Seminario sullo Champagne a Faenza



Se siete a Faenza o da quelle parti i primi giorni di Luglio (3, 4, 5 e 6) non perdetevi l'incontro con Francesco Falcone e più di trenta Champagne da assaggiare. Per info e costi, basta guardare il video.

posted by Mauro Erro @ 16:34, , links to this post


Le Macchiole e Montevertine insieme per l'Emilia







A pensarci sono stati loro, ma l’iniziativa ha avuto un tale successo che anche altri produttori hanno chiesto di partecipare.

Di cosa stiamo parlando? 

Ma della cena di beneficienza pensata e organizzata dall’azienda Le Macchiole e dall’azienda Montevertine a San Miniato, oggi 20 giugno, presso il ristorante Papaveri e Papere per aiutare i terremotati dell’Emilia.

Le preparazioni dello chef Paolo Fiaschi saranno accompagnate, in libera degustazione, al Pian del Ciampolo 2010 e al Montevertine 2009 dell’azienda Montevertine e al Paleo bianco 2010 e al Bolgheri rosso 2009 dell’azienda Le Macchiole.
Il costo della cena è di 30 € e il 50 % dell’incasso sarà devoluto in beneficienza. 
Ma non finisce qua! 
Durante e dopo la cena verranno battute all’asta quattro rarità da collezione, in formato speciale, prodotte in quantità limitatissime e l'intero ricavato verrà devoluto ai terremotati. 

Questi i vini che saranno battuti all’asta da Luisa Bianconi, tra parentesi trovate la base d'asta da cui partiranno le offerte: 
IL SODACCIO 1990 DOPPIO MAGNUM (300 euro) 
PERGOLE TORTE 1997 DOPPIO MAGNUM (350 euro) 
MESSORIO 2004 MAGNUM (300 euro) 
PALEO ROSSO 2004 DOPPIO MAGNUM (120 euro) 

Ci sono due possibilità per partecipare: 
1.andare alla cena...con il portafoglio... 
2.tramite email inviando una mail a g.putzolu@lemacchiole.it con l'offerta minima e l'offerta massima proposta. 

Per info contattare Le Macchiole o Montevertine o direttamente il ristorante Papaveri e Papere  0571409422 - 3477295133. 

Adele Chiagano

posted by Mauro Erro @ 10:43, , links to this post


Eitelsbacher Karthauserhofberg Riesling Spatlese 2010


C’è una domanda che provoca all’appassionato una certa inquietudine. Quando potrò stapparla? Una domanda ricorrente e che riguarda la gran parte dei vini che si acquistano. Una domanda che un po’ vuol divenire regola: che acquieti la nostra voglia e curiosità di stappare la bottiglia il prima possibile. Una domanda sostanzialmente senza risposta perché, a meno di berne continuamente, non potremo mai sapere quale sarà il momento giusto per stappare una bottiglia e coglierla all’apice della sua espressione. 
Una domanda che diventa una sorta di rebus a molteplici variabili e risposte multiple quando parliamo di riesling tedeschi, difficilmente apprezzabili in giovanissima età per svariati motivi. Innanzitutto per il grado zuccherino sempre presente che a seconda del predicato aumenta. Poi per la quantità di solforosa, di cui i tedeschi di certo non difettano. Infine per l’acidità che, in alcune annate, può tranquillamente arrivare al doppio, in termini numerici, di un qualsiasi vino bianco italiano che definiamo acido, e che nei primi anni fa assomigliare i riesling più a delle spade laser che a dei vini. E infine l’orizzonte aromatico che abbisogna di un minimo di tempo per disegnare molteplici sfumature. 

