Quando morì Masaniello

Diamo un po’ di numeri.
Gli aventi diritto al voto in questa recente tornata elettorale nella città di Napoli erano poco più di 800.000. Diritto che è stato esercitato ieri, nel ballottaggio per l’elezione a nuovo sindaco, da appena metà cittadinanza, 400.000 persone tra cui io che mi ero astenuto al primo turno.
De Magistris è il nuovo sindaco (con 260.000 voti circa) rispetto al candidato di centrodestra Gianni Lettieri (arrivato a circa 140.000 voti).
Semplificando: su 10 cittadini quasi 1 persona e mezza ha votato centrodestra, 2,6 per De Magistris, 4 si sono astenuti, due non possono votare.

Non credo ci voglia una laurea ed un master in politologia per analizzare questo voto a Napoli; un voto di condanna nei confronti di una classe politica sfacciata, ignorante e corrotta.
Napoli sommersa dalla monezza ha scelto (per la sua metà) di esercitare la propria protesta non votando, non sentendosi rappresentata né da chi, il centrosinistra Bassoliniano, in 20 anni ha ramificato nella società quel sistema clientelare che si è spartito la torta e che, tornando all’emergenza rifiuti, ha patteggiato con la camorra, né il centrodestra dove la camorra s’insinua fino a coinvolgere il coordinatore del Pdl campano Nicola Cosentino - respinta in Parlamento la richiesta di autorizzazione a procedere per l'esecuzione della custodia cautelare per il reato di concorso esterno in associazione camorristica (con interessamenti, vedi Eco4, proprio nella faccenda rifiuti) – e il presidente della provincia di Napoli Gigino la polpetta, (al secolo Luigi Cesaro), già implicato in fatti di mafia all’epoca della nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo e il cui pedigree, compreso qualche affaruccio con la monezza, potete leggere qui.

Poi ci sono coloro che hanno confidato in De Magistris ritenendolo soprattutto una persona perbene in grado di portare il cambiamento; di sicuro, complice l’astensionismo, ha fatto saltare il banco (o almeno così pare).

Considerando che nelle fila degli elettori del centrosinistra che hanno votato Morcone al primo turno, così come nelle fila degli elettori del centrodestra, non ci sono solo killer efferati, farsi due calcoli è gioco semplice per dimostrare, precisazione inutile quanto stupida ma all’altezza di alcuni osservatori illuminati, quanto larga parte, la maggioranza dei partenopei, siano persone perbene.
Ma questo è il meno.
Uno degli aspetti che mi ha colpito in tanti anni di commenti sui miei concittadini è sempre stato il tono, tra il greve, rassegnato, filino snob e un pizzico razzista, di alcune delle genti di fuori (ma anche di dentro) che esclamavano frasi come se stessero parlando di un terzo mondo lontano: I napoletani dovrebbero imparare a fare la differenziata e poi è colpa loro che votano da 20 anni Bassolino.
Già, come se si stesse parlando di una provincia lontana del regno Borbonico e il resto d’Italia fosse governato da un’illuminata famiglia Medicea con a capo il magnifico Silvio. In sella, pure lui, da un ventennio, pare.

Bene, rassicuriamo coloro capaci di tali profonde osservazioni: nel mio quartiere, zona collinare, da un anno si procede con la differenziata. Solo con quella, senza alternativa alcuna, per cui, a meno che qualcuno non la stipi in casa la propria immondizia (pratica in uso in certe tribù meridionali), siamo a quota 100% della raccolta. Ci siamo riusciti, è stato difficile per noi, ma ci siamo riusciti: ci ha aiutato, lo ammettiamo, il fatto di essere stata la prima città d’Europa a fare la raccolta differenziata. Lo scriveva, ammirato, Goethe nei suoi Viaggi in Italia nel 1787; per noi, dunque, è stato come tornare sulla bicicletta.
Certo poi chiedersi se questi rifiuti differenziati diventano ecoballe non a norma che verranno depositate a marcire per i prossimi trent’anni in un sito di stoccaggio anch’esso non a norma che ci avvelenerà che importa, vero?

Oppure prendersi la briga di raccogliere un po’ d’informazioni, come quelle date su questo blog (qui, qui, qui, qui e qui), per scoprire chi c’è veramente dietro quest’emergenza? Chi è Impregilo, chi gli attori e come sono andate veramente le cose? Commissari straordinari con i poteri straordinari qui ne sono passati tanti, anche di centrodestra, questori e prefetti, fino all’iperattivo Bertolaso e il definitivo Berlusconi.
Definitivo. Solo un folle poteva pensare di venire a Napoli e di annunciare nell’ultimo giorno di campagna elettorale: “Non vi preoccupate, non compro Hamsik e non abbatto le case abusive”. I partenopei, civilissimi, rendendosi conto della follia, glielo hanno urlato: scemo.

Confido nella forza di volontà della Lega Nord – come a scuola, quando si diceva è intelligente ma manca di volontà: vale anche il contrario – nel realizzare il federalismo per dare una mano a De Magistris. Varrà anche per i rifiuti, credo: che gli imprenditori della Bassa Brianza se li tengano invece di mandarceli qui, accomodandosi con la camorra.
Uh, anche al nord conoscono la camorra. E di cosa dovremmo meravigliarci? Sciascia lo raccontava nel 1970; la famosa linea della palma. Ma questo è altro discorso.

O forse no?
Vuoi vedere che i terzomondisti stanno molto più avanti su certe cose?
Sarà che abbiamo fatto il callo.
Allora speriamo valga d’insegnamento per il resto d’Italia, compresa quella con la puzzetta sotto il naso che ci guarda dall’alto nord (a sud di qualcun altro), così come è valso d’insegnamento per me che, con i miei concittadini, mi ci sono pure incazzato qualche volta.
E invece questo popolo dal profondo della propria cultura, con la compostezza che può chi sa di essere condannato a morte, ha dato lezione di civiltà dicendo chiaramente che Masaniello è fernuto.

Speriamo lo capisca anche De Magistris e che ai condannati venga data la grazia.
ah

posted by Mauro Erro @ 08:39, , links to this post


Nerello dell'Etna: uno, nessuno, centomila

Palmento, Etna, Azienda Biondi

Dall'inizio di quest'anno ho deciso di concentrarmi sui vini dell'Etna per cercare di capirne qualcosina in più. Da qualche tempo, ormai, si parla sempre più insistentemente dei vini rossi di questa denominazione come il nuovo paradiso per tutti gli appassionati (ma anche perché no, produttori) di vino. Paragoni spesso impegnativi sono stati spesi per descrivere alcune delle più emozionanti bottiglie degustate. Tra i riferimenti più ricorrenti sicuramente quello che più mi è capitato di sentire, io stesso sono stato il primo ad abusarne, è quello con il pinot nero e più nello specifico con la Borgogna. Parlando, però, con chi di Borgogna davvero ne capisce, il nostro Magister (al secolo Giancarlo Marino, n.d.r.) giusto per fare un esempio, ti accorgi subito, già dallo sguardo (compassionevole), prima ancora di una vera e propria risposta, delle mille perplessità che circondano questa ipotesi tanto affascinante quanto azzardata. Un dubbio, allora, mi assale e mi rendo conto che forse i vini dell'Etna sono il fenomeno enologico più sopravvalutato di tutta la penisola. A corollario di quanto esposto ti arriva, poi, il (solito) Mauro (Erro) a sollevare, qualora ne sentissi il bisogno, un ulteriore interrogativo accessorio, non da poco, il classico domandone da un milione di dollari. Questi vini arrivano sul mercato mediamente a due, tre anni dalla vendemmia (eccezione Calabretta ma sul cui stile c'è poco, a mio parere, da stare a discutere: ossidativo duro e puro, nel senso più nobile del termine, ovviamente) e penso che davvero in pochi abbiamo avuto modo di testare bottiglie con venti e passa anni sulle spalle (per quelle poche che potrebbero reperirsi in circolazione). Ci sarebbe, ancora, da analizzare e distinguere tra i diversi territori ma anche in questo caso siamo lontani anni luce da un attendibile classificazione alla francese ma anche da una semplice individuazione sistematica, più o meno storicizzata, come avvenuto in Langa. Stabilire quali siano le contrade grand cru o, almeno, quelle che potrebbero aspirare semplicemente alla dignità di cru e via dicendo, mi sembra, allo stato dell'arte, un lavoro se non del tutto improbabile, comunque, poco attendibile. Ho citato la terra del nebbiolo ed è questo un altro vitigno a cui non di rado il rosso etneo è stato accostato. Io, scusatemi se mi ripeto, è dall'inizio di quest'anno, che sto cercando di assaggiare quanta più roba possibile, partendo dalle ultime annate fino ad andare a ritroso quanto più possibile attingendo alla mia cantina e alle occasioni che mi si presentano. Brancolo nel buio. La mia conclusione è che c'è tanta, troppa confusione per cercare di fare un po' d'ordine. Per tutta una serie di variabili che è facile immaginare. Diversa esposizione, altimetria, sistema d'allevamento (che non sempre è l'alberello come si pensa) età d'impianto delle vigne. Soprattutto il diverso stile produttivo da cantina a cantina, con differenze talvolta rilevanti, sul risultato espressivo che si vuole raggiungere. Alla fine dei giochi, però, io una mia conclusione provvisoria l'ho raggiunta in attesa di essere smentito. Da giovane il nerello assomiglia, effettivamente, ad alcuni pinot della Borgogna, una Borgogna minore mi verrebbe da sottolineare... Certo è che nonostante la forte corrispondenza di sensazioni anche nelle migliori interpretazioni rimane piuttosto lontano dalle vette borgognone ma anche da alcuni semplici "village" dove il manico può fare la differenza e che differenza... Il profilo olfattivo di piccoli frutti rossi, fresco floreale ed insistente mineralità, avaro di tannino, o se preferite generoso di tannini già risolti, abbinato ad una scalpitante acidità gioca un ruolo determinante in questo parallelo di eleganza e beva trascinante. Col trascorrere degli anni, anche pochi anni, subito si nota, tuttavia, un primissima divergenza evolutiva. Il Nerello etneo tende velocemente a terziarizzare al naso pur conservando al palato buona freschezza e succo. Il profilo vira, repentinamente, verso un ventaglio aromatico più speziato, fenolico e balsamico avvicinandosi sempre più al nebbiolo piemontese. Anche la tenuta a bottiglia aperta rivela, non di rado, una simile progressione piuttosto brusca e sbrigativa. Insomma un vino-vitigno dalle due facce e due velocità. Questo atteggiamento non può che indurmi a sospettare sulla longevità presunta ed attesa di alcune etichette. Cautela è d'obbligo!

