Il Sancerre Les Monts Damnès 2013, Thomas Labaille e la volée di Stefan Edberg


Uno dei tennisti che ho adorato è stato Stefan Edberg, lo svedese di Västervik ritiratosi nel 1996. Un giocatore d’inconsueta eleganza nei modi dentro e fuori dal campo tanto da meritare per ben 5 volte di seguito il premio sportività dell’ATP, premio che gli è stato addirittura intitolato quando si è ritirato dall’attività professionistica. Edberg, un metro e ottantotto, naso e labbra sottili, capelli biondi al vento, era un giocatore sempre all’attacco, sempre sotto rete. Praticava un tennis tecnico e disincantato, un servizio non potente ma di ottima efficacia grazie all’effetto che sapeva imprimergli con la torsione del busto, regalava il rovescio a una mano da fondo campo o in top-spin come grido rivoluzionario vantando la sua indole ribelle, rifiutando il dogma della scuola svedese che aveva imposto campioni da Björn Borg in poi recitando il padre nostro della potenza impressa a due mani. “Quando tutto gira per il meglio Stefan in campo vola, sembra che abbia le ali ai piedi” disse Tony Pickard, il suo fedele allenatore, per descrivere una delle caratteristiche del suo gioco dallo stile lineare, elegante, persino essenziale nella sua capacità di rendere semplicissimi colpi che raramente ho visto fare. Ed era forse quello il segreto del suo gesto migliore, rimasto nella storia del tennis, la prima volée bassa di rovescio in uscita dal servizio mentre si fiondava sotto rete, il suo regno. La risposta dell’avversario gli arrivava tra i piedi mentre era in piena corsa, Stefan stendeva la racchetta rasoterra, in un particolare equilibrio dinamico assumeva una posizione di volo come fosse un rapace pronto ad addentare la sua preda, e la piazzava a 10 cm dalla riga di fondo dell'avversario. 
È per questo che ieri mi è venuta voglia di vedermi la finale di Wimbledon del 1988 tra Stefan e Boris Becker, una partita meravigliosa. 
Detto da un appassionato di tennis che non ha mai praticato questo sport e con relative competenze tecniche, l’aspetto che mi entusiasma di quegli incontri è la velocità degli scambi, il ritmo. Un tennis dove il calcolo è relativo, la strategia fulminea e una quota molto importante della riuscita dell’attacco è affidata all’istinto, all’esperienza, al buon Dio, se volete e ci credete. Gli estenuanti scambi da fondo campo, la guerra psicologica che coinvolge gli stessi spettatori sempre pronti a un gridolino di stupore per un punto quasi fatto, la conseguente invocazione al silenzio di qualcun altro per non distrarre i giocatori, shhhh, la tensione dei giocatori che cercano di non distrarsi, i colpi sempre più forti e sempre più veloci da fondo campo accompagnati da mugghiati animaleschi, l’attesa che qualcosa accada, prima o poi, di risolutore, no, tutto questo non c’è. In quelle partite accadeva molto e accadeva velocemente. In modo selvaggio, brutale nel susseguirsi rapido dei gesti, un tennis coraggioso e arrembante, vissuto a un metro dalla rete, tutto estetica, tuffi, volée, olè, punto. 
Quando mi sono accomodato sul divano ammirando il verde campo inglese soleggiato e i due tennisti biondi e nordici che attaccavano lo spazio davanti a sè riducendo il tempo della riflessione, ho pensato che il vino migliore per accompagnarli poteva essere il Sancerre Les Monts Damnès 2013 di Thomas Labaille (Loira, Francia, sauvignon blanc), in questo periodo in ottimo stato di forma così come lo erano all’epoca i due atleti in campo. Un’annata che da un vino più nervoso, ma anche con maggiore dettaglio e rilievo, nordico senza essere distaccato, tutt’altro, coinvolgente per il ritmo serrato che riesce a imprimere al sorso. Richiama il sole e i prati, ti stuzzica con le sue erbe aromatiche e ti rinfresca con i suoi agrumi. Non è lungo di potenza aromatica, ma preciso nell’affondo salino e ricamato nei richiami olfattivi, è gustoso e vivace, e fatto di quell’equilibrio dinamico che caratterizza la volée di Stefan: linearità ed eleganza, sostanza e leggerezza. Come avesse le ali ai piedi.

