Matrimonio a chilometro 0

In questi ultimi giorni un grande trambusto mediatico ha assalito circa due miliardi di persone: il matrimonio di William e Kate (da oggi Katherine anche per sua sorella Pippa) ha invaso web e tv come nessuno tzunami aveva mai fatto prima.
Si è detto di tutto su questo fatidico giorno e a dir la verità io, forse l’unica al mondo, ero riuscita a tenermene fuori. Non so come sia potuto accadere, ma ho appresso dell’evento del secolo solo il giorno di Pasqua (questa Pasqua) quando, lamentandomi della sfiga del primo maggio (che cade quest’anno di domenica), un amico che lavora a Londra, mi svela, con ghigno di sfida, che lui sarebbe andato in vacanza già da giovedì 28 aprile!
Ma come è possibile?” Gli ho chiesto perplessa!
Ma Adele, chè non lo sai: quando si sposano i Reali tutta l’Inghilterra è in festa!
Mea culpa, mea maxima culpa. E adesso, come potrò rimediare al gossip del secolo mancato?
Fare una full immersion tutta in una volta! E così è stato o almeno...
Il programma di recupero prevedeva una sfrenata overdose di tutte le trasmissioni che solitamente non so nemmeno esistano e tutto nel minor tempo possibile. Ecco così che sono spuntati ai miei occhi, tutti in fila, i vari Mara Venier, Caterina Balivo, Silvana Giacobini e chi più ne ha più ne metta, fino ad arrivare a quel simpaticone di Fede, che aspettava, sbavando, solo il bacio degli sposi.
Alle ore 17 del giorno della vigilia delle nozze, mentre farcivo i miei italianissimi e meridionalissimi canapè per la degustazione che mi aspettava la sera, guardavo immagini senza audio che spaziavano da Kate bambina col salvagente all’anello di fidanzamento di Lady D, dai cappellini improbabili, con annesse interviste alle modiste, al buffet del banchetto nuziale. La situazione stava diventando impegnativa: il recupero forzato rischiava di stravolgere la beata digestione dei miei commensali. Decido quindi di spegnere tutto e di dedicarmi solo alla cucina.
Il giorno dopo, decisa a seguire il mio programma, mi connetto con la diretta delle nozze, in attesa trepidante del fatidico “Yes” (rivelatosi essere poi un gutturale “Ya”) e m'incanto osservando la "cappellini parade". Sì, una sfilata "globalizzata" dei mitici cappellini delle Ladies inglesi.
Non facevi in tempo ad appassionarti ad uno che subito ne intravvedevi un altro, fino a scorgere appena dietro la regina Elisabetta, una Lady in rosa perla o beige, a seconda della luce di riflesso, con un cameo sulla fronte fregiato da una nocca. Terribile! Scopro solo dopo qualche ora, durante la mia pausa caffè post pranzo, che l’audace invitata era una cugina del principe, Beatrice, una delle poche che pare non nutra molta simpatia per la Middleton e che probabilmente ha deciso di farle un dispetto indossando l’orribile pennacchio. Tra un cappellino e l’altro, ascolto di sfuggita la gracchiante voce della Marzotto, ospite al tg4 del pomeriggio di Emilio Fede (stavo messa male eh?) che con una certa aria di sufficienza disprezza le nozze del secolo, arrivando alla conclusione che non ci sono più i reali di una volta.
Continuando nello zapping, apprendo di contratti reali prematrimoniali e di vips in fila per prendere posto in Chiesa, di Elton John più commosso della sposa e della moglie di Cameron senza cappello fino a scoprire che Emilio Fede legge le notizie direttamente da Wikipedia e che, nonostante tutti i cappellini di cui parlare, appare concentrato solo sul bacio degli sposi e sulle campane di Westminster che hanno suonato a festa, ininterrottamente per tre ore di fila, per un totale di 5000 rintocchi.
Più passava il tempo, dunque, e più realizzavo che non ce l’avrei fatta ad andare oltre. Programma di recupero fallito. Era meglio rimanere nella beata ignoranza.
Una sola cosa ha destato un pochino di più il mio interesse: il matrimonio a chilometro zero! Ebbene sì, gli sposini hanno deciso che il loro matrimonio doveva essere eco-sostenibile. Cosa sia stato veramente eco-sostenibile con 2000 invitati rimarrà un mistero irrisolto, ma la buona volontà va sempre premiata. Ecco dunque la mia attenzione dirottata immediatamente sui matrimoni green e sulla tendenza, all made in Usa, di realizzare eventi nel pieno rispetto della natura e del pianeta.
E come? Alcuni esempi: per limitare lo spreco di carta, gli inviti vengono spediti via mail; invece di comprare le bomboniere, si devolvono i soldi in beneficenza, magari ad organizzazioni ambientaliste ed umanitarie; per ridurre al minimo le emissioni di carbonio si trasportano tutti gli invitati in un unico pullman o li si muniscono di bici elettriche; invece di stampare le foto del matrimonio si produce un libro digitale; il vestito da sposa, meglio se usato, altrimenti utilizzare solo cotone, lino, pizzi che sono frutto della terra e per quanto riguarda la cena, solo cibo e bevande biologiche e a km 0. Anche in Italia i green wedding stanno prendendo piede, il primo matrimonio italiano eco-sostenibile sarà celebrato a luglio, mentre fioccano associazioni tipo Let’s eco party specializzate nell’organizzazione di eventi ecologici.
E i reali di Inghilterra come hanno pensato di gestire il loro matrimonio eco friendly? Beh cominciamo con l’anello: dal momento che William non poteva scegliere della bigiotteria, ha optato per lo stesso anello con zaffiro e diamanti che suo padre diede a sua madre per chiederle di sposarla. Economicissimo riciclo! Anche per il vestito, Kate ha deciso di riciclare un bel po’ di roba a cominciare dal diadema PRESTATOLE da nonna Elisabeth! Per il banchetto hanno seguito il consiglio del principe Carlo: il menu era composto solo da cibi biologici, per la maggior parte coltivati nella sua proprietà, compresi carne e pesce allevati secondo norme sostenibili. Anche per la decorazione floreale, solo fiori di stagione.
Per la lista nozze non hanno chiesto regali, ma soltanto donazioni a più di 26 diverse organizzazioni, non tutte ecologiche, ma dei vari campi dello scibile umano. E la torta? Ben due torte gigantesche a disposizione degli ospiti. Una composta da frutta tradizionale e frutta secca, l’altra al cioccolato, una ricetta segreta della famiglia reale, realizzata con ingredienti a chilometro zero (anche questi segreti???). La luna di miele verrà fatta vicino casa, e più precisamente in Scozia. Per il trasporto invece gli sposini hanno toppato, hanno riservato la carrozza “ecologica” solo per la parata reale mentre sono giunti in chiesa a bordo di qualche auto. Elettrica???
Lo scopriremo nelle prossime puntate!

Adele Chiagano
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Bianchi, Ghemme 2007 (e Gattinara Valferana 2005)

Foto di repertorio, vigne dell'Alto Piemonte. Alle spalle il Monte Rosa

Ghemme – Doc dal 1969 e Docg dal ’97 – è la denominazione dell’alto Piemonte che ritroviamo subito dopo Fara e Sizzano risalendo la Sesia. Circa 65 ettari che riguardano il comune omonimo e Romagnano Sesia più a nord. Condivide con Fara e Sizzano la matrice dei terreni, le colline moreniche originate dal movimento dei ghiacciai del Monte Rosa: terreni di rocce e detriti di varia natura ricoperti da uno strato argilloso. Anche qui il ph è acido ma più alto rispetto ai porfidi di Boca, alla stessa Gattinara – con cui il vino condivide una simile intelaiatura della struttura tannica – e le sabbie di Lessona.
Può essere prodotto da sole uve nebbiolo, che devono essere comunque presenti almeno nella misura del 75% per cento, il resto può arrivare con il saldo della vespolina e dell’uva rara.

La cantina Bianchi è una storica azienda nata nel 1785 e con sede a Sizzano già segnalata dalla fine degli anni ’60 nei cataloghi Bolaffi redatti da Luigi Veronelli. Ventuno ettari di proprietà più 5 in affitto che ricadono principalmente in Sizzano, Ghemme e Gattinara a seguire, condotti dal 1990 in biologico; i reimpianti più datati risalgono ai primi anni ’80 mentre, la consulenza enologica, è affidata, da tempo, a Donato Lanati.

Si producono vini in cui non sono da ricercare abissi di profondità o picchi di complessità, ma che si muovono su un registro di naturale ed immediata espressione fruttata e floreale. Pur mostrando alcune impuntature tecniche, si apprezzano per la schiettezza, ma, soprattutto, per la facilità con cui si accompagnano al pasto determinata dalla spiccata mineralità di timbro sapido.

Riconoscendo ad entrambi i vini lo stesso “stile” ho preferito il Ghemme 2007 per il suo naso più sereno e compiuto di pesca, glicine e genziana che mostra piccole screziature verdi. Al palato è compatto e fluido, la leggera presenza di acidità volatile ne facilita la scorrevolezza; succoso, il finale sapido pulisce la bocca non disturbata da un tannino presente, leggermente ruvido, ma garbato.
Vini semplici, da bere, ma densi di personalità.
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La Frittata di maccheroni partenopea

È bene subito fare una distinzione, la frittata si declina al plurale nelle sue innumerevoli varianti casarecce; poi ci son le frittatine, dischi monoporzione alti tre, quattro centimetri e dal diametro di scarsi dieci che fregiano l’interno delle vetrine delle rosticcerie.

Stabilirne l’origine è questione complessa, probabilmente rientrano nel filone della tradizione dei timballi e dei timpani. Trae linfa dalla miseria essendo piatto di recupero, di rimpasto degli avanzi sino a diventare oggi prelibatezza che si realizza ex novo, prototipo del manicaretto che ci accompagna in gita al mare o al pic-nic del primo maggio.