Fabio Cimmino
ah

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Sette giorni di cattivi pensieri

Gianni Mura

Stamane ho comprato il secondo volume dei Racconti d’autore della Domenica del Sole 24 ore. Una bella iniziativa editoriale a prezzi popolari – 50 centesimi più il costo del giornale – che affianca quelle già messe in atto dal Corrierone e dal gruppo editoriale l’Espresso con La Repubblica e manifesta la crisi della stampa: pur di accaparrarsi lettori e vendere qualche copia di più si è arrivati a prezzi stracciati.
Ve li ricordate i tempi in cui dopo il primo numero di lancio dell’iniziativa tutti quelli a seguire costavano 7,99-8,99-9,99?
È il mercato bellezza e i consumatori esultano: viva la free press.

L’altra settimana l’esordio è spettato a Hemingway e i suoi racconti ambientati durante la rivoluzione spagnola quando tornò ad essere cronista. Dopo il periodo francese post conflitto mondiale, Gertrude Stein e la generazione perduta, il successo del suo primo romanzo, Il sole sorge ancora e l’insuccesso di Morte nel pomeriggio, resoconto particolareggiato della corrida da cui fu sedotto durante le sue ripetute partecipazioni alla festa di San Fermin.

Racconti ricchi di epica ed eroismo, di silenzi e pause dove ciò che sta per accadere sembra essere decisivo e ogni situazione pennellata di atmosfere rarefatte, di eleganza, stile, trucchi di donna e gonne lunghe, fumo di sigaretta e buon gin e camerieri baffuti che avevano storie da raccontare.

Cose che mancano non poco ai giorni nostri.
Così come mi mancherà il puzzo d’inchiostro del giornale a cui sono romanticamente legato e le rubriche come quella di Gianni Mura, la domenica “sportiva” de La Repubblica: sette giorni di cattivi pensieri.
Può mancare qualcosa che non si è conosciuto?
Già perché è una rubrica che ho scoperto in ritardo e che sto leggendo a ritroso; d’altronde sull’archivio on-line del quotidiano si arriva fino al 1985 quando io avevo i miei giocondi sette anni.

Chissà se un giorno dovrò rammaricarmi per la mancanza di questo tipo di giornalismo sempre più difficile da trovare in questo mare di premi Hemingway. Mi riferisco a Sallusti, il direttore de Il Giornale che ha appena ricevuto questo importante riconoscimento; per la quale occasione, Vittorio Zucconi ex premio Ernest, ha rimembrato un vecchio e cinico detto americano: Literary and journalistic prizes are like hemorrhoids. Every asshole will get one sooner or later.

Mentre divoravo i pezzi di Mura l’uno dietro l’altro pensavo come manchi una bella rubrica di questo genere nell’ambito del vino: delle sberle bene assestate con lo stile e la grazia di un peso welter.
Tipo (mi scusi il Maestro): alla fiera del (w)est, per tre soldi, una denominazione di origine – controllata poco e garantita men che meno – mio padre comprò (voto 2). Il Veneto così passa a 14 docg aggiungendo la ‘Colli di Conegliano’, la ‘Montello Rosso’ o ‘Rosso del Montello’ e la ‘Friularo di Bagnoli’.
Guida la classifica cannonieri il Piemonte con 16. Ovviamente il rigore è dubbio.

L’altro giorno navigando su internet mi sono imbattuto nella solita noiosissima e reiterata discussione tra blogger che si interrogavano su business, passione, marchette chiedendosi, con l’ingenuità delle verginelle di Arcore, come ricavare un po’ di soldi dai loro post enoici (voto 3 e 1/2). Ho visto nel frattempo affollarsi i confini del paese gerontoiatrico di giovani giornalisti Indignados – si riconoscevano distintamente i volti di De Cristofaro, Boco, Gorgoni, Franceschini – che sventolavano curriculum e con sguardi torvi cantavano fatti più in la.
È sempre la free press, bellezza.
Ad un certo punto, in un momento di sincero cinismo, uno dei blogger ha premesso che tutti hanno diritto al loro quarto d’ora di celebrità.
Sembrava la parabola de Il vecchio e il mare capovolta con il vecchio che abbocca all’amo dello squalo, tutta forme e poca sostanza, Ruby.
Tu quoque blogger? E la libertà, la revolucion, la vera informazione? Tutto sacrificato sull’altare della popolarità e per un mucchietto di soldi?
6 per la sincerità che fa media con un bel 4 perché Warhol è demodé da una decina d’anni, perché quanto a sfacciataggine è difficile essere creativi con questa classe politica ed infine perché, oggi, il merito è cool (hai presente il Barcellona di iersera? Non tutti sono Messi – 9 e 1/2 – ma a quel punto meglio accontentarsi di una vita da mediano e di soli 5 minuti di popolarità).

A proposito di pesi welter, ossia di stile, grazia e pugilato, mi è appena arrivato l’ultimo Enogea numero 36 (oplà che segnalazione nuova) e mi chiedevo se Francesco Falcone (8+) – quello che prima del vino ha provato con i guantoni – avesse una casa. È sempre in giro e a bere.
Meno male che non lo ha ancora beccato la stradale. Lui salva la patente e noi abbiamo ancora qualcosa di buono da leggere.
Talvolta persino epico.
ah

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Marmellata di Limoni

Mia: Non odi tutto questo?
Vincent: Odio cosa?
Mia: I silenzi che mettono a disagio… Perché sentiamo la necessità di chiacchierare di puttanate per sentirci più a nostro agio?
Vincent: Non lo so… È un'ottima domanda.
Mia: È solo allora che sai di aver trovato qualcuno speciale...quando puoi chiudere quella ca**o di bocca per un momento e condividere il silenzio in santa pace.

Mia Wallace
(Uma Thurman), Vincent Vega (John Travolta), Pulp Fiction, Quentin Tarantino, Usa 1994.


Ingredienti: 1,5 kg di limoni non trattati; zucchero.

Lavate i limoni, tenendone uno da parte, poneteli in una casseruola con acqua bollente e cuoceteli per una ventina di minuti, scolateli, cambiate l’acqua, portate di nuovo a ebollizione, immergetevi di nuovo i limoni e cuoceteli per altri 20 minuti. Ripetete la stessa operazione per una terza volta, toglieteli poi dal recipiente con una schiumarola e conservate l’acqua di cottura. Tagliate i limoni a pezzetti, passateli con il passaverdure, pesate il composto e mettetelo in una casseruola. Aggiungete lo stesso peso di zucchero e un litro dell’acqua di cottura tenuta da parte. Mettete la casseruola sul fuoco, cuocete la marmellata per circa cinque minuti, unite il limone tenuto da parte affettato fine e cuocete per altri 10 minuti. Versate la marmellata ancora calda nei vasetti, chiudeteli e lasciateli capovolti per un quarto d’ora. Girateli, fateli raffreddare e riponeteli in un luogo fresco e buio.

Adele Chiagano
ah

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Alto Adige Schiava 2009, Bessererhof (ode al vino quotidiano)

(foto aziendale)

Nata nel 1998, l’azienda di Otmar e Rosmarie Mair è collocata nell’estremo sud della valle Isarco e produce oggi circa 30.000 bottiglie complessive, frutto dei 3,5 ettari di proprietà, di pendii scoscesi e ripidi, da cui nascono vini di bella personalità e prezzi vantaggiosi.

In particolare, l’azienda è diventata la mia spacciatrice ufficiale di rosso beverino, facile, fresco, semplice con cui innaffierò le gole di amici e amiche quest’estate, al mare, in giardino, prima di iniziare una cena o in un meriggio trascorso tra tigli e robinie stesi su un verde prato. Se potessi direttamente con un autobotte al seguito e una pompa. Altro che calici o secchi.

Parlo per la precisione della schiava, vitigno da cui, in questa versione targata 2009 nasce un vino che, raffreddato al punto giusto in frigo, scalpita all’assaggio: fresco, sapido, di bel succo rinfrancante. Un vino che già intriga l’occhio con il suo rubino delicato, brillante e scarico, e seduce il naso con le sue tinte floreali e il frutto carnoso (una bella fragola matura, quasi gelatina, delicatissima). Otto euro, al consumatore.

(se poi avete voglia di spendere un pizzico di più, circa 11/12 euro, ci sarebbe lo chardonnay riserva della casa, anno del signore 2008. Assaggiata, inconsapevolmente sotto il tavolo le ginocchia iniziano a fare giacomo giacomo – ma anche Antonio Antonio, nel senso che se ne vanno per fatti loro – e le orecchie sentono distintamente del rock’n roll…)



(fermentazione malolattica in legno e affinamento di un anno in botte da 500 litri. Naso ancora dormiente, sottile e appena trattenuto dal legno – nocciola, erbe aromatiche, frutta – palato saporito e fragrante, teso e di sapida lucentezza. Sappiate aspettare un po’.)
a

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Friulano COF* 2010, Visintini (o del vino quotidiano)



Dice che le donne amano ancora vini aromaticamente intensi nei profumi. Gewurztraminer in testa. Devo dedurre che siano, in larga parte, scarse lettrici del vino ai tempi d’internet.