Tra i vini più accessibili rispetto ad altri in un breve arco temporale vanno annoverati quelli prodotti da Karthauserhof. Innanzitutto perchè siamo nella Ruwer e non nella zona centrale della Mosella. Poi per scelta stilistica, alla ricchezza zuccherina si preferisce una silhouette più affilata, incentrata sul profilo acido/minerale. E ciò vale anche per questa bottiglia che regala pompelmo, erbe aromatiche e borbottii minerali al naso ed una beva trascinante per ritmo, tensione, ma anche per il succo di cui non difetta e l’equilibrio che si riverbera in un finale pulito e nitido. E che lo rende apprezzabile e armonioso nonostante la giovane età.

posted by Mauro Erro @ 09:19, , links to this post


Equazioni vinose: l’acidità sta al buono come il lievito alla verità

Da Enogea Social di ieri. E per chi è su Facebook, qui può leggere i vari interventi. (me)


Ormai è sempre più riscontrabile in alcuni ambienti del vino uno spostamento di valori e di parametri di valutazione quando si assaggia un vino. In questi ambienti la “verità” conta più del “buono” ed è quest’ultimo a doversi adattare, a dover cambiar pelle nella sua accezione più comune.
Una volatile alta, un’ossidazione troppo pronunciata, odori che mai avremmo pensato poter essere gradevoli sono non dico ricercati, ma quanto meno accettati in uno slancio, di moto a luogo, a braccia aperte verso sensazioni “diverse” e verso questi vini.
Per un degustatore, quindi, prima che il calice da porgere al produttore, conta armarsi di block notes, penna, di una serie di domande incrociate (una stanza buia e una luce dritta sul viso del malcapitato possono aiutare) per appurare la verità: quest’ultima diverrà bontà nel vino solo se coincidente ad un protocollo rigoroso tanto in vigna quanto in cantina, elastico su ben pochi punti.
Il lievito adda essere indigeno, la tradizione rispettata.
E non importa se alla tradizione si da un concetto statico, la si fissa ad una data come fosse la scoperta delle Americhe da parte di Colombo e non conta quello che è successo prima o ciò che è successo dopo, o ancor peggio, non importa se la tradizione in alcune zone viticole non c’è mai stata.

I più tenaci, i più intransigenti e coloro che hanno le posizioni più estreme, ho spesso constatato nella mia esperienza, sono figli dell’urbe che al mondo agricolo calzano un vestito bucolico ed etico al tempo stesso, avendo della Natura un’idea metafisica di Matrigna buona e giusta. Di conseguenza, sono soliti attribuire al mondo contadino, quale umile servitore della suddetta Natura, virtù e doti che da un punto di vista strettamente storico il mondo contadino non ha mai avuto, non badando, molto spesso, al valore principe del pragmatismo contadino: il buon senso.

Finiscono così, questi appassionati, con il contrapporre un decalogo tanto rigido quanto lo erano certe idee sul fare vino di un decina di anni fa e più, finendo con il trascurare chi, invece, del vino ne è l’interprete con le sue idee, la sua esperienza, il suo lavoro, i suoi sacrifici e le sue responsabilità: il vignaiolo. Perdendo, allo stesso tempo, il cambiamento delle campagne di oggi, modellate da altri uomini che provengono dalla città, produttori senza un passato contadino vero e proprio, finendo con l’utilizzare il calice e l’assaggio non come fine, ma come strumento che dimostri la validità delle proprie idee e opinioni, degustando il vino non con la bocca, ma con il cervello.

posted by Mauro Erro @ 09:52, , links to this post


Collio Brazan 2009, I Clivi


Credo di aver già scritto della mia simpatia per il tocai Friulano e mi rallegra la sua “riscoperta” negli ultimi anni da parte di produttori e appassionati. Un vitigno che, al di là delle variegate interpretazioni, è capace di dare vini solenni, austeri e alteri, che a potenza e intensità preferiscono solidità e sfumature, alcune volte solo tratteggiate, altre volte più dettagliate.
Il Brazan è un cru della famiglia Zanusso, una vigna nel Collio Goriziano di viti 70enni da cui nascono 3.000 bottiglie. Un bianco che sosta (in acciaio) lungamente sulle sue fecce e che nelle note verdeggianti, che pure appartengono al tocai, e in quella spruzzata di pepe ricorda nitidi i Sancerre, di cui replica il portamento all’assaggio: asciutto e salato, aromaticamente essenziale, invade di aromi il cavo orale risalendo dalla gola dopo la deglutizione. Il 2009 è una delle versioni più emozionanti che io ricordi.

