Pavlov's Dog


Diciamo che questa come reazione pavloviana non è rapidissima, visto che l’ultimo numero di Enogea è uscito da almeno un ventina di giorni, ma trattandosi del numero 50, tondo tondo, mi pare giusto recuperare con uno dei consigli più belli contenuti al suo interno. Non si tratta di vino come potete vedere e viene dritto dallo spazio On the road di Persichetti, l’alter ego del masna. 

Negli stessi giorni in cui Enogea veniva spedita, per una strana coincidenza, Federico Guglielmi (ex Mucchio selvaggio, ora su Blow up e Audo review) ha ripubblicato sul suo blog, L'ultima Thule, un vecchio articolo su questa band americana. Per chi volesse saperne di più, basta cliccare qui. Chi, invece, volesse ascoltare gratuitamente prima di acquistare Pampered menial, il bel album del 1975,  può cliccare qui su youtube. 

Quanto all’ultimo numero di Enogea, prometto di ritornarci presto. Nel frattempo date uno sguardo qui. Oppure qui. Oppure scrivetemi alla mail che trovate nella colonnina qui di fianco.

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Momenti Federer


Una maledetta esperienza quasi religiosa, disse l’autista della navetta stampa di Wimbledon, nel 2006, per definire quei momenti che molti appassionati di tennis conoscono. Quegli istanti successivi a un colpo vincente del tennista svizzero Roger Federer, attimi un cui ti cade la mascella, strabuzzi gli occhi ed emetti suoni che fanno correre la tua consorte dalla stanza accanto per controllare che tutto sia a posto. Lo racconta David Foster Wallace, lo scrittore americano inviato speciale per l’occasione del New York Times, in un articolo tradotto da Matteo Campagnoli ed edito da Casagrande nel 2010; un delizioso libricino di circa trenta pagine il cui titolo muove dall’espressione utilizzata dall’autista: Roger Federer come esperienza religiosa.

Mi è capitato tra le mani grazie ad un amico che me lo ha prestato negli stessi momenti in cui parlavo di una mia esperienza simile. Ovviamente non c’entra nulla Federer né tantomeno il tennis, la causa della mia maledetta esperienza quasi religiosa fu una bottiglia di vino, il Clos Saint-Denis Cuvee Tres Vieilles Vignes 2010 di Domaine Ponsot, assaggiata un paio di anni fa. 
Non ne ho mai scritto per questione di pudore e perché non amo l’abuso delle iperboli, non amo trasformare momenti unici in qualcosa di reiterato e comune, come se accadesse a ogni bottiglia o quasi bevuta. Perché non è vero che accada, banalmente. 
Così come so che ciò che ho provato potrebbe essere tranquillamente spiegato, dai più diffidenti e scettici, come un calo di zuccheri dovuto all’intensa giornata trascorsa a correre su e giù per i paesini della Borgogna ad assaggiare vini. O come una congestione dovuta al forte sbalzo di temperatura tra l’esterno e l’interno della cantina di Ponsot. Così come so che il clima della compagnia era allegro, perché girare per la Borgogna ad assaggiare i 2010 fu molto divertente, e in quel preciso istante avevamo appena assaporato tutti i migliori cru prodotti dal Domaine Ponsot. L’ultimo era stato il Clos de la Roche. So anche che nel momento in cui ci accingevamo a degustare il frutto dei 0,38 ha di Clos Saint-Denis contenuto in un’unica e sola barrique, sapevamo che difficilmente avremmo avuto occasione nella nostra vita di averne una bottiglia e di poterne bere ancora, visto quanto poco se ne produce e quanto costa e il nostro stato d’animo si predispose in un contegno monacale e religioso. 

Nonostante sappia che ci possano essere mille spiegazioni, del tutto logiche, delle cause di quell'esperienza, so anche della loro inutilità perché ogni vero appassionato di vino può capire cosa mi successe. Vidi la luce. Una sorta di bagliore che annullò completamente la mia vista periferica, tanto da ridurre il mio spazio visivo a pochi gradi: un cerchietto di nuda roccia davanti a me. Tutti i suoni, i commenti dei miei compagni di viaggio mi arrivavano ovattati, non distinguibili, un sottofondo lontano e provavo la sensazione di lievitare, staccandomi di qualche centimetro da terra. Un’energia che invadeva il mio corpo lo rendeva leggerissimo.
Poi, dopo pochi attimi, sono rinsavito. 

So anche che non occorre essere appassionati di vino per capire questa esperienza quasi religiosa, perché queste sensazioni estatiche, nonostante molto rare, io le ho provate anche quando ho visto fare alcune cose a Diego Armando Maradona o quando mi sono innamorato. 
E infine l’ho raccontata perché come scrive David Foster Wallace Il genio non è riproducibile. L’ispirazione, però, è contagiosa e multiforme – e anche solo vedere da vicino come la potenza e l’aggressività possano essere rese vulnerabili dalla bellezza ci fa sentire ispirati e (in modo fuggevole e mortale) riconciliati.

