattutto, dia un bacio sentito alla Vegliante. 

Voto: moltiplicate per cento, dividete per pochi, aggiungete dieci e replicate per lungo tempo ricordando di separare l’albume dai tuorli. 

[Federico Godio, Rumore Bianco, Radio Shamal, Il libro è servito: My Way, Berlusconi si racconta a Friedman, Rizzoli]  

posted by Mauro Erro @ 20:34, , links to this post


Chianti Classico 2013, I Fabbri



Ore 21, cena sobria, serata cinema. Occorre vino di sottofondo che non ingombri. Che sia subitaneo, fulmineo, e poi accompagni allegramente senza chiedere esclusiva attenzione per sé. Un vino glu glu dicono in alcune zone della Francia. Mi pare renda al suono. Che al primo impatto si reagisca esclamando, buono, con viva soddisfazione, e chiusa lì.
Si procede a nuovo riempimento del calice, distrattamente, mentre con un occhio si guarda allo schermo sprofondati nel divano fino a quando, nuovamente, una mano alla tua destra, tenendo un calice vuoto, ingombra la vista. Gesto minimo di chi ne vuole ancora. Si procede a nuovo riempimento. 
Un vino che non impasti mente, emozioni e lingue, perché vada come vada, seguirà dibattito?, meglio avere la bocca pulita, che schiocca. Sangiovese sia, di Toscana, e stappo uno dei Chianti di Susanna Grassi - Lamole amore mio - sempre più affidabili per chi cerca vini candidi e curati. 

È immediato e spontaneo: mirtilli carnosi, fresche violette che lo ravvivano, soffia delicati balsami, accenna terra e radici. Al sorso c’è diffusione di sapore, in corpo croccante e flessuoso: accoglienza cordiale, espansivo, ha tocco tenero ma opportuno contrasto sapido/acido; nel finale chiude secco senza asciugare. Non ci son abissi in cui perdersi, sarebbe stupido cercarne. 
Sangiovese d’altura affinato in solo cemento: intorno ai 12 euro in enoteca. Io ne ho fatta buona scorta.

posted by Mauro Erro @ 10:10, , links to this post


Trattoria Viola, tra piazza Adigrat e via Lomellina, Milano



I piatti scelti dal menu: 

- Campionato spezzatino, dice il trattore Beppe dieci euro di multa 

- Secondo di servizio, manzo alla McEnroe improvvisato senza memoria e cotto a bassa temperatura, 37,2° a vita 

- Linguine di pasta Voiello con tonno con-sorcio, sleppa di grana, servito in baule di Nino 

- Triplo special con Champagne, panino di fantasmagoria multipolicromica, scarsamente nutritivo, ottanta euro l’uno 

- Bistecca di cavallo sottovuoto e sopravuoto, perché è un amico, con patate e ormoni marinati nei navigli 

- Paste alla crema gentilmente offerte dal bar Pasticceria Gattullo 

Nel triangolo tra Piazza Adigrat e via Lomellina, piena università della strada, oltre i tavoli da biliardo e superato l’ufficio facce, si nasconde la trattoria Viola, residuato di una vecchia Milano di emigranti e talento. L’esordio, ma senza scuola - mica respinto, proprio disperso -, ai tempi di Vito Liverani, da cui il nostro capocuoco ha appresso l’inquadratura dei piatti sempre incisiva e l’ironia ai bordi del ring, coltivata poi a San Siro, l’ippodromo, e al Derby, no, non quello di quest’anno, uno 0 a 0 noiosissimo. Enzo, in sala, suona il sassofono, ma poi chiama De Niro, impegnato con il pittore Silver da un tea for two, con due fiaschi di bianco bel fresco, più in là Oreste e Gianni scendono in campo, Beppe si lamenta che lo sport non da più da mangiare ma si può sempre provare all’Embassy come guardarobiere, metteranno una buona parola. Dopo un po’ di polpette e cipolle, arriva il venditore di prosciutto di Praga direttamente da Laveno, preso fuori la villa di Renato da Cochi, che ha finito di lucidare le 104 paia di scarpe, perché si sa che il cotto quanto è buono e meglio del crudo, e con il tuo pane venuto apposta da Parigi, chi te lo fa fare di uscire e mischiarti con la zanzeria che c’è in giro? Fai venire due uova da Treviso, roba di giornata, e compri mezzo chilo di burro di Bulgaria e quattro tartufi. Niente risotto milanese, anche se la ricetta ha la prefazione di Ugo Tognazzi, perché hai visto che meraviglia quando piove in tram sembra l’arcobaleno anche se si capisce che è il neon…. Allora un giro di carte, chiediamo scusa e andiamo, senza pagare, che ci si sente male, ma piano. 
Voto: 7 ½ 

[Federico Godio, Rumore Bianco, Radio Shamal, Il libro è servito: Vite vere, compresa la mia, Beppe Viola, Quodlibet]    

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Space Shuttle, Fort Ord, California (località non meglio precisata)



I piatti scelti dal menu:

- Apollo con croccante di pelle in cloroformio in 11 variazioni sul tema, accompagnato da un kir imperiale 

- Vietnam di Burrito con riso, formaggio, agnello, trippa di manzo, lingua di vitello, multistrato ma non integrato 

- Aragosta in Congresso 

- Treccia lattiginosa e lentigginosa sul letto di battigia a piedi scalzi e fatti una risacca 

- Bollito di nasello pescato del giorno a naso con nassa 

- Pizza a metro 

Arrivato al punto d’incontro, al numero 826 di Valencia Street, San Francisco, vengo bendato e caricato su una scuolabus russo e portato in questa base militare dismessa e segretissima, oggi utilizzata come centro polifunzionale, deserto perché segretissimo, finanziato dalla agenzia spaziale americana in accordo con il ministero degli esteri e della pubblica istruzione. Il ristorante interno, opera struggente del formidabile chef del ristorante McSweneey's, fervido credente che crede, cerca e distilla ispirazione con inspirazione, senza respirazione ma con espiazione: non si ha il tempo di riflettere, alcun soliloquio, e ci si ritrova in conversazioni dialogando senza soluzione di continuità, inteso nell’originale e letterale significato medico, come separazione da trauma. Il ritmo è tale che non si ha neanche il tempo di andare al bagno e si rimane incatenati al sedile - ricordo che il locale è ricavato all’interno di uno space shuttle ormai non più utilizzato - assaliti da una cucina in cerca di un sogno più grande da realizzare, con rimandi alla migliore tradizione coloniale, alla conquista di spazi inesplorati, un centimetro alla volta avrebbe detto Tony d’Amato ai suoi giocatori, mirando alle stelle, quelle di Hollywood Boulevard, ovviamente. Ottimo e scandito il servizio, il personale è accuratamente scelto rispettando le quote rosa, le persone diversamente abili e tenendo in conto un opportuno nepotismo, visto che il sommelier dedito agli stupefacenti alcolici è la mamma del titolare. Non si fanno sconti, sempre pronte le teste di cuoio. 
Voto: 6 e 1/2

[Federico Godio, Rumore Bianco, Radio Shamal, Il libro è servito: I vostri padri dove sono? E i profeti, vivono forse per sempre?, Dave Eggers, Mondadori]   

posted by Mauro Erro @ 11:14, , links to this post






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