Nella sua versione casalinga, addensata con uovo, c’è chi preferisce gli spaghetti, chi i vermicelli o i bucatini, chi i maccheroni; chi la gradisce in bianco e chi leggermente macchiata di pomodoro ed ognuno la fa come vuole, l’importante sta nella cottura perché venga compatta e solida da essere tagliata a fette, e rosolata uniformemente. Basta avere l’accortezza di utilizzare una buona padella ed inclinarla affinché durante la cottura la fiamma tocchi solo una parte di bordo. Basta poi spostarla ogni due, tre minuti fino a fare un giro completo e di seguito ripetere capovolgendo la frittata: i bordi si cuoceranno e il centro non brucerà.

La frittatina è affare diverso tanto da risultare una sorta di esclusiva tutta partenopea del cibo da strada e delle fritture. Mentre, infatti, in Italia è possibile trovare facilmente arancini bianchi o rossi in ogni città e in alcune di queste, forti di ricche tradizioni, vedi la Sicilia, con innumerevoli varianti golose, idem i crocché, la frittatina di maccheroni la potete trovare con facilità solo a Napoli.

Innanzitutto, la differenza con la versione casalinga oltre le ridotte dimensioni sta nella panatura, tipica da friggitoria che si realizza con l’aggiunta di farina. Solitamente si usano bucatini che sono, però, spezzati a mano. Il ripieno – anche qui non mancano le sfumature – con carne(spesso macinata), piselli, in bianco o leggermente macchiata e via così, con besciamella, formaggio o meno.

Per me una buona frittatina è sempre stato il piacere massimo e si lega ai principali ricordi di scorribande nelle rosticcerie che come i bar di un tempo è sempre più difficile trovare: oggi sostituiti da noiosissimi take a way piastrellati di detersivo candore, soffocati da accecanti neon, addobbati con l’ennesima ristampa di New York che si sveglia o della Marylin Monroe di Warhol, spesso sostituita da impensabili cani, gatti o piselli. E, cosa peggiore, grondanti di improbabili e croccanti tranci di pizza da riscaldare nel microonde.

La luce delle rosticcerie, innanzitutto era diversa: era bassa. L’atmosfera era colorata di un giallo tepore che inclinava all’ocra, alla ruggine, e lasciava angoli bui e spazio alla fantasia. Le vetrine erano opalescenti, nella parte superiore dal vapore che derivava dalle fritture appena uscite di padella, nel basso dalla ‘nzogna, il grasso che colava. Per scegliere, si spiava dall’alto, l’unica parte di vetro rimasta linda e che ti permetteva di vedere, e da ragazzo se non eri troppo alto, potevi perderci molto tempo al banco.
Quando entravi, e fuori pioveva, il pavimento che non eri mai riuscito a guardare s’ammorbidiva della segatura che veniva sparsa. Non riuscivi a vedere a più di tre metri, mai il fondo, inghiottito dal buio e da una costante nuvola vaporosa che, nelle sale interne, si faceva ancor più fumosa.
Le rosticcerie erano il contraltare della livella di Totò, dove il cimitero la padella, dove la morte la vita e la frittatina. Si mischiavano in questi luoghi studenti e professori, professionisti e muratori, davanti un arancino o mangiando al volo un piatto di maccheroni.

I modi erano spicci, i decori pure. Dietro la cassa c’era sempre un persona di una certa età, uomo o donna indifferentemente, dall’educazione moderata e di circostanza, ma mai fredda. Alle spalle appeso alla parete un sobrio crocifisso di legno con il Cristo in ottone, ornato dell’argento di un rametto di olivo rinsecchito. Un quadro con la licenza all’esercizio commerciale ingiallita e illeggibile per i timbri e le marche da bollo apposte, la fotografia di una zia, Adelina, Carmelina, matriarca della dinastia e fondatrice della rosticceria e, per i più esuberanti, un ulteriore quadretto votivo con la fotografia di Maradona.

Io ne avevo al Vomero due mie predilette, Lucullo e Imperatore sostituite da un franchising di un marchio di calze e intimi per donna e da un Istituto di credito.

Recentemente, a due passi da bottega, nel punto collinare più alto di Napoli prima di incamminarsi per i Camaldoli, appena passato il largo di Cappella Cangiani, ne ho scovata una che fa una frittatina degna di nota. È di quelle che vogliono stomaci forti, oleosa e saporita. Il locale si chiama Imperatore 2, valga come consiglio per i numerosi medici che frequentano la zona e per gli studenti di medicina e farmacia, e non solo.
Nota dolente, il panino napoletano con i wurstel. Ma oramai mi sono quasi rassegnato all’idea che, presto o tardi, delle rosticcerie di una volta come dell’originale panino napoletano con cicoli e pepe, bisognerà scrivere l’epitaffio.

P.S. Si accettano indicazioni di rosticcerie e frittatine da assaggiare.

Foto 1, tratta dal blog il cucchiaio magico
Foto 2 tratta dal blog Anice e Cannella
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Modena o Parigi? Che la "Verita-S”tia a Napoli ?

Dopo qualche anno che mi interessavo attivamente al vino, partecipando a degustazioni su degustazioni, valutando vini e sparando sentenze (e cazzate) varie, ebbi la malaugurata idea di iniziare a girare per i ristoranti e recensirli. Ho sempre pensato che, per essere dei critici affidabili nel campo della ristorazione, si debbano avere caratteristiche ben diverse da quelle di un degustatore di vini. Probabilmente mi sbaglio. O allora vorrà dire che mia moglie è l'eccezione che conferma la regola. Mi spiego, se avete la pazienza di leggermi sino in fondo.

Il vino abbisogna di studio e conoscenze, tante. Molto spesso sembra quasi che un assaggiatore sia allo stesso tempo un agronomo, un enologo, un geologo, deve saperne un minimo di geografia e di storia. In realtà un bravo degustatore dovrebbe almeno avere un’ infarinatura di tutte queste materie. Dunque, assaggi tanti, ma anche tante letture di approfondimento e momenti di confronto, a 360°, con operatori del settore. Capire se uno chef sappia cucinare o meno, se sia bravo o meno, secondo me richiede altre doti, molto più saldamente legate al proprio vissuto. Sicuro di attirarmi critiche (ma anche di molto peggio, fate pure), non ho paura di confermare la mia convinzione che se sei cresciuto a “sofficini” e “4 salti in padella” difficilmente, anche con tutto l'impegno e la pratica possibile, potrai diventare un intenditore di cucina. I sapori ed il gusto si sedimentano nel corso degli anni. Si presuppone che, a meno che uno non sia miliardario, passeranno un bel po' di anni prima che tu possa iniziare a frequentare certi ristoranti. Col vino è leggermente diverso. Fino ad una certa età te lo fanno solo assaggiare, in occasione delle feste o per qualche accadimento speciale. A 18 anni tendi ad un bere meno consapevole e disincantato (perifrasi iperbolica degna di nobel per la letteratura) poi, per una via o per un'altra, ti appassioni al vino in maniera sempre più seria e cronica, raggiungendo e (spesso) oltrepassando i confini del fanatismo. Non puoi perderti una degustazione, un vino, una serata, devi provare di tutto di più, altrimenti stai male...
Girare per ristoranti richiede tempo innanzitutto, sei tu a muoverti, non è la bottiglia a venire da te (a meno che non ti chiami Maometto...). Ed a meno che non lo fai per professione esclusiva, oppure non hai una cippa da fare, il tutto diventa molto più complicato. Ma diciamo che, seppure rientri in una delle prime due categorie (aggiungo che devi trovarti un lauto finanziatore-editore o avere il portafoglio gonfio), più di 600/700 ristoranti in un anno non potrai mai visitarli (2 al giorno, tutti i giorni !!!) . Secondo me è più realistico pensare a circa 300/400. Un degustatore di vino anche semplice, ma accanito appassionato (il sottoscritto come molti altri che conosco), può arrivare tranquillamente, senza esagerare, a 2000 etichette all'anno. Se degusta per una guida o per una rivista di settore penso che questi numeri possano diventare notevolmente più importanti e la forbice tra degustatore di vini e critico gastronomico tende ancora ulteriormente ad allargarsi. Senza dimenticare il fattore economico: una boccia da 1000 euro la puoi sempre dividere con gli amici, una cena o un pranzo non proprio...
Se pensate che sia per questo che ho deciso di non dedicarmi più a scrivere di ristoranti, siete, però, fuori strada; l'ho fatto perché ho capito ben presto che gli chef sono molto più permalosi e presuntuosi dei vigneron, quindi, meglio starne alla larga. Nel frattempo mi sono perso…

Cosa c'entra mia moglie? Beh, lei è una di quelle che ne capisce di cucina perché ha avuto la fortuna, da sempre, di mangiare bene, fin da bambina, lo stesso, più o meno, dicasi per il sottoscritto. Non parlo di semplice cucina casalinga, alla buona, ma di materie prime eccellenti, freschissime; ricette della tradizione e non, eseguite magistralmente, innanzitutto con amore, senza l'autoreferenziale cerebralità di alcuni piatti stellati. Per intenderci se va da Gennarino (Esposito, Torre del Saracino, Vico Equense) e da Don Alfonso (Don Alfonso 1890 , Sant’Agata sui due Golfi) e ti dice che le piace più il primo piatto del secondo, te lo sa motivare con dovizia di dettagli e di efficaci osservazioni, senza bisogno di una terminologia tecnica e, soprattutto, senza ricorrere alla banalità del gusto personale (ed in questo è anche più affidabile di molti critici che, invece, al gusto personale ricorrono spesso e volentieri per giustificare le proprie improbabili scelte). Ed anche da grandi, io e Rosangela, abbiamo cercato di non perdere le buone abitudini. Solo prodotti di qualità estrema, preparati nella maniera più semplice possibile. Se usciamo per andare al ristorante ne deve valere, davvero, la pena. Vogliamo vivere un'esperienza diversa ed appagante. Ci sono quasi, non vi preoccupate, non vi arrendete...