Se la tendenza rossista è borgognona, si tratti o meno di Pinot Nero, per i bianchi, i tanto amati vini e vitigni alto atesini e friulani che negli anni ’90 spopolavano, oggi sono guardati con sospetto. Si salva giusto qualche riesling purché sia prodotto in tre, quattro esemplari, non di più; sia naturale, e non aspiri alle vette moselliane (e non ti dico se qualcuno scopre quelli austriaci che succederà. Per adesso ci fermiamo al Palatinato).

Però prendi questa famiglia che ha tradizione agricola di un secolo e mezzo almeno, la cui azienda, a Corno di Rosazzo, è incastonata nei resti del castello di Gramogliano e che da tre anni (essenò non sono fighi), con l’avvento dei fratelli Oliviero, Cinzia e Palmira, è in regime biodinamico.

Ma che soprattutto ha una batteria di bianchi (Pinot Bianco, Pinot Grigio, Ribolla, Sauvignon) di rara affidabilità proposta a prezzi correttissimi.

E fanno un Friulano (oh, ma ve lo ricordate il tocai?) che costa al pubblico 6, 7 euro, aromaticamente intenso e deciso al naso, etereo quel tanto ché i profumi arrivino immediati: dall’ordito vegetabondo, che a tratti si fa erbe aromatiche pungenti, a tratti note di resine e balsami di richiamo mediterraneo. Spicca il sale, la pesca, la ginestra e la mandorla che ritrovi al palato in chiusura di sorso. Sorso pieno, di buon corpo e stoffa, di giusta e grassa carezza glicerica, di ritmo salino.

Tuttavia non è affatto figo fare certi affari**.


* Colli Orientali Friuli

**(chiedo venia per l’allitterazione di f, ma c’era una certa parola, sempre con la f, che mi ronzava insistentemente in testa. Era l’unico modo per ovviare al suo utilizzo, non sempre gradevole)
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Vento Largo, Francesco Biamonti

Devo la scoperta e la lettura del libro di Francesco Biamonti, autore ligure, poco prolifico e arrivato tardi alla scrittura, ad un caro amico che me lo ha ripetutamente consigliato.

Un libro di viandanti, di vinti, di contrabbandieri in fuga per stretti e clandestini sentieri sospesi tra malinconici paesaggi liguri e nostalgiche speranze, tra frusti abiti, stanche azioni e ricordi in cui trovare sollievo o trattenuta disperazione.

Un continuo contrasto alimentato dalla luce, di una scrittura fragile e brillante come un cristallo, che illumina i paesaggi dando colore all’argento degli ulivi e degli aspri profili nel buio della notte, mentre la luna, in alto vigile, osserva l’ineluttabilità dei destini che si compiono. La stessa luce che a tratti illumina i personaggi sottraendoli alla loro solitudine, premio ad una vita di stenti in cui ogni atto si ammanta di triste e comune eroismo, vite che trascorrono tra paesini vuoti e dai nomi oscuri – Aurno, Luvaira –, casupole austere, severi e duri orizzonti, dove ogni gesto e silenzio solenne appare, agli stessi protagonisti, inutile.

Contrapposti, dunque, appaiono la semplicità (e la verità) cercata dal passeur Varì nello sguardo di una donna come Sabel, di un amore che diviene quasi incestuoso – avrei voluto essere io tuo padre – e la complessità di una vita dura di un agricoltore che, ad uno sguardo cinico, è un vero non-sense: tra ciò che sarebbe potuto essere e ciò che è, tra disincanto e fremiti mai sopiti.

Divengono così le Alpi liguri non solo confine naturale ma metaforico, confine vissuto in bilico, continuamente sospesi tra un inevitabile destino e il desiderio stesso, foss’anche solo una fuga dai propri pensieri, di cambiarlo; la battaglia tra la vita e la morte che subito si manifesta all’esordio: Nella luce distesa tra ulivi e solitudini di rocce arrivò il suono della campana mediana.

Ci guida così l’autore nella continua lotta che sempre si ripete, restituendo la vittoria a questi personaggi dando loro la vita, seppure per un istantaneo quanto fragile flash, in questo libro per viandanti: quelli alla continua ricerca.

Vento Largo
Francesco Biamonti

Edizioni Einaudi Tascabili
1991, pagine 120; € 13,5

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Quelli del Fiano

Raffaele Troisi (Vadiaperti) e Sabino Loffredo (Pietracupa)

Mi rendo conto che visto dal di fuori questo mondo del vino spesso e volentieri non da una grande immagine di se. Linguaggio iniziatico, sette che si riuniscono segretamente per venerare sacre bottiglie, ci manca solo un bel cappuccio in testa per chiudere il cerchio; come se non bastasse l’aggressività, il fare sguaiato e volgare di chi, non uscito dall’età adolescenziale, sta lì a misurarsi il pisellino nel vano tentativo di dimostrare le sue immisurabili capacità sparando sentenze e giudizi tranchant, ego smisurati e vattelapesca. Insomma, si potrebbe continuare per ore nell’elencare storture che alla fine dimostrano che, in questo microcosmo, non c’è niente di diverso purtroppo da tanti altri settori e mondi di cui abbiamo validi esempi e manifestazioni in questi tempi bui.

Ma il mondo del vino è fatto anche di viaggi, di luoghi riscoperti, della natura in cui immergersi, di persone da incontrare, sorrisi, bottiglie che si stappano, pacche sulle spalle e bonarie prese per i fondelli.

Ciro Picariello e Troisi

Come la giornata trascorsa l’altro dì in Irpinia con quattro dei migliori produttori di Fiano di Avellino (e greco di Tufo) che si riuniscono per darsi una mano, per imbottigliare e poi scapolano per andare in visita nelle cantine degli altri ad assaggiare i vini, confrontarsi, capire qualcosa di più o di meno dell’annata, del vitigno, delle proprie convinzioni. Sempre con il sorriso sulle labbra, con il rispetto che si deve agli altri e a se stessi e con naturale stima.

Ah, già, io non sono Alice nel paese delle meraviglie e purtroppo non è sempre così.
La differenza la fanno sempre gli uomini.
Così come l’ego è una delle più grosse condanne dell’uomo così il buon senso una delle maggiori virtù.
Quel senso della misura che si può tradurre in quella sensibilità di cui sono dotati alcuni degustatori bravissimi che conosco e questi abilissimi produttori ritratti in foto: capire quando è il momento di fermarsi nello scherzo e con le battute, il rispetto che si deve alla professionalità degli altri anche quando non si è d’accordo o non si condivide un’opinione o una valutazione.
Ma ora passiamo ai vini.

Notare la somiglianza tra Loffredo e Jerry Lewis

Fiano di Avellino 2002 Pietracupa @@@@
Ecco, tanto per sfatare un po’ di generalizzazioni e stereotipi sulle cattive annate. La 2002 dove tanto piovve non sarà (e chi lo sa) un’annata immortale, forse durerà meno, forse, forse, ma in termini meramente organolettici, nel frattempo che si stappano bottiglie, è stata una delle più belle annate per il fiano di Avellino, con dettagli di rara precisione ed eleganza. Questo vino ne è la riprova.

Greco di Tufo 2003 Pietracupa @@@@@
Da un estremo all’altro. Ve la ricordate quella torrida estate del 2003 e i vini cotti? Bene, tanto per essere smentiti nuovamente nel calice abbiamo trovato uno dei greco più buoni che abbiamo avuto la fortuna di assaggiare: soprattutto nell’ampiezza e nella complessità del profilo olfattivo.

Greco di Tufo 2007 Tornante Vadiaperti @@@@
E questa fa il paio con la precedente per un’altra annata calda e tanto bistratta. E se già con il fiano, nelle sue migliori interpretazioni, abbiamo avuto modo di ricrederci, così è accaduto con il greco. Bocca grassa ma salda.

Taurasi 1997 Pietracupa @@@@@
Non male per uno dei bianchisti più bravi d’Italia. Non tutti lo sanno ma la famiglia Loffredo si è sempre divertita, sin dal 1992, a produrre un paio di migliaia di bottiglie l’anno di aglianico di Taurasi. Stappare, fare ossigenare, bere (ma anche sniffare, visto il bel corredo olfattivo). Nulla più.

Fiano di Avellino 1994 Vadiaperti @@@@@
Vedi qualche post più sotto.

Fiano di Avellino Aipierti 2009 Vadiaperti @@@@/@
Ha qualcosa di disarmante e, a voler essere sadici, lo si sottoporrebbe all’ultima prova. Metterlo in forno a 180 gradi per vedere se mantiene la stessa compostezza. Compagno della tavola per antonomasia.

Fiano di Avellino Vigna della Congregazione 2009 Villa Diamante @@@@/@
Bella l’evoluzione dal Vinitaly ad oggi. Ben diverso dal Villa Diamante style a cui siamo abituati, un po’ per l’annata e un po’ per una vendemmia leggermente anticipata rispetto alle abitudini: dettagli ed eleganza (agrumi dolci suadenti), palato scaltro e salino.

Antoine Gaita (Villa Diamante) e Troisi

Fiano di Avellino Ciro Picariello 2009 @@@@/@
A metà tra 2008 e 2010, ossia tra potenza ed eleganza. Naso rotondo e ottima beva.

Fiano di Avellino 2004 Ciro Picariello @@@@@
Quando esce la bottiglia giusta fa quasi impressione: un piccolo mostro. Guardi i dati analitici e non riesci a spiegarti come si faccia bere con grande piacere e facilità. Dalla sola vigna di Summonte piantata nel 1990.

