A tutti quelli che...

A tutti quelli che “l’importante è esserci”
A tutti quelli che “ora che ci sono datemi attenzione”
A tutti quelli che “a me lezioni di moralità non me le può dare nessuno”
A tutti quelli che “criticano ma non sopportano essere criticati”
A tutti quelli che “chi sei tu per insegnare qualcosa a me”
A tutti quelli che “non sono mai come sembrano”
A tutti quelli che “danno solo per ricevere”
A tutti quelli che “si sentono più bravi”
A tutti quelli che “se ti piace quel vino non capisci nulla”
A tutti quelli che “se non ti piace quel vino ne capisci ancora di meno”
A tutti quelli che “quel vino è buono ma prova quest’altro…”
A tutti quelli che “sono stato il primo a parlarne”
A tutti quelli che “quello che conta è solo ciò che trovo nel bicchiere”
A tutti quelli che “biologico e biodinamico è sempre bello”
A tutti quelli che “biologico e biodinamico è solo una grande stronzata”
A tutti quelli che “c’è solo il terroir”
A tutti quelli che “il terroir è solo una invenzione di quei paraculi dei francesi”
A tutti quelli che “come si fa a premiare quel vino”
A tutti quelli che “come si fa a non premiare quel vino”
A tutti quelli che “c’è sotto qualcosa di poco chiaro”
A tutti quelli che “tutti lo sanno e nessuno lo dice”
A tutti quelli che “la curiosità è dei principianti”
A tutti quelli che “emozionarsi è cosa da giovani”
A tutti quelli che “non sanno cosa sia l’ironia”
A tutti quelli che “si prendono troppo sul serio”

…. A costoro ma anche a tutti gli altri auguro un 2011 più rilassato, sereno, ricco di nuove esperienze.
Ca va sans dir bicchiere in mano, pieno del vino preferito.

Giancarlo Marino
a

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The Battle

La battaglia a cui penso non è una cosa violenta. È un contrasto fra modi diversissimi di intendere la vita. A vent’anni si ha coerenza. Le cose che succedono hanno tutte una grande importanza, i sentimenti sono forti, densi, profumano…come può un giovane accettare i bassifondi puzzolenti di una politica fatta di compravendite, di giochi di potere, di interessi personali? Come può un giovane non soffrire nel vedersi deriso e inascoltato da un Ministro? E come può un Ministro ripetere la stessa stupida parola o frase come un disco rotto, come un bambino dispettoso che adesso maneggia i comandi? E come possiamo noi non stare dalla parte dei nostri figli, dei nostri studenti, del nostro unico vero futuro? E, ultima stupida domanda, come può un partito neonato che si chiama futuro e libertà votare una legge sulla riforma universitaria progettata senza alcun confronto con i giovani e liberi protagonisti della riforma stessa?

E adesso, la terra. E il vino, che io immagino bere in quest’inverno in compagnia, senza girare troppo i calici, ma aguzzando i sensi, e aprendo il cuore.

A ottobre una discreta vendemmia, rubata a giorni di piogge abbondanti e continue. Novembre è cominciato con una tromba d’aria che ha divelto una dozzina di pini, di quelli che costeggiano la statale. Piante di quindici metri che si sono abbattute sulla carreggiata e sulle terre. La gente è accorsa, armata di motoseghe, per le provviste invernali. I trofei erano le pigne più belle, quelle verdi e grosse che solitamente restano nella chioma lassù in alto, irraggiungibili. Uno di questi pini è disteso ancora intero su una scarpata difficile da raggiungere. Sembra un capodoglio spiaggiato, fuori dal suo elemento. Le radici, che vivono nella terra, adesso ghermiscono l’aria come gigantesche dita scheletriche, morte. E il cappello ampio che galleggia lassù, nell’anticamera del cielo ai nostri occhi, sbadabam! È crollato fra noi, nella macchia di mirto e lentisco. Anch’io come tutti gli altri, ho partecipato alla festa del taglio, alla ricerca della pigna. Eravamo primitivi al banchetto del mammuth abbattuto, iene, avvoltoi, o semplicemente umani con i camini a casa.
Al ceppo tagliato dalle potenti motoseghe dell’Anas abbiamo contato gli anelli interni: circa settanta, quindi pini fascisti erano. Il mio agronomo mi ha fatto notare che intorno a loro nessun figlio era nato, segno che non era il loro habitat. Le conclusioni sono evidenti, e io meno dispiaciuto per l’ombra persa.

Musica per le nostre orecchie:
Gil Scott Heron - The revolution will be not televised
The Clash – White riot
Bob Marley – One love


Salvatore Magnoni
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Pausa caffè: Champagne e Brunello

Che ti sei bevuto durante le feste? La classica domanda che molti mi fanno. Champagne e Brunello, la risposta semplice semplice.
Ormai è tradizione in famiglia accompagnare la cena marinara della vigilia e quella di San Silvestro con massicce dosi di bollicine francesi. Quest’anno un trittico targato Tarlant – Dosage Zero, Rosè 1999 e il Vigne d’Or, pinot meunier in purezza anno 2000 sboccato dieci anni dopo – ha sfidato baccalà fritto, spaghetti con le vongole, moscardini al sugo, spigole, gamberoni e tanto altro ben di Dio. Inutile dire che i tre Champagne se la sono cavata egregiamente ed ognuno ha mostrato personalità davvero particolari. Dei tre mi ha colpito molto il Dosage Zero – quando si è sicuri della propria materia -: un vino Champagne solo apparentemente semplice, dalla bocca elastica e sinuosa, da tutto pasto, anche se a metà entrée era già finito. Fa il paio con il vigne d’Antan assaggiato pochi giorni prima: Chardonnay a piede franco, millesimato 2002 – gran bella annata questa per molti Champagne – e sboccato otto anni dopo. Classe e finezza da vendere.
Dopo gli stravizi della vigilia a Natale mi sono limitato ad un’unica e buona bottiglia di Brunello e mai scelta fu più felice. Il 2005 di Pian delle Querci (tra i 17 e i 20 euro in enoteca, as-tu compris?!?) ha un naso polposo ricco di contrasti: goudron e spezie, bosco silvestre e sottobosco, mineralità a dettare il ritmo. Bocca piena, larga e lunga. Abbraccio alcolico presente, cordiale e finale in cui sfumano impercettibili ritorni appena legnosi. Smaltiti questi, per i più esigenti sarà da colpo di fulmine.
Santo Stefano a Sud: Erse 2008, Etna Rosso di Tenuta di Fessina. Il tempo ha pulito l’immagine del territorio che la tecnica aveva solo temporaneamente offuscato. Godurioso.
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A chi mettere il cappello e la barba di Babbo Natale su questo blog

A chi mettere questo cappello e questa barba?
Naturalmente, da napoletano, il primo pensiero vola a...Edinson Cavani.

Ma El botillo, cioè il ragazzino, questo il suo nome, prima di diventare El Matador (mi piace meno, io sarei dalla parte del toro), è soprattutto un dono. Scelto già in estate, da mettere poi sotto l’albero, per fare una festa veramente coi fiocchi. Napoli, secondo in campionato e, unica squadra fra le italiane, in Europa League. Cavani miglior goleador, insieme a Totò Di Natale, appunto. E per far questo soltanto due gol, negli ultimissimi minuti.
(L’ultimo è una danza. Si slancia, corre di lato, torna persino indietro: gli avversari sembrano compagni di ballo. Poi, scocca il lampo. Non c’è più tempo, solo urla, applausi. Cala il sipario.)