In questi primi quattro mesi dell'anno ho girato un po' di ristoranti e vorrei soffermarmi su tre di loro in particolare: Massimo Bottura (Osteria La Francescana di Modena), Inaki Aizpitarte (Le Chateubriand e Les Fleurs a Parigi) e Gianluca D'Agostino (Veritas di Napoli). Il primo mi ha detto che non capivo il panino con la mortadella sifonata perché sono campano (suppongo, allora, che lui non potrà mai capire la mozzarella di bufala campana ?!), ma rimane il numero uno in Italia, con 150 euro (vini esclusi) e con la sua cucina fai un viaggio oltre i confini dell'ignoto, ne vale, sempre e comunque, le pena (io non sono permaloso, almeno non tanto...).
Il secondo gestisce un locale trendissimo a Parigi, strapieno di gente e frequentato da bellissime ragazze (bonus): con soli 50 euro (vini esclusi) mangi in uno stellato e ti passa la paura (le critiche che ho letto da più parti mi sembrano ingenerose, ma ci tornerò presto con un racconto più dettagliato).
Gianluca D'Agostino invece? Chi era costui?
Io e mia moglie abbiamo trascorso una piacevolissima serata, mangiato discretamente bene, bevuto una bella bottiglia (io) e pagato il giusto (peccato solo che il menù sia piuttosto limitato: dopo che ci sei tornato due volte rischi che non ti rimanga altro da provare, ma per il momento va bene così, un passo alla volta è meglio del passo più lungo della gamba).

Se pensate, adesso, che il titolo fosse esageratamente e dichiaratamente provocatorio, ci avete preso solo in parte.

Fabio Cimmino


Dopo le polemiche per le premiazioni del 50 best restaurant's di San Pellegrino; letti gli interventi di Vizzari, Bonilli e Andrea Petrini, ho chiesto a Fabio di dirmi il suo punto di vista e spero che presto ci invii il racconto dell'esperienze più "fresche", Chateubriand innanzitutto.

Al di là delle inflessioni nel proprio vissuto, non mi pare che il succo del discorso sia molto lontano da quello di Petrini che potete leggere qui. Non voglio entrare nel merito della classifica, dei parametri adottati, credo sia poco interessante stabilire con il misurino chi sia meglio di chi o di cosa secondo un linguaggio condiviso che via via si adegua nel tempo.
Si è sempre abituati a trattare il cibo (e il vino) in maniera molto autoreferenziale e il web è perfetto strumento di risonanza in questo. Ci si dimentica, invece, che cibo (e vino) sono legati ed espressioni delle nostre abitudini e costumi, talvolta le suggeriscono, altre volte si adeguano. In seguito alla crisi mondiale stanno cambiando le nostre abitudini, noi, si sovvertono valori e principi. Avviene anche nel mondo dell'enogastronomia.
Noi i cambiamenti preferiamo capirli cercando poi di gestirli, piuttosto che subirli. (m.e.)
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10 birre per il 1° Maggio

Festa dei lavoratori, si sa. Concertone a Roma, pure.
Previste nubi sparse e schiarite ed una temperatura massima percepita di 21° a metà giornata.
Come a dire: vestitevi a strati e pronti col k-way perché, nonostante l’eventuale pioggia, alla fine il 1° Maggio è sempre il 1° Maggio. Quest’anno perdiamo una festa perché cade di domenica, ma poco male. Il calendario eventi è fitto fitto e vale la scampagnata a Roma: al solito Concerto si affianca la beatificazione di Giovanni Paolo II, in un week-end da tutto esaurito. Impossibile trovare un b&b libero: per i fortunati che hanno amici dove appoggiarsi e per gli altri che tentano la toccata e fuga in giornata, ecco dieci birre da portarsi dietro, da scolarsi nell’attesa di una metro, del cantante successivo o durante l’omelia a San Pietro.


Concerto del 1° Maggio.
Piazza San Giovanni in Laterano. Uscita metro A: Manzoni o Piazza Re di Roma.

Punk IPA - Brewdog (GB) Versione in lattina e quindi pastorizzata. La versione in bottiglia è più buona, lo so, e la pastorizzazione fa tanto industriale, ma vuoi mettere che uno zainetto pieno di lattine è più leggero e comodo per un concerto? Intanto, è una delle poche birre in lattina che m’azzarderei a comprare. Da bere prima che il concerto abbia inizio.
Tire Bite - Flying Dog (USA) Va giù a secchiate. Scarna nei sapori, ci si ricorda che è birra per la CO2 e per i luppoli (i tedeschi German Perle e Hallertau) che giocano solo di ritorno per un totale di soli 16 gradi IBU. Fresca e mansueta: da bere a grossi sorsi, man mano che il concerto si apre (da Finardi ai Modena City Ramblers).
Surfin Hop - Toccalmatto (ITA) IPA in versione Imperial per il birrificio romagnolo che già da un po’ si è contraddistinto per l’uso sapiente dei luppoli. Prima nella sua categoria e terza overall al CIBA 2010, con merito: di corpo, amara e aromatica, persistente. Quando il concerto inizia a pompare (Daniele Silvestri, Caparezza e Subsonica).
Yeti Imperial Stout - Great Divide (USA) Una birra con tanta materia e CO2, maestosa, piena, complessa, alcolica. Da bere con un po’ di tempo alle spalle, perché giovane rischia di essere scompostamente esuberante. Nel momento di massimo splendore potrebbe regalare emozioni fortissime in abbinamento all’artista preferito presente in scaletta (Dalla, De Gregori, Gino Paoli e così via). Per me: Ennio Morricone.
Triple XXX - Croce di Malto (ITA) Scelta dalla giuria popolare (quei 5 amici che erano con me allo scorso IBF di Roma). Utilizzo di 3 cereali (orzo, frumento, avena) per una birra che indugia, troppo per i miei gusti, sulla morbidezza. Ma la giuria (i su-citati 5 amici) l’ha eletta come birra preferita del festival (dopo essersi aggiudicata un po’ di premi negli anni precedenti). Avranno ragione loro? Da bere in un momento di mancanza.


Beatificazione di Giovanni Paolo II
Piazza San Pietro. Uscita metro A: Ottaviano. Bus: linee 40, 64.

Bootlegger - Bad Attitude (SW) Una California Common con lieviti da bassa fermentazione che lavorano sotto stress, a 25°. Ottenuta da malti d’orzo e frumento, usa luppoli come Amarillo, Perle e East Kent Golding. Aggiunta di coriandolo e zucchero di canna per una birra, grazie anche a una buona CO2, molto bevibile. Da bere nell’attesa dell’apparizione del papa alla finestra.
Op & Top - De Molen (NL) Una Bitter Ale che trova la sintesi dei luppoli utilizzati: amaro (premiant), agrumi, floreale e speziato (Cascade e Amarillo). Beva scorrevole e compulsiva. Da bere per iniziare l’esperienza mistica di comunione.
Saltafoss - Birrificio Lambrate (ITA) Tripel complessa dal sorso soddisfacente. Tanti sentori dolci e fruttati, da malto (Pilsner, SpecialB, Caramunich) e lieviti, bilanciati egregiamente dall’unico luppolo utilizzato (Centennial). Speziata e leggermente amarognola in un finale asciutto e pulito. Da bere tra una sacra scrittura e l’altra.
Westmalle Tripel (BEL) Non c’è bisogno di presentazioni per la birra dei monaci trappisti di Westmalle, nella provincia di Anversa. La prova che Dio esiste (e in fondo in fondo, ci vuole bene). Da bere nel momento di massima santità.
Fear - Brewfirst (ITA) Milk Stout corroborante, pulita, alquanto beverina. Il parco dei malti (Maris Otter, Crystal, Chocolate, Pale chocolate, Wheat, Oat, Monaco, Vienna) dona corpo e morbidezza insieme all’aggiunta di lattosio, mentre le fave di cacao fanno il resto, oltre la tostatura e i luppoli utilizzati (Magnum, Styrian Golding). Da bere alla fine della lunga giornata, in pace col signore Dio nostro.

Io, dovendo scegliere, opto per la buona musica e la luppolata Surfin Hop, ma giusto perché Wojtyla è già santo nel mio cuore. Ma non è da escludere che nel massimo momento estatico che riserverà il concerto, possa concedermi una Westmalle tripel.
In attesa di domenica sono benvenute valide alternative.
A margine: a ciascuno il suo (santo e birrificio). Prosit.

Roberto Erro

PS: per chi è nella capitale già da sabato, due valide alternative per la serata: ma che siete venuti a fa’ e la Brasserie 4:20.
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Un itinerario Goloso