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A.A.A. cercasi


L’annata 2005 in Borgogna è considerata una delle più grandi di sempre, la migliore tra le ultime. Credo sia un parere più o meno unanime ed è per questo che il senso della mia frustrazione acuisce davanti l’evidenza che, per quello che ho assaggiato finora, non riesco ad instaurare con lei una buona confidenza. Non ne ho assaggiate migliaia, capiamoci, d’altronde i prezzi sono quelli che sono, ma qualcuno sì e anche nell’ultima occasione offerta da un amico che mi ha portato alla cieca il Beaune di Gaunoux, un’azienda di cui ho già assaggiato alcuni vini davvero buoni, da cui sono stato in visita e di cui ho buona stima, anche in questo caso, dicevo, non sono stato trascinato. Un buon vino, per carità, ma dello stesso, di carattere molto diverso, ho preferito il ’99: una piccola delizia. 
 Sarà il carattere epicureo delle mie origini – vedi documento video qui* – che non sempre mi fa apprezzare le annate che saranno, ma giacché non mi capacito, sarebbero graditi consigli che possano acquietare questa mia frustrazione e insofferenza. Vini che mi mettano in pace con quest’annata. Ah, già che ci siete, vini dal costo umano per cortesia.

* Mentre parliamo il tempo sarà già fuggito, come se ci odiasse: cogli l'attimo, confidando il meno possibile nel domani. (Orazio, Odi, I, 11, 8)

posted by Mauro Erro @ 11:49, , links to this post


Abbinamenti test



Nella mia carriera di bottegaio di quartiere, di spacciatore di sostanze idroalcoliche stupefacenti, ho scoperto che per chi è definito il consumatore medio dai manuali di anatomia del mercato vinicolo, la teoria dell’abbinamento cibo/vino è qualcosa di relativo. 
Avendo dalla sua il fattore C – detto anche la fortuna del principiante – il consumatore medio già sa ciò che i degustatori di professione e gli appassionati incalliti acquisiscono come illuminata verità dopo anni e anni passati a sacrificare il proprio fegato: ogni occasione è buona per stappare una bottiglia di vino, ogni cena o pranzo, anche il più gramo e senza stare troppo a cavillare. D’altronde questa banale verità si diffonde sempre più come un vero e proprio mantra nel ristretto ambito degli addetti al settore, una tendenza a rivisitare la teoria dell’abbinamento con il vino già colta da altri, prontamente capitalizzata da creativi organizzatori di manifestazioni viste le mail che mi arrivano dagli uffici stampa: vino e filologia romanza, vino e frigoriferi degli anni ’40, vino e canti popolari delle tribù delle Ande, tra le altre a mo’ di esempio. 
Eventi che il consumatore medio, non privo di un accento snobistico, guarda con diffidenza e con fare naif sentendosi più vicino alla tradizione: il cibo, con il quale relaziona il vino, grosso modo, secondo gli assiomi detti di Plinio il Vecchio: rosso corposo per la braciata, bianco per il pesce. Il rosato è una trasgressione. 
Soprattutto, se egli incontrerà un vino di suo particolare gusto, difficilmente sarà portato a cambiare per il futuro fin quando non ne sarà oltre modo annoiato. Sempre che riesca a ricordarsi cosa ha bevuto: “Era un sangiovese. L’azienda non la ricordo, l’etichetta era blu.” L’annata è informazione irrilevante per loro. 

Tra questi, poi, ne esiste una sottospecie che riporta il significato del vino solo al valore di medium conviviale tra persone. Questa categoria è solita frequentare le enoteche italiane tra le 19:30 e le 20:30, in particolar modo nei giorni che vanno dal giovedì al sabato. Li si riconosce perché portano vestiti appena ritirati dalla tintoria e/o appena stirati e/o appena inamidati. Sono accaldati e hanno fare sbrigativo, vanno di fretta e sono indecisi, hanno i capelli leggermente bagnati o non del tutto a posto, lasciano un’intensa scia di bagnoschiuma e/o deodorante e/o profumo. Hanno lasciato l'auto davanti al negozio in seconda fila, con le quattro frecce d'emergenza accese e dentro vi hanno lasciato una compagna/o già impaziente. Sono già sudati perché sono ritornati dal lavoro, hanno trovato con difficoltà parcheggio, si sono fatti al volo una doccia, si sono rivestiti mentre discutevano con la propria compagna/o e adesso vogliono comprare una bottiglia da portare agli “amici” a cena. Non hanno idea di cosa troveranno a tavola per cui vogliono un vino che si adatti a tutto ciò che l’uomo conosce di commestibile, che non costi troppo - “è solo un pensiero” - e nel caso la scelta finisca su un bianco, che sia possibilmente già freddo. 
Per loro le informazioni utili su cui occorre informarti riguardano i padroni di casa e sono: 
- Sesso: uomo o donna. 
- Stato sociale: nubile, celibe, sposato (la moglie beve poco/la moglie non beve/ la moglie apprezza particolarmente) 
- Età. 
- Ceto Sociale: libero professionista, medico, portiere d’alberghi. 
- Ultimo luogo in cui è stato in vacanza: montagne dell’Uzbekistan, Scalea, Sharm el-Sheikh, Riserva dello Zingaro. 
- Varie ed eventuali. 

L’abbinamento a cui, invece, non ho trovato ancora soluzione riguarda la richiesta avanzatami da un amico inglese che durante l’importantissima, sentitissima, agguerritissima partita test di cricket tra Inghilterra e India di qualche tempo fa, mi chiese un vino che si potesse sposare giustamente con l’evento: gradevole, che infondesse calore, ma non fosse eccessivamente alcolico per berne un bicchiere di più, che lenisse i mali di una sconfitta e aiutasse le felicitazioni di un’eventuale vittoria. Ora, neanche ci penso a spiegarvi le regole dello “sport dei gentiluomini”, abbastanza complesse, ma posso dirvi che la test cricket è un vero e proprio tipo di partita (le altre Twenty20 e l’ODI), anzi la più nobile. 
La, partita. 
E dura dai tre ai cinque giorni. 
Idee?

posted by Mauro Erro @ 11:55, , links to this post






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