Eccone un altro, più consono forse ad un blog di vino. Dall’alto dei cieli e dal profondo della terra, il Gino.

Uno che risponde (chiedere al Masna). Uno che ascolta i giovani e gli parla (chiedere a Pablo). Uno che ha sempre rifiutato di essere un Maestro. Salvo poi accettarlo, ed esserne felice, negli ultimissimi minuti.

Buon Natale a tutti voi. E, consentitemelo, dato che è il suo primo Natale: Tanti Auguri Nicolò!

A proposito, vi siete ricordati di mettere le luci sull’albero, e di invitare la nonna?

Maurizio Arenare
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Oleastro

Olivastro - ulivo millenario in agro di Luras

Oleastro, olivastro, ulivo. Questa la serie, pur fra pareri botanici non sempre concordi, che ha portato all’Oleo europaea sativa, comprendente tutte le varie forme coltivate in area mediterranea fin dall’antichità. Poco lontano dal grande olivastro presso Luras, in Sardegna, ci sono due oleastri selvaggi di cui uno, chiamato il padre, ha undici metri di circonferenza. All’ombra di questi giganti sostano ancora le greggi e la loro età è stata calcolata in almeno duemila anni.
2002. Anno di speranza per l’ulivo e i suoi frutti. 10 marzo, in TV, RAI 3, l’inchiesta di Report, la trasmissione di Milena Gabanelli: “Scusi lei è vergine?” Un atto di denuncia, netto, delle leggi italiane e comunitarie che finiscono col favorire gli interessi delle aziende multinazionali che controllano oltre il 90% del mercato dell’olio in Italia.
Poi, una festa. In primavera per le strade di Camaiore sciamano olivicoltori sotto l’égida di un manifesto, quello di Veronelli. Un vento nuovo sembra soffiare in Versilia a scuotere dal torpore, dalla disillusione e dalla mancanza di prospettive.
E un libro, del Gino: L’olio e la vera buona cucina. L’introduzione ribadisce i passaggi più significativi: l’etichetta, veritiera; il censimento oleicolo regionale; gli eventuali contributi da elargire direttamente ai contadini sulla base delle piante coltivate e non sulla quantità di olio prodotto. Alla fine c’è l’elenco dei Comuni ad elevata vocazione olivicola, da Acate a Zùngoli , e quello di 368 produttori. Il cuore della pubblicazione è la raccolta di 350 ricette, esemplari della buona cucina a base di olio di oliva. Una ventina sono di Luciano Lissana, cuoco ammirato per la profonda conoscenza della coltura-cultura degli oliveti e dei loro oli. Le altre sono la rivisitazione ai fornelli, con la figlia Bedi, di quella vera e propria summa gastronomica che è La grande cucina, compilata, anni Cinquanta, per Garzanti insieme a Luigi Carnacina.
Carnacina, di cui Slow Food ha ristampato l’interessante autobiografia col titolo À la carte, è stato senza possibilità di paragoni, secondo Veronelli, il più grande cuoco del XX secolo; così come Auguste Escoffier, che a Montecarlo notò il giovane maître italiano, lo è stato per il XIX.
In quegli anni, dell’Ottocento, venditori ambulanti di olio percorrevano ancora, di mattina e nelle ore antecedenti il vespro, le vie cittadine provenienti dalla campagna. A Napoli, gli oliandoli, vestiti di grigio o di celeste scuro, erano uomini robusti e di buona salute per il gran camminare. Portavano il loro otre e, attaccati ad una fascia che gli cingeva la vita, dei recipienti di varie misure e un imbuto per versare l’olio negli stagnoli dei compratori. Nient’ altro che i frutti del loro uliveto, buoni per il pranzo , ma anche per la lucerna o per le lampade votive.
(Oggi verrebbe citato come esempio virtuoso, a bassissimo impatto ambientale.)
“L’olio come il vino. L’olivo come la vite.” È il paradigma veronelliano , seguito e anzi alimentato, discusso , partecipato da Roberto Scopo, proveniente dal mondo del vino e in seguito convertitosi all’olivo ( www.olioro.it che rimanda anche a www.oliosecondoveronelli.it ).
Il senso è chiaro. Si trattava (si tratta) di portare l’olio agli stessi traguardi raggiunti negli ultimi decenni dal vino italiano. Ma qui il discorso si fa complesso. Un’altra scia da seguire è quella tracciata dall’ esperienza di Critical Wine, giunta quest’anno alla sesta edizione. In La Terra Trema è presente una costellazione di produttori legati alla terra, e in Campania, a Carife (AV), c’è un’azienda produttrice di olio, Hirpus, che sembra aderire anche all’indicazione del prezzo sorgente (ancora un discorso, anzi due, insieme alle De.Co.). Un’altra costellazione, stavolta in particolare di oliandoli, si trova in Frutti della Terra: da Lucca all’isola di Salina nelle Eolie, passando per le colline di Serre, in provincia di Salerno, dove c’è un coltivatore estremo per impegno e capacità, convinto del fatto che ogni tipologia di olive produce oli con profumi e sapori unici, come avviene per i vini. È Antonino Mennella, di cui si è già occupato Il Viandante, col bel ritratto di Adele Chiagano.
Anno 2002, palindromo: si può leggere, infatti, in entrambi i versi. Chi volesse sentire l’eco di quelle speranze può cliccare qui. E ora?

Maurizio Arenare

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La Foto della settimana: Il Grande Freddo


Il tempo sta cambiando
foto: AVP/Getty

Italia nel gelo, morti due senzatetto
E in mezza Europa ora è caos voli

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Crostata di ricotta e cioccolato (di Carla)


Ti prego, ti prego, non ci uccidere. Ti prego baby, lo sai che ti amo. Non avrei mai voluto lasciarti, non è stata colpa mia. Non ti ho tradita, dico sul serio. Ero rimasto senza benzina, avevo una gomma a terra, non avevo i soldi per prendere il taxi, la tintoria non mi aveva portato il tight, c'era il funerale di mia madre, era crollata la casa, c'è stato un terremoto, una tremenda inondazione, le cavallette! Non è stata colpa mia! Lo giuro su Dio!

Joliet Jake Blues, John Beluschi, The Blues Brothers, John Landis, USA 1980

Ingredienti.
Per la pasta frolla: 300 gr. di farina; 150 gr di zucchero; 125 gr. di burro;1 uovo; una bustina di Pan degli Angeli; ½ bicchierino di Martini Bianco.
Ripieno: 400 gr di ricotta; 125 gr. di zucchero; ½ bicchierino di Martini Bianco; 75 gr. di cioccolato fondente tagliato grossolanamente a pezzettini.

Versate la farina in una ciotola e aggiungete il burro freddo tagliato a cubetti: amalgamate il tutto finché il composto non sarà diventato sabbioso. Aggiungete quindi lo zucchero, l’uovo e la bustina di pan degli angeli, il Martini e continuate ad impastare finché non avrete ottenuto un composto liscio e omogeneo che avvolgerete nella pellicola trasparente e lascerete riposare per un po’. Amalgamate tutti gli ingredienti per il ripieno. Utilizzate circa la metà della pasta frolla per foderare uno stampo per crostate precedentemente imburrato e infarinato, stendete il ripieno e ricoprite con la restante pasta frolla. Infornate per un’ora circa a 200° nella parte bassa del forno.