Santa Maria di Castellabate

Quest’anno ci è toccata un po’ di sfortuna: il fatidico primo maggio, festa dei lavoratori, cade proprio di domenica. Niente ponte lungo per la classica gita fuori porta, anche se i temerari e i viaggiatori dell’ultima ora non rinunceranno ad itinerari interessanti. Eccone pronto uno “goloso” rivolto a tutti coloro che preferiranno evitare la folla di Roma, quest’anno più rigogliosa che mai per la Beatificazione di Papa Wojtyla, e virare verso mete più tranquille, magari nel “profondo” sud dello stivale. Un veloce e pratico last minute per chi si trova in Campania o può raggiungerla facilmente e vuole godere delle sue bellezze e golosità senza spendere molto. Il breve vademecum che vi ho preparato parte da Salerno e prosegue fino al cuore del Cilento. La prima tappa prevista dista circa una quarantina di Km dalla città campana di partenza: uscendo dall’autostrada a Eboli o a Battipaglia dovete immettervi sulla Strada Statale 18 e arrivare a Capaccio Scalo/Paestum presso la Gelateria Orchidea. La piccola gelateria, che si trova in zona Laura di Paestum, è un piccolo laboratorio artigianale che dopo più di vent’anni di attività continua ad offrire ottimi gelati. Da provare assolutamente il gelato “Sapori d’Oriente”, ormai diventato un cult, uno squisito mix di frutta secca (fichi, pistacchi e noci); ma sono ottimi anche i gusti alla frutta “fresca” (senza latte, ma solo con zucchero, acqua e frutta) e quelli alla crema, al cioccolato per esempio, soprattutto se con l’aggiunta di peperoncino. Dopo questa pausa fresca e ristoratrice immettetevi di nuovo sulla Strada Statale 18 e proseguite per una decina di Km in direzione Agropoli. In prossimità di Contrada Mattine che vi troverete sulla destra svoltate e andate ad acquistare qualche chilo di mozzarelle al caseificio dei fratelli Polito. Se vi piace la mozzarella di Bufala campana e salernitana, questo è senz’altro un ottimo indirizzo per gustarne una artigianale al 100%. I fratelli Polito si occupano del caseificio e della produzione, avendo un piccolo allevamento di proprietà che fornisce loro il latte per le mozzarelle e tutti gli altri prodotti caseari. La lavorazione avviene solo una volta al giorno, alle 3 del mattino, per cui se durante il tour campano desiderate organizzarvi una notte bianca “alternativa” potete chiedere ai fratelli Polito di assistere alla lavorazione delle loro mozzarelle! Bene, dopo le mozzarelle bisogna acquistare del buon pane: a soli 3 km dal caseificio, dopo circa sei minuti, potrete gustare dell’ottimo pane casereccio a lievitazione naturale e cotto a legna al Forno Antico in contrada Terzerie a Cicerale e se siete fortunati potete trovare anche degli ottimi dolcetti. Dopo aver soddisfatto la pancia potete concedervi una passeggiata nel piccolo comune di Castellabate, patrimonio dell’Unesco dal 1998 ed inserito nella lista dei borghi più belli d’Italia, talmente bello da diventare location per la maggior parte delle riprese del film di Luca Miniero, Benvenuti al Sud. Da Castellabate scendete e godetevi la brezza marina a Santa Maria di Castellabate: qui potete ammirare il bel mare da Tresino, una lussureggiante collina di 350 metri, ancora incontaminata e ricca di vegetazione mediterranea, situata tra la zona Lago e il comune di Agropoli. Se volete acquistare un ottimo Fiano di Paestum potete andare a trovare la famiglia Corrado dell’azienda agricola San Giovanni, ammirare il paradiso in cui si sono ritirati a vita rupestre, a Punta Tresino, e portare a casa dell’ottimo vino a prezzi modici.

Tresino - Castellabate

E all’ora di pranzo?
Per farvi venire di più l’appetito vi faccio percorrere una strada piena di tornanti da cui si gode un panorama mozzafiato per arrivare a San Mauro Cilento. All’ingresso del piccolo paese troverete una stradina sulla destra che vi condurrà al ristorante Al Frantoio dove potrete deliziarvi con la cucina di Carmela Baglivi che si dedica al recupero di antiche ricette locali cilentane, come “l’acqua cecata” (pane biscottato con olio e acciughe) o l’ “acqua sale” (lo stesso pane con aggiunta di aglio e pomodoro). Tra gli antipasti potete assaggiare le zeppoline di pasta cresciuta alle alici o ai fiori di zucca o gli asparagi a sciusciello (con uova e cacioricotta di capra) e, ancora, deliziarvi con le ottime zuppe di ceci, di baccalà e cicerchie, di lenticchie, di fagioli di Controne; provare la mitica cicciata (piatto rurale realizzato con diverse varietà di legumi e cereali) e le minestre oltre, naturalmente, alla pasta fresca con il ragù cilentano e le carni. “Al Frantoio” è il ristorante o, meglio, il laboratorio di ricerca gastronomica sperimentale della cooperativa Nuovo Cilento, che con i suoi 200 soci è il più grande produttore di olio biologico del territorio. Dalle cultivars tipiche locali (Rotondella, Olivo da olio, Frantoio) si producono infatti tre diversi tipi di olio: l’olio DOP “Terre dei Monaci”, l’olio biologico “Terre antiche”, e l’olio extra vergine “Terre del Casale”. Potete quindi acquistare dell’ottimo olio e tanti altri prodotti del territorio.
Da San Mauro Cilento, ripercorrete la strada panoramica e arrivate ad Acciaroli per riposarvi sulla collinetta che si affaccia sul mare, della piccola frazione di Pollica, dove sorge il bellissimo B&B Le Serre. Qui troverete delle camere molto confortevoli, un ambiente accogliente e di gran gusto e un’ottima padrona di casa, Paola, che vi allieterà con le sue marmellate e la sua frizzante simpatia.
Buon primo maggio!

Gelateria Orchidea
V.le della Repubblica, 19
Tel: 0828 723673
Capaccio Scalo (SA)

Il Caseificio Polito
V. Mattine, 178/179
Tel: 0974 1848005
Agropoli (SA)

Forno Antico
Contrada Terzerie
Tel: 0974 833216 ‎
Cicerale (SA)

Azienda Agricola San Giovanni
Punta Tresino
Tel: 0974 965136
Castellabate (SA)

Laboratorio di ricerca gastronomica Al Frantoio
Località Ortale – San Mauro Cilento
Tel. 0974/903243
alfrantoio@cilentoverde.com

Cooperativa agricola Nuovo Cilento
Località Ortale – San Mauro Cilento
Tel. 0974/903239
Fax. 0974/903700
www.cilentoverde.com
info@cilentoverde.com

Residenza Le Serre
Loc. Le Serre
Tel: 0974 904036
Acciaroli (SA)
E-mail: info@residenzaleserre.it
http://www.residenzaleserre.it/index.htm


Adele Chiagano

posted by Mauro Erro @ 08:57, , links to this post


Intervallo

Cari amici, ecco un bel quiz per voi:

La Monella è il nome di:

a) Un vino brioso, ribelle ed esuberante: una Barbera di cui ricorre quest’anno il 50esimo anniversario;

b)Un cru di Rocchetta Tànaro;

c)Una botte particolare delle cantine Braida, che, secondo tradizione, era riconoscibile per il caratteristico frizzare del vino in essa contenuto.

Qualcuno si sarà scervellato a cercare la risposta giusta? A, B, oppure C?
Ebbene, non c’è risposta giusta. Nel senso che sono, o almeno sono state, tutte vere.

Dopo il quesito storico, passiamo all’Italiano (avrei dovuto usare le virgolette: un po’ di pazienza, ora vedrete).
Dunque, da qualche giorno c’è una bottiglia di Asprinio d’Aversa nel mio armadio dei vini. Praticamente uno scheletro.
Mi avevano avvertito. Ma io, niente. Tutto compenetrato nella ricerca. Confesso: i 12 gradi alcolici dell’etichetta mi avevano attratto. E così pure l’indicazione: Terre del Volturno.
A casa, prima di coricare la bottiglia, leggo: da viti “maritate”, da vigneti “ad alberata” (mi sono chiesto: “ma continuano ad essere vere le cose fra virgolette?”), dalla famiglia, eccetera, nasce (ecco la perla della citazione) questo: “piccolo, grande vino”.
Non è possibile, si doveva dire: “grande, piccolo vino”.
Così in Soldati e, ben diverso il senso, in italiano.
Che si fa? Niente, si canta.
Di Baglioni e Cosentino: “Mi manca da morire questo piccolo grande … vino”.

Maurizio Arenare

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Blanche damnation

Le ombre di Paolo e Francesca, 1855 - Ary Scheffer (1795-1858), Museo del Louvre, Parigi

Dal mio angolo di visuale particolare ho constatato che nonostante il menu di Pasqua preveda pietanze ben strutturate tanto da suggerire rossi corpulenti, i partenopei amano bere bianco.
Non una novità. Il mercato napoletano ha da sempre assorbito buona parte della produzione regionale di vini bianchi in virtù, anche, della sua cultura culinaria marinara e tanto meglio, aggiungo io, visto che l’attuale produzione campana, in termini meramente qualitativi, è come ho già detto più bianchista che rossista se pensiamo ai numerosi e assoluti vertici di bontà.

Ciò che mi colpisce, ma anche in questo caso non mi stupisce, sono i dati sulla produzione campana Istat aggiornati al 2009 che mi sono andato a spulciare.
Negli ultimi 5 anni nonostante la crisi la produzione è rimasta pressoché invariata, muovendosi però sempre più verso i vini rossi (più 2% circa aumentando la propria quota già maggioritaria al 57,6% del totale) rispetto ai vini bianchi che perdono circa il 2%. I vini doc e docg sono solo il 16% del totale prodotto, appena un punto in più della media del mezzogiorno, ma dato ben lontano dal 33% che rappresenta la media nazionale italiana. La parte del leone la fanno i vini da tavola con il loro 74% circa. Scendono poco sotto l’11% gli Igt.

Eppure, nonostante le cantine siano piene di rosso invenduto, Taurasi in testa, si continuano a preferire vitigni a bacca rossa nei nuovi impianti.

Intanto, visto che la primavera è ben inoltrata e l’estate alle porte eccovi 5 bianchi a base Greco e Fiano, le due docg, targati 2009, che meritano l’assaggio o di essere conservati per il futuro.

Fiano di Avellino 2009, Sarno 1978: Esordio per questa piccola realtà voluta da Maura Sarno. Il vigneto si trova a Candida, Enzo Mercurio a dirigere le opere di cantina che si svolgono per adesso presso la cantina San Paolo. Buona spontaneità al naso e discreta dinamica di bocca. Un’annata più fortunata e maggiore esperienza miglioreranno il dettaglio aromatico.

Fiano di Avellino 2009, Masseria Murata: una versione meno sfumata e ampia della precedente, ma con il bonus di una bella e naturale intensità aromatica che si traduce in succo al palato per un sorso di fattura semplice e sapida. Dai vigneti sul versante di Montevergine dove la famiglia Argenziano vive, da sempre, di fronte alla splendida Abbazia di Loreto.

Greco di Tufo Pietrarosa 2009, Pasquale Di Prisco: ecco un vigneron particolarmente ispirato sia che tratti proprie uve sia che l’acquisti. Con l’aiuto di Carmine Valentino in cantina, questa realtà sforna ogni anno con commovente costanza prodotti di ottima qualità. La selezione Pietrarosa conferma i livelli del Greco versione base pari annata. Qui c’è tanta materia, ma anche contrasti e sfumature. Palato di incedere sapido e sugoso.

Fiano di Avellino Vigna della Congregazione 2009, Villa Diamante: dopo una particolare versione 2008, torna ad alti livelli il Fiano di Antoine Gaita da Montefredane, contrada Toppole. Una versione che sembra avere tra l’altro un surplus di naturalezza d’espressione muovendosi più sui registri di un’annata piovosa come la 2009 che sull’inconfondibile stile aziendale. Sottile, sfumato, elegante, ha sorso ossuto e sottile timbro minerale nel finale.