E com'è la 2010?
Be’, oltre l’ego, uno delle principali condanne dell’uomo moderno sembra essere l’eiaculazione precoce.
Aspettiamo, tanto da bere non manca.

foto di Salvatore Di Carluccio

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Minerale effervescenza

Se leggete l’interessante post di ieri di Fabio Rizzari (dato che con le tecniche moderne si può imitare tutto, perfino il totem tanto idolatrato oggi della mineralità) e vi aggiungete le considerazioni qui espresse da Fabien Cimmin qualche giorno fa sulla degustazione, capirete che mi sto inoltrando in un sentiero minato a meno che non lasciate da parte elucubrazioni intellettualistiche lasciandovi al piacere edonistico della bevuta che, quando c’è una buona bollicina di mezzo, si fa “compulsiva”.
Quindi ciancino le bande di mineralitè ché nel frattempo noi si beve.

Metodo Classico Nerello Mascalese Brut 2007, Murgo (15 € .ca)
Certo non è l’Etna e il nerello mascalese le prime cose che si pensano bevendo un buon metodo classico. Allora provatelo per ricredervi. Una ventina di mesi sui lieviti per un prodotto di ottima fattura dal naso fragrante, giovane, aromaticamente sfaccettato nelle nuance di erbe aromatiche, di bianca mineralità. Non ancora e del tutto disteso al palato (per cui potreste anche dimenticarlo un po’ in cantina) s’allunga nel finale grazie ad una luminosità salina.

Champagne Blanc de Blancs Brut Nature, Laherthe Freres (35 € .ca)
È probabile che a guardare la bottiglia uno pensi di trovarsi davanti ad una delle etichette più brutte che si siano mai potute concepire. Però quei sassi ritratti rendono bene l’idea. I fratelli Laherthe sono dei maniaci fanatici del terroir e della vinificazione parcellare (10 ettari divisi in appena 75 parcelle!!!).
Anche qui un bianco candore minerale fa da sfondo ad un naso di bella intensità e variegata aromaticità, ma è la bocca a trascinare con una bella densità di succo che solo i buoni Champagne sanno avere. Coniuga larghezza a grande ritmo e tensione. Chiude lungo, asciutto ed invoglia a continuare senza sosta. 24 mesi sui lieviti.

Asprinio di Aversa, metodo classico, Extra Brut, Grotta del Sole (20 € .ca)
Anche in Campania si possono fare ed assaggiare ottime bollicine. Ne è la riprova questa cuvée dei millesimi 2004 e 2005, 56 mesi sui lieviti, sboccato nel 2010, da Asprinio, per cui aveva una fissazione il buon Gennaro Martusciello che sin dagli anni ’80 si divertiva a produrlo e che l’azienda Grotta del Sole continua a proporre in 3.000 unità.
Dal bianco candore dei sassi delle precedenti bolle al giallo di una solarità accogliente con profumi di nocciola tostata e fiori. Palato che sa coniugare grasso e tensione acida fino al finale asciutto e composto. Fosse un pizzichino più lungo sarebbe perfetto.
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Vadiaperti e la Collina di Montefredane

1984: Antonio Troisi fonda l’azienda Vadiaperti nell’omonima contrada a Montefredane, paesino della provincia di Avellino che affaccia sulla valle del Sabato.
Vi si arriva dal fiume inerpicandosi per le curve dello stretto tornante una volta superato lo scomodo passaggio a livello. A sinistra le ultime terre del fiano, a destra il comune di Prata Principato Ultra: inizia la parte di valle dominata dal Greco di Tufo.
A quell’epoca, alla Camera di Commercio di Avellino, venivano dichiarati all’albo per la produzione di Fiano di Avellino 15 ettari di vigna in tutta la denominazione comprendente ben 26 comuni.
Sei anni più tardi sull’esempio del professore Troisi, la Famiglia Loffredo, nella stessa contrada, crea l’azienda Pietracupa. Sette anni prima, 1997, dell’arrivo di Antoine Gaita e Maria Diamante che da poco meno di un ettaro di vigna, detta della Congregazione, in contrada Toppole, poco più a sud, vinificheranno la prima annata dell’azienda Villa Diamante.
È l’incipit nel racconto di un nuovo cru.

Oggi tutta Montefredane non arriva a venti ettari vitati e l’azienda Vadiaperti, scomparso papà Antonio, è guidata dal figlio Raffaele. Da qui arrivano le uve per la produzione di due fiano, annata e selezione Aipierti, dal cuore della vigna, da parte delle piante più vecchie. Da Montefusco (e in parte Prata), da una vigna a quasi settecento metri d’altitudine i due Greco: oltre quell’annata, la selezione Tornante.

Vini austeri, essenziali, di beva. Travolgenti per la loro apparente semplicità, per la capacità di sposarsi alla tavola con perfetta sintonia. Che profumano sottili di erbe aromatiche, timo, origano, rosmarino, timbrati da una mineralità brulicante, polvere da sparo. Dalla bocca succosa ma raccolta, fresca, sapida, dissetante.

E che pian piano nel tempo si svelano, facendosi memoria condivisa di una storia che ha ancora molto da svelare. La storia del fiano di Avellino e del Greco di Tufo.

Sono appena uscite le nuove annate (2010 per i “base”; 2009 per le selezioni, senza dimenticare Garrincha).
Metà delle bottiglie mettetele da parte.

E stappatele nel tempo.
Perché sono, semplicemente, meravigliose.
Come la bottiglia che vedete in foto che mi ha accolto l’altro giorno da Raffaele.

Scolma e dimenticata in frigo da due settimane.
Bevuta 17 anni dopo.

www.vadiaperti.it
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Crostata al limone

Goditi potere e bellezza della tua gioventù. Non ci pensare. Il potere di bellezza e gioventù lo capirai solo una volta appassite. Ma credimi: tra vent'anni guarderai quelle tue vecchie foto. E in un modo che non puoi immaginare adesso. Quante possibilità avevi di fronte e che aspetto magnifico avevi! Non eri per niente grasso come ti sembrava. Non preoccuparti del futuro. Oppure preoccupati ma sapendo che questo ti aiuta quanto masticare un chewing-gum per risolvere un'equazione algebrica. I veri problemi della vita saranno sicuramente cose che non ti erano mai passate per la mente, di quelle che ti pigliano di sorpresa alle quattro di un pigro martedì pomeriggio. Fa' una cosa ogni giorno che sei spaventato: canta! Non essere crudele col cuore degli altri. Non tollerare la gente che è crudele col tuo. Lavati i denti. Non perdere tempo con l'invidia: a volte sei in testa, a volte resti indietro. La corsa è lunga e, alla fine, è solo con te stesso. Ricorda i complimenti che ricevi, scordati gli insulti. Se ci riesci veramente, dimmi come si fa... Conserva tutte le vecchie lettere d'amore, butta i vecchi estratti-conto. Rilassati! Non sentirti in colpa se non sai cosa vuoi fare della tua vita. Le persone più interessanti che conosco a ventidue anni non sapevano che fare della loro vita. I quarantenni più interessanti che conosco ancora non lo sanno. Prendi molto calcio. Sii gentile con le tue ginocchia, quando saranno partite ti mancheranno. Forse ti sposerai o forse no. Forse avrai figli o forse no. Forse divorzierai a quarant'anni. Forse ballerai con lei al settantacinquesimo anniversario di matrimonio. Comunque vada, non congratularti troppo con te stesso, ma non rimproverarti neanche: le tue scelte sono scommesse, come quelle di chiunque altro.

Phil Cooper (Danny DeVito), The Big Kahuna, John Swanbeck, Usa 2000.

Ingredienti. Pasta: 200 gr di farina; 100 gr di zucchero; 100 burro; 3 tuorli d’uovo; 1 limone; sale.
Crema: 100 zucchero; 2 limoni; 40 gr di maizena; 2 tuorli; un cucchiaio di burro.
Fate ammorbidire il burro. Una volta ammorbidito tagliatelo a pezzetti e lavoratelo con la scorza grattugiata di mezzo limone. Mescolate la farina con lo zucchero; aggiungete un pizzico di sale, i tre tuorli e impastate con il burro. Una volta lavorato l’impasto formate una palla, infarinatela e lasciatela riposare per 30 minuti. Preparate intanto la crema: fate sciogliere lo zucchero in tre dl di acqua insieme alla scorzetta di un limone. Unite la maizena che avete fatto sciogliere nel succo di due limoni e portate tutto ad ebollizione. Aspettare due minuti prima di spegnere la fiamma; togliete quindi dal fuoco e amalgamatevi due tuorli sbattuti e un cucchiaio di burro. Prendete la pasta e stendetela con un mattarello. Versate la crema e infornate in forno caldo a 180° per circa trenta minuti.

Adele Chiagano

Foto: Limone
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Che brutta razza questi degustatori...

Contestualizzare o decontestualizzare: questo è il dilemma!

Ultimamente mi ritrovo continuamente a dibattere su un' annosa e per molti diventata, ormai, noiosa questione. Quando valuto un vino devo contestualizzare o decontestualizzare?! Se non altro per dare un senso al mestiere (non retribuito sia ben chiaro) di noi degustatori. Andiamo un attimo ad esaminare quali sono gli eventuali fattori di (de)contestualizzazione oggettivi e soggettivi, e quanto i primi possano considerarsi tali o meno senza sollevare obiezioni.

Fattori (potenzialmente) oggettivi:
- Metro di valutazione (scala centesimale, ventesimale, chiocciole, altro): possiamo considerarlo parametro uniforme a meno che non si voglia soggettivarne l'impiego. Della serie Tizio non sa come si usa la tal scala, Caio addirittura l'ha trasformata a proprio uso e consumo. Mi fermo qui.
- Lo stesso identico vino: dobbiamo solo trovarci nello stesso tempo e nello stesso luogo a bere dalla stessa bottiglia. Cambia il lotto? Fregato! Non sai come la bottiglia è stata conservata? Fregato! Oggi il tuo palato o quello del tuo collega non sono sintonizzati oppure uno dei due non è in giornata (può capitare e come se capita)? Fregato!
- Denominazione, forte e/o debole: su questo potremmo facilmente trovarci d'accordo. Un Brunello non è un Lambrusco. Contestualizzare in questo caso è d'obbligo.