Adele Chiagano
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Le mie piccole vigne: consigli natalizi

Uno dei luoghi comuni degli ultimi anni nel mondo del vino è riassumibile con lo slogan “Piccolo è bello”. Purtroppo, al di là del semplice buon senso, non è assolutamente una verità acquisita, ma per la solita legge del contrappasso stanchi e annoiati di paillettes, cene e bevute faraoniche, tette e culi, si cerca veridicità nel piccolo vigneron. Ma come ho detto, buon senso a parte, spesso si tratta solo di slogan.
In questo freddo bestiale penso ad esempio alla Calabria rimpiangendone il caldo e il mare e ripensando i miei produttori preferiti di Cirò, Francesco De Franco e il suo squisito 2009 che entrerà in commercio a gennaio (meno di diecimila bottiglie prodotte) e gli amici Librandi, azienda da due milioni e mezzo di bottiglie e due prodotti dal rapporto qualità prezzo commovente: il Cirò base e la riserva Duca San Felice (con meno di 15 euro le portate a casa).
Purtroppo le mode son mode e come nel biologico-naturale-biodinamico tutti approfittano buttandosi a capofitto nel filone – dai produttori, ai giornalisti che mettono in piedi fiere in cui non vi è nessuna cernita, ai consumatori; vivamente consigliati i libri di Bietti per districarsi meglio – così oggi tutti vogliono i vini delle piccole cantine e allo stesso modo dobbiamo sopportare tutte le derive, dagli enotecari ai ristoratori, ai giornalisti che buttano tutto dentro il calderone: nel fiorire di pubblicazioni non si considera il merito (basta avere una piccola vigna e fare poche bottiglie): per cui il buono che c’è in alcuni piccoli produttori è mischiato con il meno buono e così facendo rimane la forma, ma manca la sostanza e il contenuto a danno del movimento (i produttori i primi colpevoli) e dei consumatori.
Eccovi alcuni consigli natalizi

Schiavenza, Piemonte: Oltre il Barolo Broglio 2006 di cui abbiamo già parlato non male anche il Prapò (entrambi serralunghiani e da lunghi tempi di evoluzione) squisito anche il dolcetto. Circa 8 euro in enoteca.

Camerlengo, Basilicata: da Rapolla l’eccentrico Antonio Cascarano tira fuori due magnifici aglianico. Buono il Camerlengo 2006 (curato all’epoca da Sergio Paternoster) 20 euro circa, viscerale, vibrante e da seguire attentamente l’Antelio, 12 euro in enoteca per un vino seguito da Antonio Di Gruttola e allevato secondo i dettami della Biodinamica.

Pian delle Querci, Toscana: Brunello di Montalcino 2005, appena 18/20 euro, per un sorso schietto di Sangiovese. Una delle rivelazioni di quest’anno segnalatemi da Fabio Pracchia, redattore della guida Slowine.

Joseph Voillot, Borgogna: uno di quei piccoli produttori poco considerati e fuori dalla mischia mediatica. Provate ad assaggiare però il suo 1er Cru Les Epenots Pommard 2008, in un’annata “minore” e un po’ rigida per il Pinot nero di Borgogna (spero a breve di tornare sull’argomento) questo vino fa fuori tanti grand cru celebrati. Tra i 50 e i 60 euro credo che riuscite ad accaparrarvelo.

Jack Legras, Champagne: Le Mont Aigù è la Cuvèe Speciale ricavata da una parcella di proprietà situata sulla omonima collinetta che si estende tra Chouilly e Cramant. Prodotto in poche centinaia di bottiglie, con vin claire fermentato in vasche di acciaio inox in cui si fa anche la malo lattica, il Mont Aigù è ottenuto con uve di una sola annata anche se non è registrata: Johnny Legras per vezzo non ha mai voluto registrarlo come millesimato. Euro 40 circa

Lello Moccia, Campania: per i bianchi me ne torno nella mia campania e scelgo la falanghina dei campi flegrei 2009 di Agnanum. Minerale, facile da bere, acida e succosa. Solo 8 euro o giù di lì.

Rocca del Principe, Campania: in un’annata molto difficile come la 2009 per il Fiano di Avellino, Rocca del Principe a mio modo di vedere sta diventando sempre più punto di riferimento del comprensorio di Lapio con una versione veramente degna di nota. Questo al momento è il miglior 2009 finora assaggiato. 13 euro più o meno.
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L’acidità: Domaine Comte Georges de Vogue, Musigny Grand Cru 2001

La principale contrapposizione degli ultimi anni, analizzata e sviscerata dalla critica enologica, è sicuramente quella che da un lato vede i “cosiddetti” vini iper-super-qualchecosa, tutta ciccia e brufoli, ricchi di materia, alcol, estratto, morbidi e rotondi e dall’altro i vini acidi, magri e spigolosi, di cui si usa dire siano verticali e bevibili.
Tale contrapposizione, ovviamente, riguarda più la critica e le discussioni circa una nuova estetica (nata per la legge del contrappasso) che non il consumatore ultimo, e tutte le possibili esagerazioni in un verso o nell’altro divengono un mantra che pedissequamente sarà ripreso e veicolato in ogni dove.
Eppure senza padroneggiare questi argomenti, vale per il consumatore come per il produttore, si finisce con assecondare un partito o l’altro senza cavarne un ragno dal buco. La legislazione in materia di vini permette ai produttori italiani l’acidificazione e la disacidificazione attraverso metodi diversi, cosa per lo più ignorata dal consumatore finale, e una serie di conseguenze all’atto di degustare; senza dimenticare, ovviamente, la tendenza di molti produttori a vendemmiare leggermente prima per preservare il potenziale acido, ritrovandosi talvolta con una non perfetta maturazione fenolica e vini verdi. Senza tediare ulteriormente il lettore il risultato – riscontrabile soprattutto nei vini base di fascia medio bassa – è un’acidità scissa, talvolta citrina o malica (oggi confessare di fare la malolattica sta diventando il peggiore dei peccati per cui recitare 42 padre nostro) ancor più aggressiva e astringente, capace di sciogliervi l’apparato gengivale in alcuni casi.
Pare sia completamente evitato il concetto di buona acidità (come il buon tannino, il buon alcol e il buon succo).
Ovviamente a parole non è semplice da spiegare cosa sia una buona acidità. E, anche al palato, forse, bisogna essere dotati di una certa esperienza. Una buona acidità è quasi inavvertibile se non nella sensazione di salivazione dopo la deglutizione. Una buona acidità è quella completamente innervata (immaginate una qualsiasi foglia, le nervature sono l’acidità) nel succo che state bevendo e che ha una funzione di spinta dinamica. Una buona acidità premerà senza che voi ve ne accorgiate il vino giù nel gargarozzo ad una velocità quasi impressionante, tanto che stappata la bottiglia, non avrete neanche il tempo di godere dei profumi, aspettare che si apra il bouquet, che complessità e finezza si svelino completamente. Una buona acidità è sinonimo di energia ed elasticità del sorso, e in men che non si dica la bottiglia è finita. Come nel caso di questo (grandioso) vino.
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Struffoli (di zia Lucrezia)


Eh ….. Questo Natale si è presentato come comanda Iddio.
Co’ tutti i sentimenti si è presentato, d’altronde lo deve fare è il mese suo.
(beve un sorso di caffè e subito lo sputa)

Mamma do Carmine, Concè ti sei immortalata, che bella schifezza che hai fatto, Conce’!

Luca Cupiello, Eduardo De Filippo, Natale in casa Cupiello, 1931

Ingredienti: 400g farina ; 4 uova; 2 cucchiai di zucchero; una noce (ca 30g) di burro;1 bicchierino di limoncello o rum; buccia grattugiata di mezzo limone e di un’arancia; un pizzico di sale; olio per friggere. Per condire e decorare: 400 gr di miele; confettini colorati e/o granella di nocciole.