Greco di Tufo 2009, Montegloria: avevamo già segnalato con l’amico Cimmino, su Enogea 35 del buon Masnaghetti, l’esordio di questa realtà di Rosa Felicia Gianino. Ribadisco per chi ci segue su questi spazi: seguita in cantina dal giovane Luigi Sarno (già consulente di Angelo Muto di Cantina dell’Angelo e ottimo produttore – Cantina del Barone – con il suo Fiano di cui parlammo qui), una piccola vigna a Tufo, appena duemila bottiglie prodotte per adesso per un vino di ottima spontaneità nel profumi di carattere terroso e di facile, snella e sapida beva. Rivelazione.
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Dieci vini low cost per festeggiare Pasqua e Pasquetta

(foto tratta dal web)

Vi diamo così i nostri auguri di una serena Pasqua consigliandovi dieci vini outsider sotto i dieci euro in enoteca. Sono tutti made in sud: il bello di questo territorio ancora tutto da scoprire è che uscendo dai soliti percorsi si possono incontrare autentiche perle.
A martedì.

Aglianico Irpinia Pesano 2007, Vigna Villae: Pesano è una zona del Taurasino da cui arriva la materia prima di questo vino. Piccola azienda in costante miglioramento qualitativo, non male anche l’ultima versione del Taurasi (’07); all’olfatto il bouquet è di buona intensità aromatica, floreale innanzitutto. Bocca semplice e sapida.

Aglianico 2006 (vigna dell’angelo?), Guastaferro: altra piccola azienda del comprensorio Taurasino offre una versione d’aglianico dai toni leggiadri, già nel colore molto scarico. Un fruttato croccante e una bocca scarna e semplice lo suggeriscono sul casatiello.

Aglianico campi Taurasini 2006 Pasquale Di Prisco: rimandando ad un più meditato assaggio le considerazioni sul Taurasi 2007, suggerendovi l’acquisto del Greco di Tufo Pietrarosa 2009 (che bissa il successo del versione base) vi consigliamo questo aglianico dal naso netto e dalla bocca fluida.

Lacryma Christi del Vesuvio Rosso 2010, Casa Setaro: piccola realtà di Trecase, si è da subito segnalata per la buona qualità dei prodotti, oggi in ulteriore miglioramento. Soprattutto nelle sue versioni base (ancora da rodare, invece, le selezioni). Fresca e sapida, è un lampo che illumina una zona dove trovare qualità non è affatto semplice. Bel prezzo.

Aglianico del Vulture Gricos 2008/2009, Grifalco: resta da scegliere se consigliarvi ancora il 2008 – già segnalato dalla guida de L’Espresso – cercando di acquistare le ultime bottiglie o aspettare il 2009 che seppur in maniera differente rispetto al precedente si svela come un gran bel vino: meno potenza e più eleganza la cifra stilistica. Ancora ottimi vini da Cecilia e Fabrizio Piccin.

Aglianico del Vulture Messer Oto 2008, Madonna delle Grazie: giovane realtà di Venosa da seguire, rinata dal 2003, ma ricca di una tradizione di almeno quattro generazioni. Un aglianico territoriale: naso autunnale leggermente contratto, bocca succosa e fresca.

Palizzi rosso Prastico 2007, Pichilli
: L'azienda di Nino Pichilli nonostante le piccole dimensioni si manifesta come una delle migliori del comprensorio di Reggio Calabria. Nerello, gaglioppo e greco nero, coltivate sulle argille scistose della località Pirarelli, in una vallata aperta allo sguardo e alle correnti dello Ionio, Falcone dixit. Ha bella trama e spessore aromatico, appena appena trattenuto da un pelo di legno. Forse poco sopra i dieci euro, ma ne vale la pena.

Palizzi 2008/Pellaro 2008, Consolato Malaspina
: un’azienda in rosa, condotta dalle 4 sorelle Malaspina a Melito di Porto Salvo, il sud più a sud. Oltre la semplice vinificazione delle uve acquistate nel crotonese, il punto forte dell’azienda è la personalità dei vini del comprensorio Reggino. Buono il Palizzi 2008 (calabrese, nerello, castiglione), convince il Pellaro 2008 (nerello capuccio, nocera e cabernet) per la buona definizione aromatica di timbrica mediterranea.

Piedirosso dei campi flegrei 2008, Contrada Salandra: ne abbiamo già parlato più volte. Ecco una delle non tantissime ancore di salvezza in questo territorio assediato dal cemento. Fruttato e minerale, ha ottima spalla. Tout court sulla tagliata di salumi. Made in Peppino Fortunato coadiuvato dalla moglie Sandra.

Piedirosa 2010, La Sibilla: ed infine per aprire il vostro pranzo pasquale o il vostro pic-nic del lunedì in Albis, questo è un ottimo aperitivo. Salato e scaltro, da uve piedirosso dei campi flegrei dell’azienda della famiglia Di Meo a Bacoli, oggi condotta dal giovanissimo Vincenzo.

Adele Chiagano e Mauro Erro
(e tutta la crew)
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Le eccezioni che confermano la regola: Beaujolais

Nel mondo del vino ad ogni generalizzazione corrisponde solitamente una (o più) sciocchezze affermate.
Ed in fondo anche questo è l’aspetto divertente.
Se ieri dunque ho affermato che con la primavera e l’estate e le temperature che si alzano mi tengo ben lontano dai vini rossi, è vero anche che esistono le eccezioni.

Si tratta di rossi non troppo corposi, ma che soprattutto riescono a mantenere un buon equilibrio tra succo e durezze nonostante un passaggio in frigo e il conseguente abbassamento della temperatura che accentua acidità e tannini: una sottile e fine trama tannica è d’obbligo se non volete che il palato si secchi come se ci trovassimo in mezzo un deserto.

Alla parola Beaujolais solitamente il normale consumatore associa l’idea di vino novello, un’operazione principalmente commerciale; in realtà il Beaujolais è didatticamente un regione vitivinicola francese, quella più a sud della Borgogna, dove domina incontrastato il vitigno a bacca rossa Gamay.

Il profilo organolettico ricalca in termini di giovialità e facilità di beva il pinot nero che regna più a nord, e pur non assurgendo agli stelli livelli di complessità, ampiezza e finezza, nelle migliori versioni il livello qualitativo è ben alto e migliora con il passar del tempo: fino a dieci anni se si resiste.

Oltre a Pierre Chermette e Jean Paul Brun di cui abbiamo già parlato un altro produttore da segnalare è Jean Claude Lapalu. Il Broully Cuvee des Fous 2008 è un cru da vigne centenarie affinate in barrique esauste. Lo stile aziendale cerca, da quanto ho avuto modo di capire, una maggiore maturità del frutto in vigna posticipando leggermente le vendemmie, e lente e lunghe macerazioni in cantina. Il risultato è un Gamay scuro, di frutta sugosa e spezie, profilo che si fa leggiadro grazie ad un pizzico di volatile che dona respiro ai profumi. Il palato, rigoroso, è scattante in virtù del brulichio minerale.
Dovrebbe costare intorno ai 30 euro, ma cercando tra i migliori produttori potreste spuntare anche prezzi migliori: la 2009 che sta uscendo in commercio sembra essere annata veramente fortunata, con un’immediatezza fruttata che vi permetterà di goderne da subito.


P.S. Ovviamente nei rossi estivi prediletti assurge ad archetipo il Pinot Nero. Se dev’essere Borgogna, io prediligo la Cote de Nuits o, in ogni caso, vini che non abbiano il profilo di un Clos de Vougeot. Se invece non avete voglia di svenarvi, in Italia ce ne sono alcuni altoatesini fuori dal comprensorio del Mazzon: Falkenstein, Castel Juval e Garlider affidabilissimi produttori. A proposito di eccezioni che confermano la regola l’altro giorno con il Gamay di Lapalu ho assaggiato il pinot nero Weingut Ratzenberger Bacharacher Spätburgunder Trocken 2007. (sì, Germania, Mittelrhein). Fruttini scuri e turgidi, erbe e spezie ombrose: china o giù di lì per intenderci. Palato scattante e vivido.
Infine, se proprio non volete uscire dai patri confini, i colli Tortonesi in Piemonte con le loro Barbera sono un approdo sicuro.
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Abbinamenti Pasquali

(foto di repertorio)

Pasqua ha sempre rappresentato per me, al di là dei suoi significati simbolici e religiosi, l’ultimo rito pagano dove sacrificati chili e chili di buona carne stappavo, stappo, le ultime bottiglie di vino rosso per festeggiare la primavera e la corsa tra le valli e le vigne sotto un sole splendente, tuffandomi verso l’estate quando l’arsura sarà placata da bianchi scelti con cura, da buone bollicine, e litri e litri di birra.

Iersera mi sono portato il lavoro avanti e, tra i rossi del mio cuore, mi sono dedicato al nebbiolo, il principale vitigno italiano per la produzione di vini atti all’invecchiamento.
Gattinara, per la precisione, la denominazione dell’Alto Piemonte – Fara, Sizzano, Ghemme, Boca e, passata la Sesia, Gattinara, Bramaterra e Lessona – più grande con i suoi cento ettari. Nebbioli questi ben diversi da quelli langaroli, non solo per il biotipo, qui detto spanna, per la mano dell’uomo, ma, innanzitutto, per i terreni ben diversificati che, a differenza di Barolo e Barbaresco, sono a Ph acido. Ciò, rende questi vini di un’arrembante mineralità, di un’agrumata acidità che sa di arancia sanguinella, di una beva trascinante nonostante, quelli di Gattinara, non si possano certo definire nebbioli esili come quelli di Carema.

Ne ho scelti due in particolare, l’Osso San Grato, la vigna che guarda a leggera distanza gli anfiteatri vitati della denominazione, precipitando li dove c’è la cappella San Grato, vinificata dalla famiglia Antoniolo, annata 2006, e il vigneto Molsino con la sua terra bianca che chiude dall’altro lato la serie di anfiteatri di Gattinara guardando stendersi il comprensorio di Bramaterra. Il 2003 dell’azienda Nervi, oggi al suo ennesimo, sembra, passaggio di società.