Fattori soggettivi (mi scateno..).
- Esperienza del degustatore: ma quanti vini ha bevuto Tizio nella sua vita?! E quali?! Di quella denominazione, poi? Di quel produttore, invece? E quanti millesimi negli ultimi vent'anni (giusto per darci un possibile e credibile limite temporale) di quella stessa denominazione, di quello stesso o altri produttori?!
- Istruzione del degustatore: Tizio non ha mai aperto un libro sul vino, figurarsi su quella tale denominazione piuttosto che su quel determinato territorio. Caio rabbrividisce di fronte ad un testo di chimica o di geologia. Storia e geografia un ricordo delle elementari. Tizio non ha mai sfogliato un manuale di degustazione neanche per pura curiosità. Caio le riviste le sfoglia e basta, e per di più quelle sbagliate... Tizio legge solo i blog primi in classifica, internet è la sua bibbia. Caio non legge e basta...
- Formazione del degustatore: c'è chi ha avuto un cattivo maestro, chi ha avuto un eccellente maestro, chi un maestro non lo ha mai avuto... Il più pericoloso è proprio lui: l'autodidatta. Il percorso formativo di ciascun degustatore è e rimane fondamentale. A che punto siamo, come ci siamo arrivati e dove stiamo andando?! Cosa beviamo tutti i giorni da persone "normali" e non da degustatori. Cosa ci piace o ci piacerebbe bere tutti i giorni.
- Talento del degustatore: merce rara. Ne conosco davvero pochi ed io, per inciso, non mi considero tra questi. Il talento in ogni caso va coltivato, leggi allenato. Non significa essere infallibili, anzi i più talentuosi spesso quando sbagliano rischiano di farla davvero grossa
- Forma psico-fisica del degustatore: vi sarete resi conto che ci vuole poco a far sballare i fattori oggettivi (rileggi sopra alla voce fattori oggettivi/stesso identico vino) basta, infatti, anche solo questo a cambiare la prospettiva per vedersi rimbalzare e ribaltata la questione...: "Ma io e Tizio siamo sicuri che stiamo degustando lo stesso vino...?"
- Gusto personale del degustatore: inutile girarci intorno perché per quanto uno possa sforzarsi di mantenere il massimo della obiettività alla fine darà più peso a taluni parametri piuttosto che altri. Non è sempre e solo una questione di buona o di cattiva fede, di essere schierati o meno, ma dipende il più delle volte (siamo ottimisti) anche solo dalla propria sensibilità personale. Non mi riferisco, solo, al percorso formativo di cui sopra. L'acido, il salato l'amaro, il dolce (lasciamo perdere l'umami...), l'alcol non li percepiamo tutti allo stesso modo, si tratta di un limite fisiologico scientificamente provato che influenzerà in modo determinante e decisivo il nostro giudizio a seconda della valenza che diamo ad ognuna di queste sensazioni.

Come dice il mio amico Mauro (Erro), ma allora di che cavolo stiamo parlando?

Aria fritta?! (Magister docet)

Fabio Cimmino

P.S. Chiedo scusa a Tizio e Caio ma pure a Mauro ed il Magister per averli tirati in ballo...
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Fave: il ritorno del pecorino

Ritorniamo a parlare di fave, come promesso nel post precedente, con un tris di ricette che vedono protagoniste le buone leguminose.
Prima di passare al sodo, introducendovi le tre ricette, vorrei ricordare che le fave oltre ad essere saporite fanno anche molto bene: contengono proteine, fosforo, potassio, calcio, vitamine A e C. Sono ricche di fibre, indispensabili nella regolazione delle funzioni intestinali e contribuiscono nel controllo dei livelli di glucosio e colesterolo nel sangue.
Possono mangiarle tutti tranne coloro i quali sono, purtroppo, affetti da favismo.
Questa è una malattia genetica ereditaria causata da un difetto congenito di un enzima (G6PD), che è normalmente presente nei globuli rossi ed è fondamentale per la loro sopravvivenza. La carenza di questo enzima provoca la distruzione dei globuli rossi con l’ittero e si scatena quando il soggetto fabico assume (o ne inala semplicemente i vapori) fave, piselli, altri particolari vegetali oppure sostanze come la naftalina e alcuni farmaci che inibiscono l'attività di questo enzima.
Attenzione quindi!
Chi non ha di questi problemi può seguirmi in questo tour dedicato alle fave: le ricette sono semplicissime e prevedono il ritorno del pecorino, che fa il paio con le fave; lo speck, altro ingrediente che ben si abbina; i cipollotti e le tagliatelle. Non mi resta che augurarvi buona cucina e soprattutto...buon appetito!

Tagliatelle con le fave, speck e pecorino
Classico piatto di pasta che vede il connubio di due ingredienti ottimi in abbinamento con le fave: speck e pecorino. Le quantità segnalate sono orientative per questo piatto, regolatevi a vostro piacimento soprattutto in relazione alla quantità di pasta da calare. Per circa 350 gr di tagliatelle io ho calcolato un 400 gr di fave. Se sono tenere e vi piace la pellicina, utilizzatele fresche, altrimenti sbollentatele per pochissimi minuti in acqua bollente: in questo modo la pellicina viene via facilmente e velocemente. Tagliate 150 gr di speck a listarelle e grattugiate grossolanamente del pecorino. Cuocete le tagliatelle (meglio se fresche o all’uovo) in abbondante acqua salata. Intanto scaldate in un tegame un po’d’olio, aggiungete lo speck e le fave; quando le tagliatelle hanno raggiunto la giusta cottura, scolatele e buttatele nel tegame con le fave. Fate saltare mescolando, spolverate con abbondante pepe e aggiungete il pecorino a scaglie.

Zuppetta con le fave
Qui le fave vanno utilizzate fresche con tutta la pellicina, perché con la cottura della zuppetta la pellicina vien via da sola quando le mangerete e comunque, ribadisco, se le fave son tenere e fresche come in questo periodo, anche la pellicina ha un suo perché. Anche il suo procedimento è semplicissimo, non dovete far altro che sgranare sempre i vostri baccelli di fave, far stufare della cipolla con l’olio in una casseruola. Aggiungetevi le fave e fate insaporire; dopo che si sono insaporite versate nella casseruola un poco d’acqua calda, sale, pepe e continuate a cuocere. Dovrebbero bastare una ventina/trentina di minuti, regolatevi assaggiando e spegnete quando le fave avranno raggiunto il giusto sapore e la giusta consistenza: devono essere morbide e quasi cremose, ma intatte!

Plum cake fave e pecorino
Questo è un classico, nonostante la parola di derivazione anglosassone. Sebbene il procedimento per realizzare il cake possa sembrare più complesso rispetto ai due piatti precedenti, anche questo è molto semplice. Gli ingredienti per circa otto persone sono questi:
180 gr di farina; 200 gr di fave fresche sgranate; 100 gr di pecorino semi stagionato; un’arancia; 3 uova; 2 cipollotti; una bustina di lievito in polvere; ½ dl di latte; 1 dl di olio; sale e pepe. Scottate le fave in acqua salata e in ebollizione, per pochi secondi, eliminate la pellicina e tritatele grossolanamente. Pulite i cipollotti, tagliateli a fettine sottili e fateli stufare in una padella con due cucchiai di olio. Unite le fave tritate, una presa di sale, un mestolino d'acqua calda e cuocete a fiamma bassa per 10 minuti. Toglietele quindi dal fuoco, insaporitele con una macinata di pepe nero e lasciatele raffreddare. Frattanto grattugiate il pecorino e pensate alla pasta: sgusciate le uova in una terrina, unite la farina setacciata con il lievito, l’olio rimasto, il latte, il pecorino grattugiato, le fave con il loro sughetto, mezzo cucchiaino di scorza d'arancia grattugiata e un po' di sale; mescolate tutto e versate in uno stampo da plum cake rivestito di carta da forno. Cuocete il plum cake in forno preriscaldato a 180 gradi per circa 45 minuti. Mangiatelo tiepido o freddo.

Adele Chiagano

foto 1: fave e pecorino
foto 2: cake fave e pecorino

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Prova Costume e Orti Comunitari

Si avvicina l’estate. Quanti di voi hanno cominciato la loro lunga e affannosa corsa per la prova costume? E come? Intensificando le ore sul tapis roulant? Gestendo faticosamente il fiato tra macchine e motorini cercando più di mantenere il ritmo che di evitare una ruota posteriore sul calcagno? Quanti di voi stanno andando avanti a litri di bibitoni super salutari al betacarotene che tanto fa bene all’abbronzatura?
Qualsiasi percorso voi seguiate per infilarvi il bikini all’ultima moda, un leit motiv vi perseguiterà: dieta dieta dieta! E come, se non mangiando verdure a più non posso, evitando cibi iper proteici e carboidrati?
Una dieta a base di verdure aiuterà sicuramente il vostro girovita, ma siamo sicuri che al giorno d’oggi verde vuol dire sano?
Quanto è inquinata e contaminata la nostra agricoltura?
Questa domanda mette a dura prova la nostra pazienza: se la carne fa male, il pesce è pieno di mercurio, le verdure sono piene di nitrati cosa dobbiamo mangiare???
Quanti di voi se lo saranno chiesto e se lo chiedono continuamente e quanti invece non si pongono assolutamente questo dubbio amletico e continuano a comprare verdure al supermercato snobbando i vermicelli e le formiche che potrebbero spuntare da una lattuga biologica?