Impastare bene tutti gli ingredienti e lasciare riposare l'impasto alcune ore, in una ciotola coperta da uno strofinaccio. Stendere l'impasto come per gli gnocchi, formando cioè dei grissini e tagliandoli in pezzetti grossi più o meno quanto una nocciola. Friggere gli struffoli un po' per volta.
Preparare poi il miele versandolo in una pentola abbastanza capiente e facendolo scaldare a bassa temperatura fino a quando non si sia liquefatto.
Versarvi dentro gli struffoli e mescolarli fino a quando non si siano bene impregnati di miele.
Disporre gli struffoli in un piatto da portata in modo da formare una ciambella. Poi, a miele ancora caldo ,cospargere con i confettini e la granella di nocciole.

foto: gingerandtomato
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Adele Chiagano

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Sbocc(i)atura: Dom Perignon 1996

Uno dei motivi che mi rendono ritroso a scrivere di bollicine è un limite – a mio parere – legislativo che riguarda la produzione di queste, almeno in alcuni casi, meraviglie di tecnica umana.
Il mancato obbligo dell’indicazione della data di sboccatura, in francese dégorgement, per gli spumanti metodo classico e gli Champagne. La penultima fase della preparazione di questo vino, il momento in cui dopo aver riposato e sostato sulle fecce, viene estratto il tappo a corona e la bidule contenente i depositi per poi procedere nell’eventuale dosaggio a seconda della tipologia e richiuderlo con il tappo a fungo di sughero.
Secondo una teoria degustativa molto affermata, dalla data di sboccatura in poi – tolte alcune eccezioni e ricalibrando l’arco temporale sulle migliori cuveè e i millesimati, quelle bottiglie su cui, contenendo almeno l’85% di vino d’annata, viene indicato il millesimo - l’evoluzione consisterebbe più in una sorta di riequilibrio tra le parti: la fase ascendente della curva evolutiva può essere molto breve (due, tre anni) e, arrivati allo zenit, le sensazioni – più o meno affascinanti al naso del degustatore – sfociano in note terziarizzate evidenti e più o meno ossidative.
Senza data di sboccatura, insomma, ogni assaggio ed ogni scritto può diventare un azzardo così come l’acquisto di una bollicina, indipendentemente dalla selezione, richiede una buona dose di fiducia da investire sull’enotecaro e ristoratore che dovrebbe avere una serie d’informazioni (data di sboccatura, dosaggio, ecc. ecc.) per consigliarci al meglio.
A proposito di questo, aprendo una piccola parentesi, trovo molto coraggiosa l’iniziativa di Franco Ziliani che, dopo essere tornato con il suo Vino al Vino, raddoppia con millebolleblog: uno spazio interamente dedicato alle bollicine italiane; un comparto, quello delle bollicine made in Italy, che per crescere ha sicuramente bisogno di essere pungolato affinché possa essere competitivo sui mercati e migliorare la sua qualità. Se penso all’estesa superficie vitata della Champagne, ricordo alcuni recoltant manipulant dai prezzi davvero imbattibili che si possono facilmente scovare.

Dom Perignon è la cuvèe di casa Moet (che include Veuve Cliquot e appartiene al gruppo Louis Vuitton): i suoi numeri sono tenuti nascosti, ma pare se ne producano tra i quattro e i cinque milioni di Bottiglie che corrisponderebbe, più o meno, ad una “selezione” proveniente da 400 ettari di vigna. Il suo costo all’uscita si aggira intorno i 150 euro in enoteca.
Il colore è giallo luminoso, vivace e brillante. Naso molto sottile, delicato, di erbe aromatiche e note salmastre, note grasse e oleose. Un naso dinamico che cambia ed evolve nel tempo; s’affacciano sentori tostati, poi minerali ferrosi – a metà tra la frizione bruciata e lo zolfo -, agrumi, funghi porcini, acciughe. Al palato le bollicine sono sfumate e dolci, la sensazione tattile è carezzevole, avvolgente e morbido l’ingresso. Manca un pizzico di tensione gustativa e il finale si smagrisce: il ritorno alcolico è ben controllato, ma presente.
Non un 97/100 – al di là di una bottiglia leggermente sotto le sue performance forse – ma sicuramente un bel bere.
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Avellino, 4 dicembre. Slow Red, il fascino del Piedirosso dei Campi Flegrei dopo la presentazione Slow Wine

Da sinistra: Tommaso Luongo, Peppino Fortunato, io, Luciano Pignataro, Raffaele Moccia, Vincenzo Di Meo, Marina Alaimo e il figlio di Raffaele (di Adele Chiagano)

Credo che se al piedirosso, vitigno partenopeo per elezione culinaria e popolare, non avesse arriso il successo da sempre – dal Vesuvio, alle isole, dai campi flegrei alla penisola sorrentina è piantato ovunque – forse oggi ne avremmo maggiori e numerose interpretazioni qualitativamente valide. Già di per sé è vitigno difficile nella sua maturazione – le note verdi possono esprimersi acerbe o a maturazione tardiva nei toni maturi di geranio che ne appesantiscono il quadro olfattivo - e nella resa scarsa: la domanda che veniva e viene da Napoli, una delle città più popolose d’Europa, ha sempre superato l’offerta spingendo i viticoltori spesso ad ottenere maggiore quantità che qualità dalle proprie piante.
Rosso avanguardista inconsapevolmente, si cala alla perfezione nel contemporaneo laddove la crisi spinge il consumatore a vini di grande convenienza economica e di facile beva come è di moda dire oggi: e lì dove non può arrivare lo scorbutico aglianico giovane può lo sbarazzino per’ e palumm, capace di ben tenere, nella sua evoluzione, almeno sino a dieci anni dalla vendemmia. Maggiori esperimenti e attenzione su questo vitigno è un consiglio che sento di dare ai produttori campani.

La Sibilla: impiegati da cinque generazioni oggi conducono l’azienda i fratelli Di Meo, con Enzo, giovane ventenne a curare la trasformazione. Le vigne si trovano a Bacoli a ridosso del parco monumentale di Baia. Produzione totale 15.000 bottiglie

Piedirosa 2009 (piedirosso rosato) 83
Rosa tenue, vivace e di belle trasparenze, al naso ha piglio e personalità con il suo timbro minerale a cui si affiancano note floreali. Bocca leggiadra, da pesi leggeri, che s’allunga nel finale grazie alla spinta acida e al marcato timbro sapido. Per iniziare una cena o, a tutto pasto, sullo street food partenopeo.

Piedirosso Dei Campi Flegrei 2009 80+
Qui s’avverte la difficoltà dell’annata piovosa in un naso incerto e un po’ verde; analisi che si conferma al palato, quando dopo un buon ingresso, s’assenta dalla metà bocca in poi. Un po’ di bottiglia in più donerà comunque un maggiore equilibrio.

Contrada Salandra
: Ingegnare mancato Giuseppe Fortunato con sua moglie Sandra Castaldo dal 2004 imbottiglia il frutto di piante più che trentenni. Apicoltori, la continua frequentazione della rassegna annuale di Montalcino li ha spinti a dedicarsi al vino. Produzione totale 8.000 bottiglie

Piedirosso Dei Campi Flegrei 2005 83
Rubino che degrada nel granato sull’unghia, ha un bouquet di discreta finezza e terziarizzato nelle note di brace, humus e sottobosco, pur mantenendo l’espressione vivace di un frutto accennato. Al palato è succoso all’ingresso e orizzontale. Largo ma non lungo, è naturale manifestazione, come il precedente, dell’annata che lo ha visto nascere.