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Archivio: Parliamo del naso (1949)


Regia: Glauco Pellegrini. Soggetto: Rodolfo Sonego. Consulenza artistica: Michele Guerrisi. Fotografia: Ubaldo Marelli. Produzione: Geo Taparelli per Lux Film. 
Data visto di censura: 2 febbraio 1949. 
Documentario abbinato alla proiezione del film In nome della legge

Non diciamo «Questo è il problema», diciamo solo che «è un problema come tanti altri». Ogni giorno in quest’aula ricca di elementi anatomici, gli allievi studiano una parte del corpo umano, oggi è di turno il Naso. E non è da credere che il problema di questa mattina sia semplice come si potrebbe immaginare. L’allievo cercherà invano di risolverlo, se la sua immaginazione non saprà andare oltre i limiti di questa stanza, dove il naso è scomparso da tanto tempo dagli scheletri che lo circondano. E dove sezioni anatomiche e plastici freddi e geografici fanno dimenticare il naso vero, vivo e palpitante. Né gli verranno in soccorso i poeti, i quali non si sono mai interessati del naso, e dire che un poeta si chiamava Ovidio Nasone. Invece è proprio il naso che distingue l’uomo dalla bestia. 
Nell’aquila, nel leone, nel cavallo, nel cane e perfino nella scimmia il naso non è che un organo di olfatto e di preda. Solo l’uomo ha un vero e proprio naso, e ciò fin dai tempi più remoti. 
Chissà com’erano veramente i nasi degli assiri e dei fenici, dalla pinna violentemente arricciata e quasi felina, e com’erano i nasi di questi due babilonesi sui quali il tempo si è così ferocemente accanito. Questo naso persiano invece ha sfidato i tempi. E com’erano i nasi degli americani, prima che Colombo ficcasse il suo in casa loro? 
In Egitto, l’odore dei preziosi profumi poteva affilare con tanta grazia il naso di Ramsete II, e quello di Sesostri. 
Soltanto gli Dei conservavano ancora un certo rapporto con le forme bestiali. Ma questo è il Duca di Urbino! Solo un regista cinematografico può confonderlo con una divinità egiziana. Scusatelo. 
Il più antico naso nostrano è quello del guerriero di Capestrano, e questo dell’Apollo di Veio è il primo naso di cui si conosca l’autore, Vulca. 
Ma il naso autentico, il re dei nasi, l’idea platonica del naso, il naso dei nasi, e chi non lo sa? È il naso greco. Di cui uno dei più belli esemplari è portato con fiera dignità dall’Auriga di Delfi, l’ansia e la polvere della corsa non alterano la pacata e superba respirazione. 
Altri nasi greci, severi e dritti, eleganti e vibranti, femminili e maschili, sono sempre giustamente considerati come i perfetti esemplari della nostra umanità. 
La Venere Capitolina girandosi intorno pare voglia farsi accarezzare dalle luci e dalle ombre della sua nicchia, e pare voglia fare aspirare il profumo d’ambrosia che accusa la sua natura divina. A noi non resta che lasciare la stupenda Venere al suo mistero. Ma non tutti i greci avevano il naso greco: Socrate per esempio non aveva un naso greco al cento per cento. I romani non erano platonici e nemmeno fotografi veristici, ma i loro ritratti hanno ancora una evidenza fisionomica e psicologica che nessuno ha mai superato. Avete già visto il naso di Giulia, di Bruto o quello rincagnato del perfido Caracalla. E quello di Adriano e di Settimio Severo. “Ma il naso più grande da noi conosciuto, è quello di un imperatore ancora ignoto nel magnifico bronzo capitolino, che non teme altra concorrenza se non quella del naso di Costantino, ma questo non è che un restauro. È il naso di un imperatore. Nessuno però ha pensato di restaurare i nasi di questi borghesi romani, brava gente, sempre ingiustizie nel mondo. 