Due vini diversissimi, il primo, un infante che già appaga facendo presagire un radioso futuro: austero, compatto, rugginoso, punteggiato da tinte floreali e soffi balsamici; di bocca possente e succosa, di lunghezza impressionante e finale salato. L’altro, di contro, già ben definito al naso, contrastato, arioso e luminoso nella tosse rocciosa e nelle ispide gradazioni di erbe aromatiche, ombroso nelle note di viola e finanche liquirizia. E di palato agile, scattante, flessuoso e invitante, essenziale e succoso ed asciutto nel finale.

Un sorso di Gattinara. Purché vero, s’intende. Non chiedo di più.*


*
Un sorso di Gattinara, racconto di Mario Soldati, 1959
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Casatiello e Tortano


Ecco che, finalmente, dopo le dure privazioni quaresimali, ritornano sulla tavola i “cibi di grasso” severamente vietati dal Carnevale in poi fino alla celebrazione della resurrezione di Cristo, festa della Rinascita e del rinnovamento dell’uomo, ma anche momento di celebrazione della natura e della sua rinascita dopo la “morte” invernale. Tortano e Casatiello sono due piatti emblema della cucina napoletana presenti sulle tavole campane da tempo immemore e, nella tassonomia culinaria, appartenenti alla famiglia delle torte pasquali. Oltre alla famosa pastiera, il dolce tipico pasquale meridionale, per festeggiare il ritorno dell’appetito e quindi del buonumore ci sono questi due ricchi e grassi rustici. La presenza del tortano è probabilmente più antica del casatiello, considerato una sua evoluzione, gli ingredienti per l’impasto, infatti, come la metodologia di preparazione sono gli stessi: farina, lievito, acqua, sale, pepe, sugna (strutto), uova sode, salame, formaggio e cicoli (ciccioli) di maiale, mentre cambia l’aspetto finale con l’aggiunta di uova, per il casatiello, anche all’esterno incastonate tra strisce di pasta. Alcuni sostengono che cambia fra le due torte salate anche il tempo di lievitazione, ma questo non è “scientificamente” provato, per cui la sostanziale differenza è la presenza delle uova esterne. Se cerchiamo di risalire all’origine dei due piatti ci accorgiamo non solo che sono presenti sulle tavole napoletane da moltissimo tempo, sicuramente dal “500, probabilmente da prima, ma, cosa ancor più interessante, è come anch’essi rappresentano, per la scelta degli ingredienti usati e la loro forma, l’intreccio tra tradizioni religiose e quelle legate ai cicli della natura. Anche la Pasqua, infatti, come tutte le piccole e grandi ricorrenze, viene celebrata con un festoso banchetto e l’agnello e le uova sono i cibi protagonisti. Ma se nel suo caso specifico la tradizione cristiana riprende con l’agnello alcuni temi cari alla tradizione ebraica, è l’antica cultura naturalistica a scegliere le uova come segno alimentare per eccellenza di questa festa. L’uovo è la vita che si riproduce, che rinasce. Ritroviamo, infatti, questa antica simbologia anche nella sua evoluzione dolce, l’uovo di cioccolato, dove la sorpresa diventa la raffigurazione simbolica dell’embrione, della fertilità di questo cibo*.
Ritornando dunque al nostro amato casatiello (tanto “amato” da diventare un termine per indicare persona o situazione particolarmente “pesante”: I che casatiell!) notiamo che in questa torta salata ci sono degli ingredienti fortemente simbolici. Innanzitutto tutti quelli severamente proibiti nei quaranta giorni di restrizione alimentare imposti dal periodo quaresimale: carne, uova e formaggi. Il caso (pecorino), da cui prende il nome è appunto il legame con l’agnello, e le uova quello con la natura. La forma ad anello della torta rappresenta la continuità, mentre le uova incastonate, crude, al suo esterno tra strisce di pasta danno alla ciambella la sembianza della corona di spine del Cristo. I ciccioli o cicoli, come dicono i napoletani, i residui della lavorazione (fusione) del grasso del maiale (lo strutto) che si presentano come pezzetti irregolari di carne, di color nocciola, molto ricchi di grasso e saporitissimi, rimandano anch’essi a un rito antichissimo, antecedente all’era cristiana: l’uccisione sacrificale del maiale, simbolo di fecondità e di benessere.
Non ci resta adesso che assaporare questo ben di Dio, oggi arricchito di “aggiunte” figlie della contaminazione alimentare che, come tutti i piatti della tradizione, cambia da famiglia a famiglia.

Ingredienti
Per la pasta: 1 kg di farina; 2 cubetti di lievito di birra; 100 g di strutto; un poco di sale; molto pepe.
Per il ripieno: 400 g di formaggi misti (pecorino, provolone piccante, formaggio dolce); 400 g di salame di tipo napoli; cicoli freschi; 2 uova sode; sale e pepe.
Per la guarnizione: 5 uova ben lavate.
Mescolate la farina con lo strutto, il sale, il pepe, il lievito sciolto nell’acqua, fino ad ottenere una pasta morbida. Fatela poi crescere, coperta, in luogo tiepido, per un paio d’ore o fino a quando non avrà raddoppiato il suo volume. Tagliate tutti i formaggi e il salame a cubetti. Amalgamate il ripieno alla pasta e arrotolatela con delicatezza. Ungete di strutto uno stampo largo con buco centrale e disponetevi il rotolo di pasta a ciambella, unendone bene le estremità, e rimettetelo a crescere in luogo tiepido coprendolo con un panno. Quando la torta sarà lievitata per bene (occorreranno almeno due ore), disponete 5 uova su di esso a intervalli regolari, e fermatele con delle striscioline incrociate fatte con la pasta che avete tenuto da parte. Infornatelo in forno già riscaldato a 170° per un’ora.

Adele Chiagano

* Il riposo della polpetta, Massimo Montanari, ed. Laterza

Foto: casatiello

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Quelli che il Taurasi

Giancarlo Moschetti e Sandro Lonardo di Contrade di Taurasi

L’altro giorno sono andato a casa di un’amica afflitta da pene d’amore. Era all’ultimo stadio, quello in cui, comprato un bel mazzo di margherite, ad una ad una staccava loro i petali ripetendo in una sorta di trance la litania m’ama o non m’ama.
Mi ha ricordato me stesso alle prese con le bottiglie di Taurasi dove ogni tappo è un petalo a cui, una volta staccato, chiedo m’ama o non m’ama?

Che l’aglianico sia vitigno di grandi prospettive non ci vuole una cartomante né la palla di vetro per dircelo: altissime acidità e polifenoli a gogo e tutto il resto permettono ai vini prodotti di durare a lungo. Molto a lungo. Ma la longevità, di per se, è sinonimo di qualità?

Certo che no. Che il vino sia un highlander senza che avvenga un miglioramento direttamente proporzionale in termini qualitativi con lo scorrere del tempo frega a nessuno ed il punto sta tutto lì.
Le uniche tracce che ci fanno ben sperare rimangono le vecchie bottiglie di Mastroberardino, unico dato antecedente gli anni ’90, quando poi arrivarono i Feudi di San Gregorio, ed in seguito i primi tentativi di cru dell’età contemporanea con Antonio Caggiano e Salvatore Molettieri.

Un percorso appena iniziato.
Il problema principale mi sembra, ora che si stappano bottiglie con almeno 10/15 anni sul groppone, rimane la gestione dell’enorme massa tannica capace di asciugare il palato anche dal sorso più succoso impedendoci di goderne. Del consumatore medio e sotto i 40 anni neanche vi sto a dire.

Ora, a me non piace addentrarmi troppo in questioni tecniche, enologiche e agronomiche che esulano dalle semplici considerazioni bicchiere alla mano e che poco mi competono, però sempre più mi chiedo cosa possa voler dire identità e tradizione quando parliamo di Taurasi, se l’esasperata ricerca della maturazione fenolica con vendemmie sempre più posticipate non faccia perdere di vista l’equilibrio globale del vino, e come si possa migliorare l’estrazione con le macerazioni in cantina tenendo conto che, da un lato i consumatori non sono disposti ad aspettare 30 anni per godersi un vino, dall’altro certo la soluzione non è l’uso massiccio di additivi enologici, tannini pettinati, disacidificazioni e vattelapesca.

Tornando al percorso della prima Docg del meridione, annotiamo un altro tassello: la presentazione con l’annata 2007 dei i due cru della Cantina Lonardo: le vigne Coste e Case d’Alto.
Mi sembrano promettenti e, con il classico Taurasi d’annata, sono sicuramente tra le migliori espressioni dell’annata 2007 prossima al commercio.

Nel frattempo, quando sarete impegnati a staccare tappi chiedendovi se il vino v’ama o non v’ama, potrete godervi il loro Grecomusc’ 2009: il greco moscio, dal vitigno roviello, bianco che l’anno scorso noi di Slowine abbiamo premiato come vino slow per la sua spiccata personalità. Questa nuova versione sembra essere ancor più buona: oltre l’esplosività minerale offre al naso maggiore ampiezza con note fruttate e floreali e al palato, la trascinante verve sapido/acida fa pendant con un bel succo ristoratore.

posted by Mauro Erro @ 09:22, , links to this post


I.E.D.S. - Imperial extra double stout.