Piedirosso Dei Campi Flegrei 2008 85+
Rosso rubino. Ha naso sottile, un po’ timido e riottoso. Frutta e timbro minerale. Al palato svela il meglio di se. Impatto succoso, centro bocca largo e succulento, finale acido ed elastico. Commercializzato da un mesetto, troverà nel tempo anche maggiore definizione aromatica nei profumi.

Agnanum Raffaele Moccia: a ridosso della riserva protetta degli Astroni, in piena Napoli ad Agnano, nasce questa azienda che imbottiglia dal 2002 nonostante sin dagli anni ’60 ci si occupasse di uva. Il Vigna delle Volpi è una selezione di cui si producono solo 600 bottiglie – il contenuto di un tonneau – proveniente da piante vecchie sino a 100 anni: una vigna allevata alla maniera della pergola puteolana. Il fortino contadino di Napoli strappato al cemento.

Piedirosso Dei Campi Flegrei 2003 Vigna delle Volpi 84

Rosso rubino rarefatto. Al naso è leggermente impreciso, un’armonia rustica leggiadra e soffice. I dolci toni del legno - un tonneau di secondo passaggio ben usato -, un pizzico di volatile e un leggero timbro scuro di indicazione minerale, sono la cornice entro cui si esprime un frutto ancor vivo e ricordi floreali. Palato stretto, acido, leggermente duro nel finale, ma beverino. Sette anni e sprizza energia giovanile.

Piedirosso Dei Campi Flegrei 2007 Vigna delle Volpi 88+

Nasce immediato il parallelo con zone più famose che ne ricalcano la cifra stilistica. Profilo borgognone, ha leggiadria nei toni floreali e fruttati – turgidi e croccanti -, leggeri sentori fumé e speziati, timbro scuro a ricordare un Gamay. Palato succoso e avvolgente, elastico nel finale dove un’acidità saporita ed agrumata invoglia ad un nuovo sorso. Retrolfattivi che giocano tra il fruttato e le erbe aromatiche. Anche questo in tonneau di secondo passaggio.
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Pausa caffè: Spunti interessanti

Cari produttori, tira una strana aria dalle parti della critica enologica, fossi in voi mi fermerei un attimo per pensare bene le vostre strategie future.

Cronaca Regionale: qui Alessandro Franceschini e Maurizio Paolillo fanno una disamina, attraverso un dialogo a due, sulla situazione Campana e Irpina in particolar modo. Critiche ai grandi come ai piccoli e a tutto il resto per non farsi mancare nulla. Tematiche che anche su queste pagine abbiamo spesso affrontato.

Cronaca Nazionale: qui e qui, Rizzari e Gentili.

E chi vuol capire, capisca.
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Speciale rifiuti: Una montagna di balle

Pianura (Napoli) 2008, da ilgiornale.it

Vi avevo promesso che avrei narrato la mia esperienza a Terzigno, ma non è ancora il momento. A voler raccontare tutto quello che si sa sull’emergenza rifiuti in Campania, non basterebbero giorni. D’altronde, se mettessimo in fila tutte le balle di rifiuti accumulati in questi anni, potremmo congiungere Lisbona a Teheran. E se provassimo a raccogliere tutte le balle dette da chi nel tempo avrebbe dovuto gestire il problema, probabilmente non basterebbe 1 Terabyte di spazio disponibile.
Eppure pochi sanno, nonostante molti abbiano detto.
Da anni Maurizo Braucci, partenopeo come me, racconta la sua verità sulle pagine di Nazione Indiana. È da una sua idea, insieme con Sabina Laddaga e Nicola Angrisano, che nasce il documentario “Una montagna di balle”, distribuito con licenza Creative Commons. In altre parole, guardatelo (1h15min circa), obbligate i vostri figli a vederlo (piuttosto che rimbambirsi la testa insieme al Grande Fratello) e diffondetelo.
Perchè le immagini hanno una potenza che le parole non sempre possiedono.
Venghino lorsignori, inizia il triste spettacolo.

Una Montagna Di Balle from spazzatour on Vimeo.

Roberto Erro

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Aspettando Godot

Tra pochi giorni sarà l’otto dicembre, il giorno dell’Immacolata e il periodo natalizio prenderà il via ufficialmente. Un periodo cruciale per il comparto vino da un punto di vista commerciale visto che la gran parte delle vendite è concentrata in questo periodo dell’anno tanto da determinare le strategie future di aziende e consorzi. Oscar Farinetti – commentato qui da Franco Ziliani – si è inventato non a caso “Già”, made in Fontanafredda: “vino” pronto, otto euro per un litro, bassa gradazione alcolica e non poche polemiche.
Un’indicazione ben precisa, al di là dell’opportunità dello spot e dell’accoppiamento al territorio di Serralunga d’Alba da dove provengono alcuni dei migliori Barolo prodotti, che fa il paio con la degustazione che, con Luciano Pignataro, ho tenuto a margine della presentazione della guida Slowine ad Avellino sul Piedirosso e che ha riscontrato un successo di partecipazione quasi inaspettato.
La crisi da un lato – i dati di Confcommercio segnano per questo Natale un meno 1,2% - e l’alleggerimento della cucina dall’altro sembrano tracciare un preciso identikit del vino del futuro.
E Barolo, Brunello, Chianti? Be’ le cantine piene stanno facendo il resto e la stoltezza spesso accompagna l’ansia (basta leggere qui o qui).

Non ci resta che fare come il famoso cinese e attendere, nel frattempo per stare sulla notizia e per i lettori quattro proposte: perché si può bere bene (ho scritto bene) senza spendere un capitale.
La sfida Igt, Aglianico del Vulture 2009 Bonifacio (€ 6 ca.); Valgella 2005, Nebbiolo della Valtellina di Renato Motalli (€ 8,5 ca.); Dolcetto d’Alba 2008 Schiavenza (€ 8,5 .ca); Timorasso 2008 Valli Unite (€ 11 ca.).

E voi spenderete più o meno dell'anno scorso e per cosa?
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Tortelli dolci fritti


(Dopo un devastante attacco alle postazioni italiane)
- Sergente: Ma Cristo, dove sei?
- Cappellano:È qui tra di noi. Se ha 33 anni allora è dell'84.
La Grande Guerra, Mario Monicelli, Italia, 1959

Ingredienti
270 gr di farina; 120 gr di burro;130 gr di zucchero;2 dl di latte;una bustina di vaniglina;un limone non trattato; 8 uova intere e due tuorli; olio di arachidi; 1 cucchiaino di bicarbonato; sale.

Versate il latte in una casseruola, unite una scorza di limone, la vaniglina, il burro, 50 gr di zucchero, 2 dl di acqua, il bicarbonato, una presa di sale e portate ad ebollizione. Eliminate la scorza di limone, togliete dal fuoco e aggiungete la farina in una sola volta. Mescolate e rimettete sul fuoco per un minuto finché la pasta si stacca dalle pareti. Trasferite la pasta in una terrina con i bordi alti e lasciatela intiepidire, poi unite le uova intere e i tuorli, uno alla volta, senza aggiungere il successivo finché il precedente non è stato completamente assorbito.
versate abbondante olio in una padella. Con due cucchiaini prelevate un quantitativo d'impasto grande come una noce e tuffatelo nell'olio. Ripetete l'operazione fino ad ottenere 6/7 tortelli che friggerete per qualche minuto a fiamma bassa fino a quando risulteranno ben gonfi. Alzate la fiamma e proseguite la cottura fino a che i tortelli risulteranno dorati, scolateli, trasferiteli su un foglio di carta assorbente e cospargeteli con lo zucchero rimasto. Proseguite fino all'esaurimento della pasta.