Siamo abituati alle mele di Biancaneve e abbiamo dimenticato il sapore vero delle mele o meglio non l’abbiamo mai conosciuto. Ma se l’amica della mamma, quella lì che ha un piccolo orticello vicino casa, vi fa assaggiare le albicocche del suo alberello che cresce a sole e acqua, potreste scoprire sapori sconosciuti o semplicemente riposti nel cassetto più remoto della vostra memoria!
Ora, non è che tutti hanno un’amica della mamma che regala albicocche e, soprattutto, non tutti hanno la possibilità di coltivarsi il proprio orticello. Ma, oltre a qualche rivenditore biologico, esistono i balconi e gli orti comunitari!
Girovagando sul web mi sono trovata davanti a questo bell’articoletto di Suzanne Elston, ripreso da Julia Sammut sul sito Lefooding. Com. Avete mai sentito parlare di “giardini comunitari”?
Una forma di gestione comune di un terreno da parte di un gruppo di abitanti, nata in America del Nord e sviluppatasi in Francia. La pratica di coltivare l’orto in città non ha avuto sempre vita facile: fino all’epoca preindustriale campagna e città convivevano tranquillamente, ma poi si è verificata una certa “guerra all’orto” sostenuta dalla convinzione della moderna urbanistica e di molti architetti che le sorti e i destini delle città e delle persone che vi lavoravano fossero autonomi e distinti da quelli della campagna. La rinascita dell’interesse per la coltivazione dell’orto coincide con la crisi economica che ha colpito l’Europa a partire dagli anni Ottanta, mentre il ritorno alla coltivazione dell’orto anche in città è un fenomeno recentissimo, sino a pochi anni fa relegato all’ultima moda delle feste dei divi di Hollywood che invitavano gli ospiti a cena per offrire loro le primizie coltivate sulla propria terrazza o veranda.
Orto diffuso
Adesso è una necessità: l’orticoltura non è più una pratica snobistica, ma nasce dal desiderio, non solo di fare economia, ma di sicurezza alimentare per sé e per i propri figli.
Se si seguisse, come suggerisce Julia Sammut nell’articolo riportato sopra, la pratica di coltivare i suoli disponibili e consumare i loro frutti, si tornerà a:
- migliorare la sicurezza alimentare
- essere meno dipendenti della grande distribuzione
- inquinare meno
- fare entrare il verde nella città
- ridurre l’emissione di carbonio
- assorbire una parte dei rifiuti liquidi e solidi
- spendere meno denaro
- creare dei posti di impiego locali
- mangiare più alimenti freschi
Qui naturalmente il sistema degli orti comuni funziona bene, al punto che coltivandoli si può anche lottare contro la fame! L’articolo pubblicato su Lefooding.com rimanda, infatti, al programma “Grow a Row”, nato per iniziativa di due coniugi di Winnipeg, città della provincia canadese del Manitoba, con il principio di donare qualche chilo di patate (o altro), raccolti in questi giardini di prossimità, ad una banca alimentare locale. Da allora esiste la Winnipeg Harvest che semina ormai in tutti i paesi: ha distribuito circa 1,4 milioni di chili di buone verdure dalla sua creazione. Quest’anno è nato un Grow a Row Junior tagliato su misura per i bambini e i loro genitori che incoraggia i piccoli e i grandi a coltivare insieme cibi commestibili nei loro giardini di “casa”.
In Italia ci sono interessanti iniziative, molti comuni si sono attrezzati nella gestione dei cosiddetti orti sociali, affidati in partenza solo ai pensionati e recentemente anche a qualche fascia di persone più giovane, ma, come tutte le cose italiane, funzionano sempre a metà. Quando si parla di banca del seme in Italia si pensa solo ai cromosomi e non alla Banca alimentare come quella istituita in Canada. Ci aveva pensato il piccolo gruppo di amici della Compagnia del Giardinaggio creando una Banca del seme, purtroppo oggi chiusa.
Beh, che dire, mi auguro che la primavera di quest’anno oltre a farsi desiderare ci induca un po’ a riflettere affinché la prova costume sia non solo una questione “estetica”, ma anche…etica!

Adele Chiagano

Foto: Orto diffuso
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Fave: oltre il cacio c’è di più

La fava o Vicia Faba, descritta da Plinio il Vecchio per il largo uso che se ne faceva nella Roma antica, era conosciuta già nella preistoria e quasi certamente anch’essa di provenienza asiatica. Ma mentre nell’antica Grecia Pitagora ordinava ai suoi discepoli di non mangiare o toccare fave creando uno dei tabù che ancora oggi risulta inspiegabile, misterioso ed oscuro, per gli antichi romani l’ammonimento pitagorico altro non era che una esortazione ad astenersi dalla politica: l’imperativo “abstineto fabis” deriva, infatti, dall’usanza popolare di votare gettando un seme di fava nel contenitore preferito.
E se molti italiani in questi ultimi giorni si sono astenuti dalle urne e dalle fave, rispettando il “monito” romano, noi che, invece, rispettiamo il ciclo regolare della natura vi esortiamo (se non siete affetti da favismo) al consumo della buona e sana leguminosa primaverile e a farlo anche senza il classico pecorino.
In questo periodo ce ne sono tante in giro, la loro semina, che avviene da ottobre a febbraio (a seconda del clima), assicura la presenza di fave fresche per tutta la primavera e parte dell’estate. La pianta delle fave è forte e vigorosa ed ha una crescita rapida, può raggiungere il metro di altezza e il suo frutto è un baccello carnoso lungo 25/30 cm; grazie alla sua capacità di arricchire il terreno di azoto, quella della fava è una coltura da rinnovo che solitamente precede le colture più impegnative. I primi baccelli, che arrivano a misurare 6/7 centimetri, possono essere consumati come i fagiolini e quindi cotti interi, quando invece raggiungono la giusta maturazione, arrivando ai classici 25/30 cm, si raccolgono con una leggera torsione verso il basso e si consumano freschi, mangiati appena colti, a quintalate o con un buon cacio di accompagnamento. Se non avete un orto o vi siete dimenticati di piantarle, non temete, ogni fruttivendolo che si rispetti ne avrà ceste piene fino a luglio, dovete solo fare attenzione all’acquisto: osservate bene i baccelli e assicuratevi che risultino croccanti e pieni, privi di macchie e screpolature. Potete, poi, conservare le vostre fave essiccandole o congelandole dopo averle sgranate e sbollentate.
Spulciando fra riviste e pizzini svolazzanti nella libreria di casa ho estrapolato un quintetto di ricette interessanti che vedono protagoniste le buone leguminose. Si comincia oggi con un paio di ricette light, gustose, salutari, quindi poco caloriche e soprattutto molto verde speranza, come un monito, il nostro, alla primavera affinché la smetta di tribolarci con pioggia, vento e sbalzi di temperature e si decida una volta per tutte a sintonizzarsi sulle giuste frequenze!
La prima ricetta che vi propongo è una semplicissima insalata di fave: non dovete far altro che sgranare i vostri baccelli, sbollentare le fave (se necessario privarle della pellicina che le riveste, ma se sono tenere non ce n'è bisogno), condirle con scalogno a fettine; un trito di menta, maggiorana, e aglio; olio, aceto, sale e pepe. Dopo averle condite, mescolatele bene e lasciatele riposare per qualche minuto affinché si insaporiscano meglio, mangiatele come inizio pasto o come contorno o, se volete rispettare una dieta poco calorica, come pasto completo accompagnandole magari a qualche fettina di speck.
La seconda ricetta è una crema di fave fresche che potete gustare con i crostini di pane o con un po’ di tonno (al naturale, in versione polpette o polpettone). Sgranate 500 gr di fave, sbollentatele per qualche minuto in acqua salata. Privatele della pellicina e mettetele in un tegame con un filo d'olio, mezzo spicchio d'aglio pestato e un po’ di timo tritato. Bagnate con un mestolino d'acqua e cuocete per circa 10 minuti. A parte lessate una patata. Togliete l’aglio dalle fave e passatele nel passaverdure o al mixer. Rimettetele nel tegame, unite la patata pelata e schiacciata, un pizzico di sale, un pizzico di peperoncino e cuocete per qualche minuto mescolando con un cucchiaio di legno. Decorate con un po' di cipolla, un rametto di menta e una spolverata di peperoncino.
Il prossimo appuntamento con le fave prevede un primo piatto, una zuppa e un plumcake e non temete…non abbandoneremo proprio del tutto il pecorino!

Adele Chiagano
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Vademecum

Il mitico Tafazzi

1) È scoppiata la Borgognamania. In ogni sito o blog ormai ci s’imbatte in racconti dettagliati, assaggi, approfondimenti e riflessioni sui vini della regione vitivinicola della Francia più cara del mondo. Altro che Meadows e Parker. Tanta abbondanza che segna il cambio dei tempi, ma capace di far scattare un moto di riflusso che ti viene voglia di spararti endovena un bel Bordeaux ancora in botte nelle cantine degli aristocratici chateaux: quei duri e monolitici tagli bordolesi, altro che storie di piccoli vignerons.
Per restare in tema però e non essere demodé buttiamo lì, anche noi, un paio di indicazioni.
L’altro giorno Luca Santini, uno dei migliori degustatori e selezionatori che ci siano in Italia mi ha fatto assaggiare il Givry 1er Cru "La Grande Berge" di Domaine Ragot (pinot nero, 2007). Fa il paio con l’Auxey-Duresses di Lafouge, (bianco e rosso) di cui ho parlato en passant qui, fattomi assaggiare da Dario Pepino e, nella stessa denominazione, con Domaine Alain Gras di cui scrisse qui Giancarlo Marino. Un bel bere Pinot nero, sotto e intorno i 20 euro.

2) A proposito di Giancarlo Marino, l’altro giorno mentre si parlava di Borgogna, serenamente mi dice: Senti, quelli sono mille anni che si danno da fare con quelle vigne. Quei poveri monaci è da allora che spostano i confini dei loro climat, li osservano, alzano muretti, i Clos, e si spaccano la schiena. Avranno capito che cacchio devono farci con il loro Pinot Nero, no?