Spesso mi si chiede quale sia la mia birra preferita e sinceramente non saprei rispondere.
In effetti non ne ho una su tutte ma di sicuro scelgo una tipologia a seconda dell’occasione.
Ma non è questo il topic.
Un desiderio birrario mi ha sempre accompagnato negli ultimi anni, quello di poter visitare uno dei miei birrifici preferiti, l’Harveys brewery. L’occasione si propone nel 2008, durante il Great British Beer Festival a Londra, quando inaspettatamente ricevo via mail risposta positiva per il tour al birrificio per la mattina seguente. Botta di culo, fortuna, giusta ricompensa per le molteplici mail inviate nei mesi precedenti… !? chissà.
In meno di un’ora dalla notizia stringo già tra le mani due biglietti ferroviari A/R London-Lewis- London- uno per il sottoscritto l’altro per l’amico e mastro birraio Simone Della Porta.
Alla stazione di Lewes ci accoglie una mattinata soleggiata e la prima comune sensazione è quella di trovarci in un autentico ambiente british, casette a schiera ben curate (con annesso minigiardino), finestre ad altezza pedone e pub aperti anche fin dalla mattina.
Lewes è una piccola cittadina dell’East Sussex, nelle attrazioni turistiche è contemplato un castello, la Round House posseduta dalla scrittrice Virgian Woolf, la Bull House appartenuta all’intellettuale Tom Paine e il birrficio Harveys descritto come la cattedrale dei birrifici anglosassoni.
Di fianco l’entrata della stazione è visibile il vecchio deposito del birrificio con le insegne ancora intatte. La tranquillità e il silenzio della cittadina veniva interrotta, di tanto in tanto, dai rintocchi dell’orologio . Ci incamminiamo tenendo di mira la punta di una ciminiera, quella del birrificio.

Il Birrificio

Il centro del paese, tagliato in due dal fiume Ouse , è collegato dal cliffe Bridge, un ponticello che sembra messo li come ottimo punto panoramico per meglio godere la vista del birrificio-cattedrale.
Sul lato del fiume, infatti, si erge l’edificio in mattoni rossi con inserti di legno incorniciati in stile Tudor, con di lato una torre e visibili segni di attività birraria.
Ad accoglierci e successivamente guidarci nel birrificio è il Mastro Birraio in persona Miles Jenner.
Uno sguardo dapprima alle materie prime, ai malti e ai luppoli accuratamente scelti e prenotati l’anno precedente in base alle caratteristiche organolettiche per poi passare ai i tini di ammostamento e le vasche di fermentazione. E qui il primo stupore.

Vasche di fermentazione aperte

Le vasche si presentano di forma quadrata a cielo aperto, in un ambiente arieggiato da finestre aperte , quindi a temperatura non controllata. Ciò lascia senza parola l'amico mastro birraio che avevo di fianco. Il dubbio è: e le probabili infezioni batteriche? e la possibilità di contaminazione per mezzo di moscerini e insetti vari? E la mancanza di temperatura di fermentazione? A tutto ciò c’è una spiegazione, asserisce il Miles Jenner, poiché il velo di schiuma superficiale funge da cappello protettivo, e considerato che la fermentazione produce calore ciò sterilizza l’aria sovrastante le vasche. Aggiunge altresì che i ceppi di lieviti della Harvey si sono, col tempo, adattati al metodo brassicolo (o viceversa cioè il birrificio si è adattato ai lieviti!) fatto sta che le birre sono eccezionali.
La seconda sorpresa è quella di poter vedere il tino in cui matura per un anno la Imperial Extra Double Stout 2008 , edizione disponibile l’anno successivo, il 2009.
La visita prosegue con l'assaggio della loro produzione e considerato che il ritorno è in treno ne abbiamo approfittato.

L'attesa si sa premia sempre, a volte con riserva. Sì perché la possibilità di provare Imperial Extra Double Stout 2008 mi è capitato nel 2009 al Great British Beer Festival di Londra, assaggio che non mi ha stupito più del dovuto, poiché a mio dire troppo giovane, in stato embrionale, promettente sì ma non sbocciata ancora in tutta la sua screziatura.
Oggi , a distanza di tre ani dalla visita ho la possibilità di aggiungere un altro tassello de-gustativo al mio personale archivio birraio.
Spillando L’Imperial Extra Double Stout 2008 noto già ha una tessitura del liquido consistente, di colore nero impenetrabile, schiuma beige abbondante, aderente e pannosa dalla quale emerge un'acidità volatile (solo volatile) e a susseguirsi sentori di kirsch, umeboshi, salsa di soja, e un lieve etanolo. Dopo qualche secondo dal bouquet olfattivo spuntano note erbacee (pino e menta) e spezie (chiodi di garofano). In bocca è decisa ma allo stesso tempo vellutata con il suo corpo strutturato dai malti torrefatti; il retrogusto è lungo e complesso bilanciato magistralmente dalla componente tostata (e balsamica) dei malti e l'amaro erbaceo del luppolo.
Ottima impressione degustativa, birra che conferma la sua grandezza come capostipite dello stile Russian Imperial Stout, non lascia spazi a ripensamenti o compromessi di stile. Ciò che maggiormente colpisce è l’eleganza complessiva, nessuna nota organolettica è in distonia (a differenza di alcuni esempi di russian stout oggi in voga e che colpiscono per essere marcatamente amplificati verso l’amaro e o il torrefatto estremo).
Se queste sono le premesse solo dopo tre anni di bottiglia allora non ci resta che tenere sotto osservazione l'evoluzione, e testare la crescita periodicamente.

Gianluca Polini
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Pastiera di grano napoletana

Daphne: Osgood, voglio essere leale con te: non possiamo sposarci affatto.
Osgood: Perché no?
Daphne: Beh... in primo luogo io non sono una bionda naturale...
Osgood: Non m'importa.
Daphne: ... e fumo, fumo come un turco...
Osgood: Non m'interessa.
Daphne: Ho un passato burrascoso: per più di tre anni ho vissuto con un sassofonista.
Osgood: Ti perdono.
Daphne: Non potrò avere mai bambini...
Osgood: Ne adotteremo un po'.
Daphne: Ma non capisci proprio niente, Osgood! Sono un uomo!
Osgood: Beh, nessuno è perfetto.

Jerry / Daphne (Jack Lemmon), Osgood Fielding III (Joe Evans Brown), A qualcuno piace caldo, Billy Wilde, USA 1959


Ingredienti x tre pastiere. Per il ripieno: 400 gr di grano per pastiera; 100 gr di latte; 30 gr di burro; un limone; 700 gr di ricotta; 600 gr di zucchero; 7 uova; una bustina di vaniglia; acqua di Fiori d’arancia; cannella; cedro candito. Per la pasta: 500 gr di farina 00; 3 uova; 200 gr di zucchero; 200 gr di burro.

Per il ripieno: Versare il grano in un tegame aggiungendo il latte, il burro e la buccia grattugiata del limone. Riscaldare per 10 minuti mescolando finché diventi una crema. Con la frusta elettrica lavorare la ricotta, lo zucchero, 5 uova intere e 2 tuorli, la vaniglia, un cucchiaio di acqua di fiori d’arancia e un poco di cannella. Lavorare tutto fino a rendere l’impasto molto sottile. Aggiungere una grattata di limone e se volete del cedro candito tagliato a dadini piccoli e amalgamate il tutto con il grano. Per la pasta frolla: Su una spianatoia versare la farina, aggiungere le uova intere, lo zucchero e il burro. Fate un impasto senza lavorarlo troppo, distenderlo e rivestire tre teglie da pastiera distribuendo poi per bene il composto di ricotta e grano. Decorare la pastiera con strisce di pasta e mettere in forno a fuoco moderato per circa un’ora finché la pastiera avrà preso il colore ambrato. Spegnere il forno e lasciare che l’impasto si ritiri.

Adele Chiagano
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Sopravvivenza tra i fornelli e il senso delle cose..


Oggi ho scoperto che:
1) Love resto.com è il portale web che chiama a raccolta tutti gli amanti della cucina (mmmh)

2) Edamame non è il nome giapponese, come i più sapranno, per indicare i fagioli di soia bensì un nome esotico per i (mai sentiti nominare) “boccioli” della soia.

3) che questi ultimi servono a colmare la “sgragnosi”..(ah però!)

4) che il toast o i “tostini” sono più buoni se li si prepara in gonna "spiumeggiante".

5) che Fiammetta Cicogna è l’alter ego, sfizioso ma “wild”, della Parodi.

E tutto questo grazie a facebook!
Alle ore 11 e 45 circa, sulla home di Facebook, infatti, desta la mia attenzione una discussione sul perché e il per come nuovi piccoli cuochi nascono, crescono e pasciono. Dopo poche ore e 63 commenti noto accrescere, tra i professionisti e gli appassionati del food intervenuti al dibattito, quel senso di frustrazione già messo a dura prova dai milionari successi della Parodi e dall’ultima provocazione della Bellantoni con l’intervista al papà di Slow Food, Carlin Petrini, pubblicata sul mensile Max e ripresa sul sito Dissapore.

Mi incuriosisco, quindi, e comincio a cercare, mi documento e… alla fine capisco.

Sul Giornale.it trovo l’articolo incriminato: "Su Internet arriva la "sopravvivenza tra i fornelli".
Leggo: Per far fronte alla necessità di improvvisare ai fornelli anche nelle situazioni più critiche, sbarcano sul web 10 preziose puntate in cui Fiammetta Cicogna, la giovanissima e bella conduttrice di Wild - Oltrenatura di Italia 1, ci farà vedere quanto e' facile e divertente inventare in cucina con quello che si ha in casa. Una cena a casa con gli amici o uno spuntino sano e appagante per godersi un film da preparare in maniera gustosa, rapida e semplice. Da oggi non e' piu' un problema, grazie a Fiammetta Cicogna, la bella conduttrice di Wild - Oltrenatura il programma documentaristico in prima serata su Italia 1, che ha realizzato ben 10 puntate della prima web series dedicata alla cucina sfiziosa, veloce e soprattutto facile. In poche parole basta aprire il frigorifero o gli sportelli della cucina per far fronte a quelle situazioni in cui arrangiarsi in cucina e' d'obbligo, senza tuttavia tralasciare gusto, qualità e fantasia. (…)Le dieci puntate andranno in onda online e saranno ospitate dal portale www.loveresto.com.