Adele Chiagano
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Dell’olio e della realtà

Olivastro - località Santu Baltolu di Carana in agro di Luras

In questi giorni ho visto il mondo da una prospettiva liquida. Pioggia, pioggia e ancora pioggia, fuori; io, ridotto a un naso che cola. Ho bevuto tè, mangiato brodi e zuppe e messo ordine tra vecchie riviste. Così ho ritrovato un numero di Ex Vinis, bimestrale di gastronomia e turismo diretto da Luigi Veronelli, interamente dedicato all’olio. È un numero speciale, il primo di questo millennio. La copertina recita: Olio Il Dossier. Mi immergo nella lettura. Fra i numerosi interventi c’è una lunga lettera di Edoardo Valentini, “olivicoltore, vignaiolo solare, uomo colto e morale”. I due, grandi signori del vino, sull’olio non erano proprio d’accordo: idee diametralmente opposte, ma sempre rispettose dell’altrui differenza. Veronelli si è occupato di olio negli ultimi anni della sua vita, con rabbia e con passione. Mille le questioni. Da qui la sua sottolineatura della necessità della molitura di olive, appena raccolte, di singoli cultivar per meglio capirne qualità e potenzialità. Poi, la questione del “denocciolato”, che riguarda ancora il gusto, ma anche la maggiore presenza di sostanze antiossidanti negli oli ottenuti con questo procedimento. Anche Valentini è scomparso da qualche anno; ha lasciato la sua terra nelle amorevoli mani del figlio Francesco Paolo, custode di una grande tradizione vinicola e appassionato olivicoltore. (Ho i brividi, mi sento un po’ di febbre. Anche la Terra - Madre - ha la febbre. Si sente?) Ecco la sua testimonianza fiume:

Loreto Aprutino 22 dicembre 1999

Caro Gino,
l’alternarsi nella storia dell’umanità, dei “corsi” della civiltà (così detta) con i “ricorsi” della barbarie di vichiana memoria, non mi trova impreparato né suscita in me stupore o sofferenza se la sorte mi ha riservato di vivere l’attuale “rinnovata barbarie” : a nessuno è dato di scegliere il tempo ed il luogo della propria esistenza.
Non avrei però mai immaginato, giunto alla conclusione di questo secondo millennio, dover vivere la terza guerra mondiale.
Si, perché è iniziata la terza guerra mondiale!
Le stramaledette multinazionali hanno deciso, questa volta, di sottomettere, alla loro insaziabile sete di potere, non solo l’uomo ma tutto il creato attuando una politica in cui l’avidità si alterna, e confonde, con l’imbecillità; l’imbecillità di chi, volendo troppo, finisce per soccombere preda di se stesso.
La grande industria ha capito che la guerra, intesa come “lotta armata fra due o più stati”, fa parte ormai del passato quando i “grandi” fabbricavano cannoni per poter distruggere ciò che poi avrebbero così potuto ricostruire. Quella guerra è fatta ancora da qualche sprovveduto ma le nazioni “serie”, comandate da politici “seri”, ormai se ne ridono.
Hanno capito bene che la guerra, alla vecchia maniera, non rende più come un tempo. Si sono aggiornati e, per affermare il loro dominio, hanno iniziato una nuova strategia impiegando armi ben più micidiali e capaci di colpire l’uomo non direttamente ma attraverso quegli elementi vitali, essenziali per la sua stessa esistenza.
Hanno ammorbato l’aria, inquinato le acque, ridotto la fertilità del terreno (ci sono zone del pianeta in cui i semi hanno bisogno di attivanti per germinare) ed eliminato molte specie di predatori (i predatori, escluso l’uomo, sono tutti utili; in natura non esistono predatori inutili o da sterminare) con l’impiego indiscriminato dei fitofarmaci. Stanno insomma modificando tutto l’ecosistema con gravissimi danni per l’ecologia in generale e per l’ecologia agraria in particolare; stanno cioè modificando le “catene alimentari” che sono alla base della vita e della sopravvivenza di tutti gli esseri viventi, uomo compreso.
Cosa direbbero i presocratici e non solo loro?
Il principio di tutte le cose può essere ancora posto nell’acqua e nell’aria così come le hanno ridotte?
Per non dire poi del conseguente ineluttabile scempio perpetrato a danno della tradizione della storia e della cultura. Il salvataggio dei “giacimenti gastronomici” che tu, con santa rabbia, stai conducendo non è soltanto la difesa del bello e del buono ma è la difesa della vita e … della libertà.
Dio non voglia che tutto questo venga capito quando sarà troppo tardi!
E, se tutto questo non bastasse, ecco giungere l’ultima follia dell’homo sapiens: i cibi transgenici inventati per sfamare l’umanità a bassi costi (dicono loro) ma con altissimi profitti economici (diciamo noi) per chi li produrrà. Tutti si chiedono se questa ulteriore manipolazione genetica possa portarci a conseguenze disastrose ed irreversibili ; tutti ce lo chiediamo ma nessuno dà una risposta certa e veritiera perché le multinazionali lo vietano.
Sarà questa, forse, l’ultima profanazione perpetrata dell’uomo a danno di se stesso e del suo habitat; si avrà l’apoteosi della follia razionale “quando l’uomo penserà di trarre un utile economico dalla propria morte”.
Come in situazioni tragiche non manca, a volte, il lato comico, ecco che scivoliamo nel grottesco con il Regolamento CEE 2078/92 – Misura A1 – almeno così come recepito dalla Regione Abruzzo.
L’applicazione di quel regolamento doveva servire per promuovere e valorizzare un’agricoltura più rispettosa dell’ambiente, riducendo l’uso dei concimi chimici, dei fitofarmaci e quindi con il conseguente miglioramento della qualità.
Senza portare il discorso per le lunghe, ti dico soltanto che io ho senz’altro aderito a questo programma agro-alimentare predisposto dalla Regione Abruzzo ma, dopo poco tempo, ho dovuto rinunciarvi se non volevo andare incontro a guai peggiori di quelli che avevo creduto e sperato di evitare o quantomeno di contenere.
Nella comunicazione di rinuncia indirizzata all’Ispettorato Provinciale dell’Agricoltura di Pescara ed alla Giunta Regionale del Settore Agricoltura, chiedevo di essere inteso di persona per poter chiarire i motivi del mio rifiuto al programma ed ai conseguenti benefici economici che, bada bene, erano notevoli.
I chiarimenti non riguardavano soltanto la mia posizione ma sarebbero serviti per capire e correggere errori commessi in fase di recepimento ed, ancor più, di attuazione della direttiva CEE. Questo, anche se non detto espressamente, lo sapevano benissimo i destinatari della mia rinuncia e proprio per questo hanno ritenuto bene di chiudersi in un “eloquente” silenzio guardandosi bene dall’invitarmi a parlare.
Sarebbe stato un atto dovuto, se non altro, alla professionalità ed esperienza di un agricoltore che ha dato, in quasi mezzo secolo di ininterrotta attività nel settore, un contributo tangibile alla conoscenza ed affermazione di prodotti di qualità della terra d’Abruzzo.
Che vogliamo dire di più?
Possiamo soltanto aggiungere che siamo in piena dittatura; non una “bella” e palese dittatura che ti permette di scendere in piazza, alzare barricate ed affrontare il nemico a viso aperto. Questa è una dittatura strisciante e sommersa, di stile clericale; una dittatura in cui è permessa la contestazione verbale ad oltranza tanto non c’è nessuno che ti ascolta né da parte di che la esercita né di chi la subisce; se così non fosse sarebbe democrazia. Tutt’ al più se esageri ti vedi censurare quello che dici, come è accaduto a me il mese scorso.
Ero stato invitato dalla RAI per una intervista televisiva a proposito della grave situazione olivicola. L’intervista si è articolata in due parti: nella prima esponevo i motivi per i quali molti produttori, me compreso, erano costretti a lasciare il prodotto sulle piante per motivi di ordine economico e di mercato, nella seconda denunciavo l’inerzia della pubblica amministrazione e sollecitavo l’intervento delle competenti autorità a livello regionale, nazionale ed europeo. L’intervista è andata regolarmente in onda sul terzo canale regionale, ma soltanto con la prima parte; la seconda è stata censurata in toto, completamente tagliata.
Caro Gino, so bene che quanto ti dico è a te ben noto, né è mia intenzione aggiungere nulla di nuovo che tu non sappia come e meglio di me, ma è la premessa essenziale per poter comprendere lo stato d’animo, il malcontento e la rabbia di noi tutti agricoltori.
Non è più possibile seguitare ad operare in queste condizioni ed a subire soprusi ed angherie di ogni genere avallate ed ufficialmente legalizzate da chi dovrebbe invece difendere il lavoro di tutti, anche degli agricoltori. Quello che poi stiamo vivendo noi olivicoltori ha addirittura dell’incredibile e dell’inverosimile. Basti pensare alla sleale concorrenza che dobbiamo subire e che ormai ha raggiunto limiti non più sopportabili.
Sleale concorrenza che è determinata dalla mancanza di una precisa regolamentazione che faccia, una buona volta, chiarezza nell’interesse e in difesa del produttore ed ancor più del consumatore.