3) Saltando di palo in frasca Marco Baccaglio nel suo sempre utile blog I numeri del vino, aggiorna i dati sui consumi di vino in Italia e, udite udite, cala ancora: si raggiunge il punto più basso.

4) Ieri un vecchio amico di scuola (il cosiddetto uomo della strada) mi contatta su Facebook chiedendomi: Mauro, ma un bel vademecum su come riconoscere un buon vino dall'etichetta non si potrebbe avere?
Risposta: no. Semplicemente non si può scrivere.


Ecco ripensando a tutte queste cose, stamattina davanti al mio caffè, mi son detto: qui i conti non tornano (come disse Berlusconi iersera alla Moratti). Poi, in un moto di ottimismo: noi abbiamo vinto, loro hanno perso (come disse Bersani iersera dimenticando il vendoliano Pisapia e il dipietrista De Magistris).
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Lettere alla redazione

Cari viandanti,
vi tolgo subito dagli imbarazzi e, saltando i rituali complimenti, vado dritto alla questione.
Ieri sera apro con degli amici una bottiglia di vino. Euro 40, nell’enoteca vicino casa.
Un rinomato vino italiano, di un’altrettanta rinomata zona italiana.

Un vino curatissimo. Non che voglia passare da esperto, ma un po’ di vino ne ho bevuto, grazie al mio babbo, ghiottone e bevitore, che mi ha lasciato in eredità cospicua cantina e memorie liquide. Tornando al nostro vino da 40 euro, era, come scrivevo, curatissimo: figlio di un’enologia ben presente. I sentori, per quanto possa apparire rischioso affermarlo, rimandavano a tutto, ai legni d’affinamento e a ben altro, ma per nulla al vitigno di cui doveva esser fatto.

Ora, non temiate viandanti, non è mio scopo mettervi in imbarazzo dicevo all’esordio, né con i complimenti né dicendo il produttore e vino in questione (ma perché non dovrei? Che peccato si commette?).

Io, per dirla tutta, fin quando tutto è lecito non ci vedo nulla di male, l’importante è che il vino sia buono. Per cui se uno aggiunge tannini, disacidifica, ci mette un po’ di gomma arabica, di lieviti e batteri (e qualche aromatizzante) non mi frega granché, purché tutto sia lecito, s’intende.

Il punto è quando il vino, tanto buono non lo è.
Non parlo di correttezza tecnica. Parlo di bontà. Di personalità. E di 40 euro.

Credo che, a 40 euro, un minimo di personalità me la merito, noo?

Perché non scrivete sulle vostre retroetichette gli ingredienti che usate nei vostri vini? Anche nel vino voglio la tracciabilità del prodotto.

A me vengono una serie di dubbi e voi comunicatori e voi produttori non è che mi aiutiate granché con i vostri silenzi.

Se voglio un vino anonimo, mi compro quello in brik al supermercato e spendo un paio di euro. Sì non ci sarà solo uva, ci saranno fronde, foglie e raspi, ci sarà tanta acqua e poca materia, ma a quel prezzo sicuramente non ci saranno tanti additivi enologici, immagino.

Ecco, che bel paradosso; prossimo slogan: non ti fidare di nomi altisonanti. Bevi in brik, bevi sano. (o quantomeno, potrai risparmiare fino a 38 euro, finanche di più).

Con immutata stima ed evitati imbarazzi,

Giorgio.
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Metti un sangiovese a cena

Anche se il sole fatica a soprenderci, con le temperature che si alzano, la primavera che sboccia e l’estate che si profila, io da buon abitudinario quale sono dirotto il mio quotidiano bisogno di alcol verso queste tipologie: Bollicine (preferibilmente Champagne), bollicine bis (preferibilmente buone), bollicine tris (birra), bianchi in genere.

I motivi sono semplici.
Ho bisogno di bassi gradi alcolici perché il caldo non aiuta; niente tannini o qualsiasi altro ostacolo si frapponga fra l’inserimento dei liquidi in bocca e il loro moto discendete verso il gargarozzo: il palato non si deve asciugare e non mi va di rincorrere un capretto perché sia così gentile da equilibrare i tannini di un Barolo. Fa caldo; un certo brio (leggasi bollicina) sfruculea il palato e aiuta a bere; la meraviglia di scoprire che l’equazione pasta con patate=Saison Dupont (birra stagionale belga) funziona eccome, e via così.

Ma la vita, come molti di voi hanno avuto modo di scoprire, non è mai così semplice o banale.
C’è sempre un amico, un amico di un amico, probabilmente di un altro amico ancora che si presenterà a cena e beve solo rosso, perché il vino è rosso!
Lo stesso che stappa l’extra brut di Veuve per festeggiare, abbinandolo alla cassata siciliana.
Sì, quello.

Ogni volta che si associano i termini caldo, estate e vino rosso non possiamo (o vogliamo) sempre indugiare in Borgogna e cavarcela con un pinot nero e, recuperato un senso di orgoglio nazionale, possiamo tranquillamente rivolgere l’attenzione all’Italia. E tra i tanti vitigni e vini che si prestano all’uopo, scegliere uno dei più grandi: il sangiovese made in Toscana. Per la sua giovialità, la freschezza, il modo carezzevole che ha di scorrere sul palato. Per la sua luminosità e il suo franco sapore. E per altri mille motivi (tra cui quello di poterlo passare in frigo per abbassarne la temperatura a 16 gradi di servizio).

Questi i vini che mi sono capitati a tiro in queste serate, si tratta di tre aziende che sono al vertice della qualità in Italia (a volte è bello vincere facile). Li ho divisi per fasce di prezzo* inserendo delle brevi note.

Pian del Ciampolo (2007) Montevertine @@@@
È molto buono. (12/15 €)

Rosso di Montalcino (2006) Poggio di Sotto @@@@@
È veramente molto buono! (20/25 €)

Brunello di Montalcino Riserva 2004, Casse Basse Gianfranco Soldera @@@@@
Celestiale. - nel senso che in una pausa della vostra cena, distraendovi, potrebbero raffigurarsi nella vostra mente l’Immacolata Concezione, l’Arcangelo Gabriele o il santo a voi caro che vi sorridono immersi in un luminoso candore – (150/180 €)


*A ciascuna tasca il suo. Tra l’altro l’amico che beve solo rosso, potrebbe essere l’amica-prossima fidanzata/moglie/madre dei vostri figli. E, diciamocelo francamente, una giusta dose di alcol (ci) aiuta. Non siamo tutti Clooney.
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Dolcetti con la marmellata

Io non so se il silenzio di Charlie in questa sede sia giusto o sbagliato, non sono giudice né giurato, ma vi dico una cosa... quest'uomo non venderà mai nessuno per comprarsi un futuro, e questa, amici miei, si chiama onestà, si chiama coraggio, e cioè quelle cose di cui un leader dovrebbe essere fatto.

Il colonnello Frank Slade (Al Pacino), Scent of a Woman - Profumo di donna, Martin Brest, Usa 1992.

Ingredienti: 300 gr. di farina; 180 gr. di burro; 2 uova; 3 cucchiai di zucchero; la scorza di un limone grattugiata; 1 bicchierino di Marsala; marmellate diverse.
Ammorbidite il burro con le mani, poi mescolatelo con la farina dopo aver unito lo zucchero, la scorza di limone grattugiata, le uova sbattute e il Marsala, quanto basta, per ottenere un impasto sodo. Stendete una sfoglia non troppo sottile. Dalla sfoglia ottenuta ritagliate dei dischetti. Aiutatevi con un tagliapasta o con un bicchiere. Ritagliate anche degli anelli che sistemerete sui dischetti di pasta. Disponete i “fiorellini” sulla piastra del forno ben imburrata ( o coperta da carta forno) e riempiteli con un cucchiaino di marmellata a piacere. Infornate a 150° per 10/12 minuti, poi lasciate intiepidire i dolcetti e serviteli.
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La Doc Roma e i vini di Damiano Ciolli

DOC Savage, l'uomo di bronzo

Era l’indomani dell’ultimo Vinitaly quando scrissi di una percezione che si faceva largo: che il mondo della produzione, quello della critica e quello degli “utilizzatori finali” fossero ben distanti tra loro, intenti all’introspezione cercando di risolvere i propri problemi di autodeterminazione.
Avevo dimenticato il mondo dei burocrati e dei politici che subito si fecero notare.
Qualche giorno dopo il commissario straordinario Arsial, Erder Mazzocchi, annunciava la immaginifica DOC Roma.
E subito un coro di giubilo (più o meno).

Risparmio ogni commento rimandandovi a questo post di Franco Ziliani.
Tanto ormai Doc e Docg spuntano in ogni dove indipendentemente, non tanto dalla qualità dei prodotti, dal fatto che ci sia una qualche pianta riconducibile alla vite.
Senza dimenticare la Doc Venezia. (???)

Ma torniamo a Roma e al comprensorio laziale.
Devo confessare la mia ignoranza, la scarsa conoscenza dei vini di questa regione, oltre pochi Frascati e assaggi random non sono mai andato. Anzi, per dirla tutta, per me i vini laziali erano tre vini del passato, vestigia di una qualità che non riesco (riuscivo?) a ritrovare ai nostri giorni: da taglio bordolese, il Torre Ercolana, il Fiorano e i vecchi vigna del Vassallo della famiglia Di Mauro.

Ma per fortuna esistono i supereroi che in questa occasione prendono le sembianze di Mauro Mattei, ottimo degustatore e sommelier del Duomo di Alba, già collaboratore di Intravino, e quell’altro scavezzacollo – sempre Intravino – di Alessandro Morichetti che in dono mi mandarono i Cesanese di Olevano Romano di Damiano Ciolli a dimostrazione che anche in questa regione, al di là degli stereotipi che sempre un fondo di verità hanno, si respira una nuova attenzione verso le varietà autoctone e la qualità. C’è un barlume di speranza.