posted by Mauro Erro @ 08:45, , links to this post


Il Grande vino


- “Pronto, Signor Pèllaro?” 
- “Si?” 
- “Salve sono Mauro Erro, la chiamo per quel campione di vino che mi ha lasciato?” 
- “Ah si, l’ha assaggiato?” 
- “Si, l’ho assaggiato. Solo una domanda: ma rispetto all’esordio, al vino dell’anno scorso, avete cambiato qualcosa nel modo di farlo?” 
- “No, che io ricordi no. Perchè?” 
- “Sicuro? Negli affinamenti, ad esempio, non avete cambiato nulla?” 
- “Argh, ha ragione. Quindi se n’è accorto? Abbiamo comprato i legni nuovi. Quelli piccoli. Il vino c’è stato 24 mesi dentro.” 
- “E si sente.” 

Avete presente gli odori che sentite quando entrate in una falegnameria? Di legno nuovo e di affumicato da bruciatura, con il sibilo della sega ancora in funzione che vi fa percorrere un leggero brivido dietro la schiena? Il vino odorava proprio di quello e al palato, dopo che oltre la bocca si era raggrinzito pure il collo per la disidratazione provocata dalla quantità di tannini presenti, un prorompente finale amaro chiudeva l’assaggio. 

-“Bene, mi fa piacere che si senta. Volevo fare un grande vino.” 
- “Mi scusi Pèllaro, ma perché questo cambiamento, il vino dell’anno scorso era cosi buono, così fruttato, godibile. Come mai avete deciso di cambiare l’affinamento?” 
- “Gliel’ho detto. Volevo fare un grande vino. Poi abbiamo fatto un secondo vino, affinato solo in acciaio.” 
- “Ah ecco. Pèllaro mi ricorda quante bottiglie produce?” 
- “Settemila.” 
- “E c’era bisogno di fare un secondo vino?” 
- “Si, un vino più fruttato, più godibile, più facile da bere.” 
- “???” 

Una cosa che non ho mai capito frequentando i produttori nei miei giri, sono i tanti che nel vino cercano una sorta di riscatto sociale che si traduce nella solita ambizione: fare il Grande vino. Non un buon vino, ma un grande vino. Un grande vino che per tanto tempo e ancora oggi ha una sua ricetta consolidata: una grande cantina, un grande enologo, legno nuovo, eccetera eccetera. Di questi produttori, mai nessuno che abbia semplicemente pensato che oltre un bravo interprete e un vitigno o più vitigni che si prestassero a tale ambizione, ci voglia una grande vigna. E che di grandi vigne, non ce ne sono, ahimè, decine e decine per ogni comune italiano.

posted by Mauro Erro @ 09:15, , links to this post


Champagne extra brut Yves Ruffin


Finché è così duro dovrete avere un palato allenato, rimembrando un vecchio slogan, da uomo (o donna) che non deve chiedere mai. Altrimenti dategli un po’ di tempo, lasciatelo un po’ in cantina e aspettate che si ammorbidisca un po’. Uno Champagne vibrante, con una frutta pura, un’acidità tagliente ed una bollicina esuberante, che non è disposto a regalare niente, austero e inamovibile. 
La Maison Yves Ruffin è a Avenay Val d’Or, a metà strada tra Ay e Bouzy, ai confini del parco della Montagne de Reims. Fondata nel 1970, ha subito intrapreso la strada del biologico, ben prima che si diffondesse come tendenza, nei suoi tre ettari di vigna – 60% pinot nero e 40% chardonnay – da cui ricava circa 20.000 bottiglie l’anno. Tutti gli Champagne della casa svolgono malolattica e vengono affinati in grandi botte di rovere ad eccezione proprio dell’Extra brut che, cosa molto rara in Champagne, passa in legni di acacia. Prima di essere immessi al commercio gli Champagne della Maison riposano almeno tre anni. 
In Italia sono distribuiti da L’Etiquette di Dario Pepino di Torino, il costo in enoteca si aggira intorno ai 40, 45 euro. E se proprio non riuscite a resistere, bevetelo su un gateau di patate (arricchito di pezzetti di salame, una spolverata di parmigiano e di pecorino, un poco di mozzarella e un pizzico di prezzemolo). Ci fa l’amore.

posted by Mauro Erro @ 09:20, , links to this post






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