La produzione italiana del “vero” olio d’oliva è destinata a scomparire se non si provvederà, a breve termine, a dare regole oneste e precise per quanto riguarda il confezionamento e la commercializzazione.
Innanzitutto “OLIO d’OLIVA” dovrà chiamarsi solo e soltanto l’olio ottenuto dalla spremitura di olive fresche, vergine, extravergine e assurdità del genere dovranno scomparire dalle etichette.
Tutti gli altri oli ottenuti sia dai sottoprodotti che da oli manipolati chimicamente dovranno chiamarsi con il loro vero nome: olio di sansa, olio rettificato e così via.
Sarebbe anche ora che venisse vietata l’estrazione di olio, per uso alimentari, dai sottoprodotti della molitura che dovrebbero invece avere altre destinazioni, così come avviene per i sottoprodotti della vinificazione. C’è poi da eliminare la grande truffa del “MADE IN ITALY” voluto da Bruxelles, permesso dal nostro Stato che ha definitivamente messo in ginocchio i produttori di ulivo e di olio italiani.
È mai possibile che un liquido grasso (che mi rifiuto di chiamare olio d’oliva) prodotto in Africa possa essere definito “PRODOTTO ITALIANO” sol perché viene messo in bottiglia in Italia? È un insulto ai produttori italiani; un insulto e un’offesa alla storia, alla cultura ed alla santa madre Terra della nostra Italia. Il ministro delle Politiche Agricole e Forestali Paolo di Castro, intervenuto il 26 novembre scorso a Chieti in un convegno sull’olio d’oliva promosso dalla Camera di Commercio, ha pubblicamente dichiarato: “È una questione aberrante la norma prevista dal regolamento UE sulla etichettatura dell’olio extravergine d’oliva, norma che promette di definire italiano anche un olio prodotto in un Paese extracomunitario a patto che venga imbottigliato nel nostro Paese”.
Che l’imposizione dell’UE sia aberrante lo sappiamo tutti.
È inutile che il ministro ce lo rammenti; dica invece cosa intende fare per cancellare questa aberrazione e fare giustizia.
Io, a mia volta, vorrei rammentare al signor ministro che il codice civile italiano è. A tutt’oggi, in vigore.
Gli articoli 2595, 2599, 2600 e 2601 che regolano, ovvero “dovrebbero” regolare, la sleale concorrenza non mi risulta siano stati abrogati. Allora c’è da chiedersi: quale valore ha oggi il nostro codice civile e quindi le norme in esso contenute tutelano ancora tutti i cittadini, come è sancito dalla nostra Costituzione, o soltanto una parte di essi?
Gli agricoltori fanno ancora parte della Comunità nazionale o vengono ormai considerati una categoria o una categoria a sé, non più soggetti di diritto ma solo di doveri?
Non saprei neanche come chiamare o definire questa categoria di “esclusi”, l’unica che mi viene in mente è “ghettizzati”.
E non mi si venga a dire che la normativa italiana perde efficacia quando è in contrasto con la normativa emanata dalla Comunità Europea. Se un giorno Bruxelles, per assurdo, stabilisse che rubare non è più un reato, che si dovrebbe fare? Tutti gli Stati membri della Comunità dovrebbero cambiare le proprie leggi e magari chiedere anche scusa ai ladri? Bruxelles, si sa essere la lobby delle multinazionali, ma non per questo ogni sua decisione può e deve essere supinamente accettata quando è in netto contrasto con le più elementari norme del vivere civile.
La conseguenza di tutto questo è che molti agricoltori, dopo un intero anno di lavoro costante e di sacrifici notevoli non solo economici, sono stati costretti a lasciare le olive sulle piante, perché il solo costo di coglitura era quasi doppio del prezzo che eventualmente si sarebbe potuto realizzare se (dico: se) si fosse riuscito a vendere il prodotto, anche se trasformato in olio, e a prezzi stracciati, perché il mercato è ormai definitivamente regolato e comandato dall’industria che si rifornisce di olio (se olio si può chiamare) da paesi terzi e a prezzi con i quali è impossibile competere.
Anche io mi sono dovuto fermare e ho lasciato sulle piante più di mille quintali di ottime olive. Avrei forse potuto continuare la coglitura soltanto assumendo manodopera in nero e sottopagata. È un conto che però non ho mai fatto perché mi ripugna; nella azienda Valentini nessuno ha mai lavorato in nero e nessuno è stato mai remunerato con un sottosalario.
Addirittura non ho neppure mai voluto aderire a quella “truffa legalizzata”, avallata dall’INPS, che va sotto il nome di “riallineamento”; in provincia di Pescara credo di essere, se non l’unica, una delle rarissime aziende che non vi hanno aderito.
Quello che più mi fa male è vedere quelle piante stracariche che, con i rami appesi, sembrano piangere e chiedere di essere liberate dal loro generoso fardello. Così come disperate piangerebbero delle madri che non riuscissero a portare a luce il nascituro che hanno in grembo.
Tutta grazia di Dio abbandonata e destinata ad essere calpestata dagli stessi uomini che l’hanno prima tanto agognata e poi, loro malgrado, dovuta ricusare. Destinata, nella migliore delle ipotesi, a diventare letame; ripeto nella migliore delle ipotesi perché se dovesse sopraggiungere una nevicata (ed è tempo suo) assisteremmo ad un vero massacro perché le piante, già stracariche di olive, non riuscirebbero a sopportare un ulteriore aggravio di peso determinato dalla neve. Forse non avrei dovuto interrompere la coglitura anche a costo di aumentare notevolmente il già tanto passivo che questa produzione ha determinato nel corso dell’anno. Sono stato tentato ma, con tutta franchezza, non me la sono sentita. Questa azienda che io, da tanti anni, conduco, dà di che vivere ad una ventina di famiglie, compresa la mia. Io ho la responsabilità di questa gestione e non posso permettermi il lusso di compromettere la stabilità economica sua e quindi delle famiglie di chi ci lavora. È evidente che il danno non è stato soltanto mio ma anche dei miei collaboratori che hanno perso molte giornate lavorative. Tra i due mali si è dovuto scegliere il minore. Ho provato ad offrire in regalo l’olivo non colto; chi avesse voluto poteva cogliersi gratuitamente tutto quello che voleva. L’offerta non ha avuto seguito. Ogni commento al riguardo sarebbe davvero superfluo.
A questo punto posso soltanto augurarmi che le piante si spoglino quanto prima dei loro frutti sì che cessi la sofferenza loro e mia. Nel frattempo, dì pure che sia viltà, mi rifiuto di guardarle.
Nonostante tutto questo, continuo a piantare olivi quasi ogni anno. Anche la prossima primavera metterò a dimora alcune centinaia di piantine. Può sembrare follia. NO!! La follia è di coloro che credono di poter sovvertire l’ordine naturale delle cose sostituendosi, con infinita prepotenza e presunzione, a quella meravigliosa “Macchina” che è la potenza generatrice di tutto l’Universo e della quale, a malapena, conoscono soltanto, e in piccola parte, quello che potremmo chiamare l’involucro esterno, ma ben poco, o quasi niente, sanno del suo contenuto.
Sono stimolati, nella loro folle ricerca, non dalla sete di sapere ma dai più squallidi e meschini interessi che l’uomo possa mai perseguire: il potere e il denaro.
Concludo questa epistola triste con questa riflessione. Se è vero , come è vero, che l’uomo è una parte infinitesimale dell’universo, inequivocabilmente ne consegue che l’utile o il danno che lui possa provocare, per quanto grandi ed illimitati possano essere, non potranno mai veramente mutare il Tutto ma saranno, sempre e innanzitutto, a suo beneficio o discapito. Sta alla sua sensibilità ed intelligenza capire quando sia il momento di fermarsi per non distruggere se stesso. Un grazie sincero dalla mia Terra e mio per l’opera infaticabile e appassionata, da te sempre condotta con coraggio, per la valorizzazione e la salvaguardia della Terra e dell’Uomo.
Un abbraccio fraterno
Edoardo Valentini