Damiano Ciolli, da Olevano Romano, ha rilevato i 4 ettari di azienda dal padre Costantino nel 2001, proseguendo un’attività che dura da 4 generazioni con l’aiuto di Guido Busatto per le opere agronomiche e di cantina.

Vecchie vigne di Cesanese (quelle del Cirsium piantate negli anni ’50 ed allevate ad alberello modificato) da cui si producono due vini per un totale di 15.000 bottiglie scarse: il Cirsium e il più semplice Silene vinificato e affinato in acciaio.

Cirsium, Cesanese di Olevano Romano, 2005 @@@@
Rosso rubino di belle trasparenze, si presenta al naso con una trama floreale e fruttata scura, una folata d’alcol e qualche iniziale impuntatura, screziatura terroso-legnosa. Vira poi su più serene note di glicine e di tabacco, cuoio, un pizzico di cola. Con la sosta all’aria prende una connotazione austera con note di fave di cacao e polvere di caffè, roccia, agrumi, humus e tabacco da sigaro. Una nota minerale ferrosa che ritroveremo in chiusura di sorso. Bocca scorrevole e senza intoppi, tannino appena polveroso. Finale leggermente segnato dall’alcol, si evidenziano note di salvia e un ritorno appena metallico. In beva.

Cirsium 2006 @@@@
Qui la trama floreale si fa più evidente, note di lavanda in primis, lampone succoso ed erbe aromatiche. Cannella, poi biscotto al rum e fiori d’arancio. Palato più largo, centro bocca raggiante: finale che si ispessisce, trattenuto appena dagli aromi del legno d’affinamento, chiude leggermente amaro. Da attendere.

Silene 2008 @@@
Frutta e fiori, un po’ di terra, spezie: il profilo olfattivo s’intreccia ad un sottofondo arboreo. Bocca semplice e scorrevole. Buon succo, sapido, tannino ruspante. Buon ritorno degli aromi.
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Quando la malolattica era rock (seconda parte)

Pachiderma. Alcuni vini degli anni '90, come alcuni ancora oggi, avevano dei profili aromatici che lo ricordavano. Per leggerezza e dinamicità nel moto.

L’altro giorno abbiamo parlato di quel periodo in cui la malolattica era rock mentre oggi molti la rifiutano tanto da farmi affermare in chiusura finale: qualche volta, sarebbe meglio farla. (vedi qui)

Il punto non è se si fa o meno la malolattica (o se si usa o meno la barrique): ma perché e con quale consapevolezza faccio una cosa piuttosto che un’altra e le conseguenti ricadute gustativo/stilistiche/onanistiche.

Ma andiamo avanti con il nostro ragionamento: la fermentazione malolattica è un pizzichino complicata e va seguita onde evitare spiacevoli conseguenze. Si procede con l’inoculo dei batteri lattici (oggi i produttori si lamentano ché quelle bustine di batteri costano un botto e, di bustine, ce ne vogliono un bel po’). Ciò non basta, perché se volessimo entrare nel dettaglio, diciamo che è probabile ci voglia l’aggiunta di altro perché i batteri procedano senza problemi. Probabilmente dovrò alzare anche il ph del mio mosto se troppo basso, disacidificando, di un grammo e mezzo più o meno, acido tartarico. A fine fermentazione, una bella botta di solforosa per inibire i batteri.

Certo, la malolattica può anche partire spontaneamente. Sempre che non si tenga artatamente il vino in un contenitore a temperature abbastanza basse tanto da inibirla.

Questa pratica si lega spesso all’idea che più acidità ho, più il mio vino durerà in eterno. Quanto all'acido tartarico, basta vendemmiare il prima possibile per preservarlo quanto più si può.
Tutti questi ragionamenti a prescindere da una qualsiasi idea di equilibrio, annata, vitigno e così sia.

Se allargassimo l’orizzonte del nostro sguardo, allora verificheremmo che le medie e grandi industrie del vino in tutto questo ci sguazzano. In linea di massima hanno sempre vendemmiato prima per non rischiare, ora risparmiano un bel po’ di soldi in additivi enologici che non occorrono più e cisterne di vini da taglio che non partono più. E non faccio la malolattica. Risparmio ancora.
Nel frattempo a botta di filtrazioni e chiarifiche siamo tornati ai vini color carta di un tempo.
Mi scuso sempre per le semplificazioni.

Però, tra un vino tagliente ma pieno di bella materia e un vino semplicemente acido e più vuoto delle tasche di Paperino c’è una bella differenza.
Per estremizzare il discorso potrei prendere ad esempio le bollicine: bevetevi gli Champagne di Francois Billion o quelli di Benoit Lahaye e poi riparliamo del giusto concetto di acidità tagliente, finanche assassina per i più deboli, ma che sorregge una gustosa materia prima.

Come disse Rizzari, distinguere tra una vino buono e un vino apparentemente buono è sempre più difficile.
E certo non mi preoccupano le capacità di chi fa il degustatore di professione quanto quelle dei consumatori.

A furia di slogan sull’acidità da parte di tutti noi si sta affermando un modello estetico ben preciso.
Eppure, da un lato, l’acidità non sembra essere il requisito primario e fondamentale per i vini atti all’invecchiamento, quanto più un discorso di equilibrio. Il rischio in vigna è di passare dalle “surmaturazioni” alle “immaturazioni”. Dall’altro lato conosco pochi consumatori che aspettano 10 anni per bersi un vino bianco.

Succo (mo ce vo) del discorso: a volte le banalizzazioni possono fare tanti danni quanto le bananizzazioni.
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Il Faro di Capo d’Orso, Maiori, Salerno


Cucina: tradizionale/creativa

Proposte: due menu degustazione a 65 € (benvenuto, 3 portate – primo, secondo, dolce – piccola pasticceria) uno Gourmet a 130 € (raddoppiano il numero delle portate); alla carta 80/110 euro

Plus: aperto il lunedì

Abbiamo bevuto: Montevertine riserva 1999, Montevertine (€ 32); Ribolla Gialla 1999, Radikon (€ 35)

Il Faro sancisce l’esordio, nel 1999, dei tre fratelli Pio, Pierfrancesco e Luigi nell’attività di famiglia creata da Papà Bonaventura nel 1950. L’ultima evoluzione di un percorso iniziato negli anni ‘30 con il nonno Luigi che tornato dall’America acquistò quest’angolo di paradiso: un promontorio poco prima di arrivare al paesino di Maiori. Una trentina di coperti che s’affacciano, quasi sospesi sul mare, sulla costiera amalfitana.
In cucina Pierfrancesco prepara con mano sicura i piatti del menu di primavera e ci stuzzica con il benvenuto, un freschissimo bicchierino di astice in yogurt di bufala, con asparagi, pomodorini, pane tostato (e di fianco un tocchetto di tonno appena scottato con un delicato intingo).
A la carte potete scegliere tra 5 antipasti, 5 primi – molto gustosi gli spaghettoni di Gragnano con vongole, favette, seppioline e pane tostato all’olio di oliva e i ravioli di manzo con il ragù della mia infanzia, scaglie di pecorino ed uvetta, salsa al prezzemolo –, 4 secondi di pesce e 3 di carne (provate il filetto di manzo arrosto con salsa allo scalogno e fave di cacao, asparagi, anelli di cipolla in tempura e patate sautè).
Si scavalla da pesce a carne, sempre presenti i latticini, gli ortaggi e i legumi che vengono dagli orti della costiera; il menu cambia con i prodotti di stagione. Infine i dolci: divertente lo sfusato amalfitano in tre varianti con la creme brûlé che troneggia e il cremoso alla fragola con gelato al basilico.
La cucina gioca con gli ingredienti: è capace di combinarne tanti, forse troppi, nello stesso piatto, ma tutti in perfetto equilibrio, riuscendo a mantenere intatta la freschezza e il sapore di ognuno.
Plus per i pani preparati – alle olive, ai pomodorini, all’origano, bianco cotto a legna, nero con finocchietto ed altri ancora –, squisiti e fragranti.
Ambiente curato e accogliente, vista mozzafiato, swing di sottofondo, servizio perfino troppo presente ma che sa dettare i tempi senza che ci si rilassi troppo. Si curano i dettagli, in bagno come nella scelta dei bicchieri - Spiegelau authentis rotwein, lavorano da dio come disse il masna.
Carta dei vini con diverse centinaia di referenze che sconfina anche fuori dalle patrie terre. Molti i vini stile anni ‘90 e l’attuale periodo di crisi blocca le scelte. Ma gli appassionati sfegatati possono divertirsi pescando tra le vecchie annate di Brunello Biondi Santi o di Taurasi Mastroberardino spendendo ciò che occorre. Qualche vino dai prezzi più abbordabili e qualche avanguardia in più non ci dispiacerebbe, ma in ogni caso, si può pescare qualche chicca niente male e bere a prezzi molto corretti.
Per passare una serena e romantica serata coccolati in costiera amalfitana.

(e se in 65 euro ci si potesse infilare un’altra portata, che so’, un antipasto, ci sentiremmo anche più coccolati noi enogourmand :-)

Adele Chiagano e Mauro Erro


IL FARO DI CAPO D'ORSO
Via D.Taiani, 48 - 84010 Maiori (Salerno) Costiera Amalfitana - Italy
Tel. +39 089 877022 - fax +39 089 852360
info@ilfarodicapodorso.it
www.ilfarodicapodorso.it

Carte di credito: tutte
Orari: chiuso martedì e mercoledì; ferie a Novembre e Gennaio
Come arrivare: da Salerno, uscire a Salerno centro/costiera amalfitana e percorrere la costiera fino al punto di arrivo (20 km ca.). Da Napoli percorrete l’autostrada A3 ed uscite a Vietri sul mare, risalendo verso il Faro. Altrimenti uscite a Castellamare di Stabia e procedete per la costiera sorrentina e poi quella amalfitana (in un paio d’ore ce la dovreste fare)
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posted by Mauro Erro @ 08:27, , links to this post






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