Nell’arte medioevale, scomparendo il rilievo, il naso perde la sua profondità. E quasi a compenso, si vendica. Si vendica con l’altezza eccessiva o con l’arzigogolo della narice. Ma chi non conosce il naso di Dante come lo ha visto Giotto. Ad ognuno, Giotto sapeva dare il suo naso. Mistici invece sono ancora questi di Simone Martini. Nel Rinascimento non rinascono soltanto le antiche virtù, il sentimento nuovo della vita, l’esperienza e la filosofia di Platone, ma anche i nasi. 
Che guarda questo piccino del Ghirlandaio, forse una bella mela? Un naso malato. Non un naso brutto come quelli di Dürer e Arcimboldi. O quelli caricaturali, in cui Leonardo, non senza una certa malignità, fissava il carattere di alcuni personaggi del suo tempo. Ma quanto lavoro per caratterizzare i dodici nasi degli apostoli e quello di Gesù. Basta il naso per riconoscere il traditore. Con umorismo Michelangelo vede il profilo del Satiro con una certa crudezza, quella di questa vecchia Sibilla. Forse per vendicarsi del suo stesso naso rotto in gioventù con un pugno del Torrigiano. E che diversità di nasi da Savonarola a Paolo III. Da Leone X a Maometto II, al Doge Loredan. 
Costantinopoli e Venezia, due nasi eternamente in lotta. Dal Duca di Parma a Lorenzo il Magnifico. Il naso di Francesco I era così lungo, lo testimoniano Clouet e Tiziano. 
Con la musica del Settecento, la vecchia commedia creava le maschere e i burattini, ognuno con il suo caratteristico naso. Da Pantalone a Pulcinella, all’Arlecchino. La rivoluzione fa cadere insieme alla testa anche il naso di Maria Antonietta. Ma il naso di Napoleone non riesce ad imitare quello di Augusto. Beethoven e Leopardi, delusioni e tristezze sono i segni del Romanticismo. Da quando la nuova pittura di Cézanne fu vista come una finestra sul mondo, acquista importanza anche la camera gialla di Van Gogh. Qui infatti, al colmo della sua disperazione, il tormentato pittore preferisce tagliarsi l’orecchio e non il naso. 
I nasi meno razionali sono quelli di Modigliani. Hanno voglia i pittori moderni di scherzare col naso, la nostalgia dell’antico naso greco non può essere appagata dai nasi doppi e tripli fatti da Picasso. Sono nasi per modo di dire. Ecco per esempio una Venere di Picasso, no, no, il regista ha sbagliato ancora una volta. Se la Venere avesse quel naso sarebbe molto meglio che non “ne avesse alcuno, proprio come nelle maschere di Carrà e come in quelle di De Chirico (starnuti). Nella realtà però i nasi sono quelli che sono, poveri nasi, tristi nasi, sperduti tra la folla invano attendono l’artista che li eterni. I bambini sono attirati da ben altri nasi, non quelli dei Re, degli uomini politici, degli attori del cinema. Ma sono attratti dai loro giornaletti, dove i nasi assolutamente fantastici dei loro personaggi li divertono e li entusiasmano. Ma in questa gara di nasi favolosi e fantastici, il più famoso, l’imbattibile, il più commovente, il più sensibile e diremo il più... moralistico... è quello di Pinocchio. 