Avevo visto la prima volta la bella Fiammetta nel bizzarro salone del Chiambretti night e, anche se non ho mai capito se fosse un’opinionista, una modella, una pianista o semplicemente la sorella del coniglio, la trovavo molto, ma molto carina.
La ritrovo dopo un po’ di tempo a Tv Talk, che ogni tanto guardo il sabato pomeriggio sgranocchiando, io, dei banalissimi semi di zucca, invitata speciale insieme alla Licia Colò per parlare di Tv Natura essendo lei la conduttrice di Wild-Oltrenatura.
Oggi, grazie al fondamentale loveresto.com, scopro, invece, che la signorina Fiammetta è un’appassionata di cucina, ma siccome è un po’ wild gira per ristoranti in perfetto stile TombRaider col grembiule a pois e un coltello attaccato alla coscia per “districarsi meglio nella terribile giungla dei fornelli”.
Dopo il promo della serie, ecco il primo episodio della Web Series dal titolo: "Serata Cinema".

Il momento (l’unico) più eccitante della puntata sono stati i primi 20 secondi, quando la videocamera ha inquadrato la cabina armadio della Cicogna! Un armadio da paura, fantastico, pieno zeppo di roba carinissima che Carrie Bradshaw (Sex and the City n.d.a.), per averlo, avrebbe venduto il suo ultimo paio di Manolo Blahnik!
Dopo l’armadio, però, non ho capito più il senso delle cose.

Cercando di trovarlo, mi domando:

a) quale sarà il pubblico di questa nuova web series? I teenager con la passione della cucina? Quelli con la passione per Fiammetta? I teenager senza passione?

b) dire che i fagioli di soia, ops boccioli di soia, sono più buoni se giapponesi anche se quelli usati in puntata vengono prodotti in Cina all’insaputa della cuoca, potrebbe essere utile per trovare lavoro?

c) perché per mangiare “sfizioso” devo avere in casa edamame o tè giapponese?

d) perché una bella ventitreenne per fare un toast alla robiola e prosciutto cotto con carciofini sott’olio Polli, va in (web)tv e viene pagata?

e) Non era meglio continuare ad essere la sorella del coniglio di Chiambretti?

f) …sono frustrata?

Adele Chiagano
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Chiudi gli occhi

Villa Floridiana, Napoli

Ad un tratto mi sono ritrovato in cima allo scalone della Villa Floridiana al Vomero. Di lì, Napoli si stendeva placida in riva al mare.
Se vi arrivavi di buon mattino, dopo aver camminato a passo raccolto nei viottoli tra i lecci e i platani, i pini e le palme, dopo che avevi stuzzicato il naso attraversando il parco destando l’eccitazione, il senso di libertà e di ribellione soffocati da un bus puzzolente di sudore e borseggiatori che ti aveva portato dalla desolante fermata, fuori la scuola che avevi marinato, lì, in collina, la luce t’inondava riflettendo sulle marmoree scale che precipitavano sino al belvedere costringendoti a chiudere gli occhi.
Il caldo tepore pervadeva le carni, rasserenava i tuoi spiriti provocati dai profumi della primavera che incitava a passeggiate per la città rincorrendo risate e jeans attillati, a tiepide serate di voci e balli in piazza: e quando pian piano riaprivi gli occhi tutto era diverso; il vento suonava le verdi chiome degli alberi un fruscio dolce come un bacio che ti sveglia, schiariva la vista dalle ultime foschie mattutine e Napoli, indolente e silenziosa, accovacciata prendeva colore al sole.
Era il sapore della giusta ragione. Non vi era motivo per chiudersi cinque ore in lividi corridoi tra ragazzi brufolosi e bidelli ricettatori, rubando con desiderosi sguardi un po’ di vita, di tanto in tanto, da una finestrella di un bagno lercio di piscio sfumacchiando una sigaretta.

Quando riapro gli occhi la stessa rinfrancante luce riflette in questi due vini che colmano i calici: l’uno, pallido e vivido, l’altro dorato sfolgorante.
Passo, annusandoli, dall’uno all’altro e laddove combaciano poi curvano, si lasciano, s’allontanano, si ritrovano e vanno ognuno per conto loro.
Non vi è città forse, penso mentre richiudo gli occhi, che, come Napoli, abbia tra le contraddizioni che la tratteggiano, tra un estremo e l’altro infinite sfumature descritte da chi la guarda e la vive.

Attraversata la porta che dall’irrequietezza portava a questa giovanile saggezza, a questa granitica sicurezza, bisognava solo scegliersi il posto giusto, da dove, per almeno un’ora, avresti goduto del sole e dei profumi e del silenzio che pian piano si sarebbe fatto chiassoso di ragazzi saliti al Vomero, ognuno dalla sua desolante fermata del bus fuori scuola, da tutta la città. La giusta angolazione avrebbe permesso di guardare verso la cima delle scale i ragazzi arrivare e adocchiare, ci fosse stata, quella giusta; nel frattempo l’aria si sarebbe profumata di salato e gesso, del sole che batteva sul marmo, l’atmosfera densa ma rarefatta di accenti mediterranei e silvestri si sarebbe ingentilita con le note dei fiori che si schiudevano mostrando i loro grembi invitanti.
Come le fragranze di questi vini.

Era l’attesa che ravvivava nuovamente l’eccitazione prima di quel momento in cui, scelto il modo giusto come si fa con il vino, a fior di labbra o a sorsi generosi, avresti approcciato la prescelta. L’attimo della verità: ripetuto e rivissuto infinite volte e a cui non ti abituerai mai. Quello precedente la battaglia, a cui tornerai quando sentirai di essere nel pieno delle forze per affrontarla. Si tratti di vino o di donne.
Erano quelli i tempi in cui si palesavano le prime verità. Non la spunterai mai, è inutile, ti ripetevi ogni volta, ti girano e fanno di te ciò che vogliono. Il cinismo e il pragmatismo femminile divenivano insensate torture indicibili, coltellate furenti al tuo orgoglio di giovane e invincibile maschio: fare spallucce, un no, uno sfottò di derisione nei casi peggiori erano capaci di provocare rabbia e delusione quanto la disillusione provata all’assaggio di un vino pessimo e ingannatore. Allora come oggi bestemmie e ingiurie sommessamente affermate.
Altre volte ti andava bene.

Uno scorre scivolando senza scalini né intoppi: un sorso ossuto, alpestre e sobrio; il palato al battere della lingua schiocca. L’altro, di contro, deciso e succoso, richiama il primo intingendo la bocca di sale e invitando a ricominciare, dal primo e via così serrando gli occhi, chiudendo asciutto, lasciando la bocca riarsa e nuovamente assetata*.

*Blanc de Morgex et La Salle extreme 2009 Cave du Vin Blanc de Morgex et de La Salle; Chablis 2008 Laurent Tribut

Nota: 21 marzo, chiude la Villa Floridiana a tempo indeterminato
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Piccoli Grandi Vini: Domaine Voillot e un post scriptum

Jean Pierre Charlot (foto di Giampiero Pulcini)

Sabato sera sono stato invitato da alcuni amici. Si tratta di un gruppetto di genitori uniti dal fatto che i figli frequentano o hanno frequentato la stessa scuola. Questo per dire che non si tratta di incontri tra i soliti enoappassionati, enostrippati o enofissati che dir si voglia. Il più esperto non capisce assolutamente nulla di vino, e il più intraprendente e ospitale si allunga fino al supermercato più vicino per acquistare la prima bottiglia di vino che gli capita sotto mano.
In cantina ho un piccolo scompartimento dove conservo le bottiglie che ho in animo di provare in tempi brevi, e qui scelgo qualcosa da bere in uno di questi incontri. Inutile portare bottiglie “importanti”, parlando di pagelle e delle prossime vacanze nessuno ha voglia di elucubrazioni mentali. Allo stesso tempo non potrei sopportare di dover bere la bottiglia dell’amico, appena acquistata al supermercato di zona. Scegliere la bottiglia giusta è quindi cosa facile.
Il produttore è già noto a chi ha la sventura di leggermi ogni tanto, quel Domaine J. Voillot dalle cui cantine escono Pommard e Volnay di eccelso livello e grande capacità di invecchiamento.
Sabato ho portato una bottiglia di Bourgogne 2009.
Si è soliti dire che la grandezza di un produttore si vede dal vino “base”, e questo è vero a tal punto che nelle cantine dei grandi produttori è facile imbattersi in piccoli ma deliziosi vini.
Questa bottiglia non viene meno alla regola.
Accattivante al naso, con tanti piccoli frutti rossi, maturi ma croccanti, che sembrano evocare la primavera e le scampagnate per prati e boschi. La bocca prosegue sulla scia del frutto, con la calda piacevolezza che è un po’ il marchio di fabbrica dell’annata, ma mantenendo lo scatto e la verve dei vini di origini più nobili. Non si può ovviamente pretendere che i tannini siano quelli di un grand cru: la trama tannica non è serrata e il vino è scorrevole, lascia in bocca una sensazione tattile di particolare delicatezza.
Uno dei più avvezzi del gruppo confessa di aver provato qualche pinot nero italiano e di esserne rimasto deluso, ma non riesce a trattenere un ”ma quanto cazzo è buono questo Bourgogne 2009?!”. Sapendo dove si rifornisce, non oso pensare cosa possa aver bevuto in precedenza, ma di certo vorrei che i nostri migliori produttori assaggiassero questo bourgogne. Si, perché il raffronto dei nostri migliori pinot nero con i “grandi” Borgogna è inopportuno, anche per le differenze di prezzo; ma questo umile Bourgogne 2009 proviene da un terroir di modesto lignaggio e costa poco, meno di 14 euro dall’importatore, meditiamo gente, meditiamo.


Post scriptum
Da qualche anno rincorro i vini dell’Etna, alla ricerca di un Nerello che mi faccia vibrare. Più volte ho bevuto vini interessanti, ma nulla per cui valesse davvero la pena strapparsi i capelli. Qualche giorno fa è stata la volta del Vinupetra 2006 I Vigneri.
Salvo Foti è un ottimo biglietto da visita, e mi sentivo quindi piuttosto ottimista. L’assaggio di questo vino, però, è stato davvero entusiasmante, superando di slancio ogni mia più rosea aspettativa. Non so se è tecnicamente possibile, ma se si riuscisse ad ottenere un grado alcolico appena appena inferiore, il vino acquisterebbe nitore e dettaglio nella definizione, e potremmo parlare non di un grande vino, lo è già, ma di un vero e proprio capolavoro.

Giancarlo Marino
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