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Dall'Etna vedo Boca


Una delle cose più divertenti (e snervanti al tempo stesso per alcuni) del vino è la sua pervicace fuga, distanza, resistenza a qualsiasi regola, protocollo, formula o teorema provi ad ingabbiarlo. Puntualmente capita di stappare una bottiglia che smentirà le poche certezze che un degustatore fino a poco prima pensava di avere. E' inevitabile.
A proposito di ciò, da bevitore, nel tempo, con l'esperienza sul campo e il confronto con i colleghi avvinazzati, ho appuntato un paio di regole infallibili sulla bontà e la qualità del vino.
La prima è semplicissima: verificare se riesco a finire la bottiglia e come (con fatica, agilmente, senza accorgermene). La seconda, ancor più decisiva: se arrivato alla fine esclamo qualcosa del tipo cazzo è già finita?, vuol dire che quel vino mi è proprio piaciuto.

Lo so. Banale conclusione di un bevitore di vini. Mi sono rassegnato all'evidenza: al di là di qualsiasi teoria, il rapporto con il vino è individuale, filtrato dal proprio gusto. E il gusto è un insieme di tanti aspetti. 
Tanto per divertirci con un esempio e confondere le acque, direbbe Flaiano, e aggiungere nonsense su nonsense, raramente si parla della durata del rapporto con il vino. Il mio ideale sono un paio d'ore. Non di rado mi capita di presenziare a ritrovi orgiastici che impiegano dalle 5 alle 6 ore ininterrotte per svellere la pratica. Sarà che invecchio, ma ne esco sempre più fiaccato e sempre meno entusiasta. All'inverso non ho mai goduto particolarmente delle sveltine: quei cinque minuti di aperitivo davanti ad un bancone di un bar con tartine annesse m'intristiscono parecchio. Un'oretta, per me, è il tempo minimo.

Ieri leggevo questo interessante post di Antonio Boco che racconta della sindrome del Pian del Ciampolo. In sintesi: non è certo colpa del vino se noi degustatori abusiamo ed abbiamo le papille stanche; quindi, forse, bisognerebbe fare attenzione a non lasciarsi condizionare dalla ricerca di vini fin troppo scarichi. Ha perfettamente ragione. Così come, non ricordo chi lo scrisse, affermava che non tutte le sere abbiamo voglia di ascoltare Mozart. Qualche volta va benissimo Orietta Berti. E a proposito del Pian del Ciampolo, il "base" di casa Montevertine, ho bevuto uno squisito 2009 recentemente. Categoria Pesi piuma. Eccolo il bello del vino, la sua materia è multiforme e ti permette di raccontarlo con lo svolazzo finendo un po' dove ti pare. A Guglielmo Papaleo per esempio, di origini calabresi, nato a Middletown il 19 settembre del 1922, e meglio conosciuto con il nome di Willie Pep, 162 cm di altezza e 50 chili di peso. Fu campione del mondo dei pesi piuma dal '42 al '48 e nuovamente dal '49 al '51. E fin qui, niente più e niente meno di un pugile di talento. Ma c'è dell'altro: la notte dell'8 gennaio del '47 il campione del mondo è sul volo di linea che va da Miami a New York; l'aereo precipita, muoiono tutti, tranne uno. Lui. Come è possibile? Ha il corpo completamente maciullato, quando il manager, Lou Viscusi, lo va a trovare in ospedale, vede una mummia che rantola. Dopo sei mesi Gugliemo torna sul ring e riconquista il titolo. Willie "l'indistruttibile" Pep è morto nel 2006, a 84 anni. Ah, se qualcuno si sta chiedendo cosa c'entra? rispondo subito: stupore e meraviglia sono due cose che nel mio vino ci devono sempre essere.

Tornando ad Antonio Boco e alle sue riflessioni per quel che mi riguarda non è questione di peso, ma di quel punto di equilibrio tra densità ed energia e ritmo. Un'armonia che puoi ritrovare tanto nelle 700 pagine dei fratelli Karamazov quanto in un racconto di 10 di Raymond "asciugatutto" Carver. O, rimanendo al pugilato, cambiando categoria, passando ai pesi massimi: ritrovare nello Chateauneuf du Pape Reserve des Celestins di Bonneaux l'incontro tra George Foreman e Muhammad Alì a Kinshasa, the rumble in the jungle. Citare ciò che scrisse Norman Mailer ne La Sfida a proposito dell'incontro parlando del Satyricon 2012 di Luigi Tecce. Un aglianico da 15 gradi che libra e saltella come Alì. 

Volendo essere ancor più chiari su quel punto di equilibrio e di armonia tra densità ed energia e ritmo direi del Boca 2010 dei Barbaglia, nebbiolo del Nord Piemonte o dell'Etna rosso 2013 di Masseria Sette Porte. Che, sì, andrebbero conservati e aspettati, ma al mio gusto un buon vino lo è da subito molto spesso. E questi ultimi due lo sono e ogni volta che li bevo dico cazzo è già finita? E allora ne stappo subito un'altra.

posted by Mauro Erro @ 13:09, , links to this post






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