A me pare che il documento sia degno del più grande interesse. I temi che si usa definire ecologici, quelli riguardanti l’alimentazione e il consumo, le attività produttive e le tradizioni del mondo rurale, le leggi, la politica e la Terra sono strettamente legati e ci riguardano, tutti. Forse sarebbe utile parlarne dopo questo invito morale. Sono passati più di dieci anni. Semplicemente, ora, a che punto siamo con l’olio? Così, ritrovata per caso e per un raffreddore, dopo il preambolo e questa conclusione, la lettera di Edoardo Valentini a Luigi Veronelli è stata digitata e messa in Rete.

Maurizio Arenare
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Pausa caffè: Sangiorgi, parla con noi

Sandro Sangorgi; foto tratta da Intravino

Prima i fatti ripresi da Antonio Tomacelli su Intravino: “due manifestazioni sul vino. Nello stesso giorno. Nella stessa città: Milano. Entrambe parlano di vino naturale e a questo punto non puoi non chiederti: perchè la manifestazione Semplicemente Uva fiera del vino “cosiddetto” naturale di Davide Paolini ha scelto di sovrapporsi a La terra trema del Leoncavallo?
Quest’ultima è, ormai, una storica manifestazione gestita dai centri sociali milanesi che prosegue il sentiero tracciato con Luigi Veronelli con il Critical wine. La prima, invece, è appenna nata, porta la firma di Davide Paolini meglio noto come il Gastronauta di Radio24, emittente del gruppo Il sole/24 ore. Come scrive Marco Arturi su Carta è “promossa con la sponsorizzazione di Agriventure (società del gruppo Intesa Sanpaolo) e la collaborazione di partners inaspettati come Porthos".
Porthos?
Già, perché c’è una cosa che non ho capito al di là dei costi diversi, delle “pressioni” avvenute per telefono da parte degli organizzatori di Semplicemente Uva e delle “intimidazioni” ricevute da distributori e rappresentanti denunciate da alcuni produttori, al di là dell’opportunità – leggi arroganza – di programmare una manifestazione “simile nel contenuto” nella stessa città e giorno, al di là dell’ennesima spaccatura tra produttori che fino a ieri andavano a braccetto al grido revolucion.

L’ultimo comunicato degli organizzatori de La Terra Trema:

Perché ci girano i cosiddetti

Noi vignaioli, associazioni, movimenti sociali presenti nell’edizione 2010 de La Terra Trema (uniti in questi anni nel movimento Terra e Libertà/Critical Wine e nelle tante iniziative a difesa di una agricoltura diversa, naturale e sostenibile) vediamo con grande preoccupazione ciò che è accaduto a Milano in questo fine settimana. Organizzare una manifestazione che ha la pretesa di presentare al grande pubblico il “cosiddetto” (sic) vino naturale proprio nel fine settimana di La terra trema non può essere una scelta casuale, come non può essere casuale il tentativo di coinvolgere le associazioni più rappresentative della viticoltura artigiana e indipendente utilizzando la forza di persuasione di chi – a torto o ragione – ritiene di avere in mano i destini commerciali delle aziende. Con rammarico ed amarezza abbiamo dovuto prendere atto dell’adesione a Semplicemente Uva di diversi produttori, giornalisti, associazioni che godono della nostra massima stima. Persone nel passato anche recente hanno condiviso con molti di noi sogni, percorsi e battaglie comuni. Non condividiamo la loro scelta, che consideriamo pericolosa e non sufficientemente meditata, ma non abbiamo alcuna intenzione di condannarla perché non ci è difficile comprendere quanto le pressioni e le argomentazioni di chi ha grande forza economica e comunicativa possano essere persuasive, specie in un contesto come quello attuale. Del resto sappiamo bene quanto chi mira a sfruttare le potenzialità commerciali del vino artigiano e naturale abbia interesse a favorire un conflitto tra vignaioli e associazioni. E’ proprio al fine di scongiurare questo rischio che auspichiamo l’apertura di una riflessione che coinvolga tutti coloro che credono nella naturalità e che hanno la consapevolezza della forza sovversiva del vino artigiano. Non possiamo fermarci al “vino naturale”: La Terra Trema ed il suo successo di pubblico dimostrano che oggi più che mai dobbiamo porre l’attenzione sui problemi della terra/Terra, sui meccanismi di produzione, sulle logiche distributive, sullo stra-potere dell’agro-industria. Non possiamo limitare i nostri sforzi alla commercializzazione di un vino “buono, pulito e giusto”: dobbiamo, invece, produrre cultura e saperi e resistere contro chi vuole normalizzare le battaglie per un’altra agricoltura. “Il vino regala ai sensi numerosi percezioni ma solo alcune di queste possono rivelarsi veramente eversive…” Chi volesse può aggiungersi tra i firmatari scrivendo a info@laterratrema.org


Che i produttori, lecitamente, scelgano di andare da una parte o l’altra, lo capisco. Sono anche commercianti che devono vendere bottiglie.
Ma Porthos, “la cellula di resistenza creativa. Indipendenti da sempre”, quelli che si occupano di vino, cibo e cultura, con la loro presenza, i laboratori e tutto il resto appresso, a Semplicemente Uva che ci sono andati a fare? Avevano da vendere qualcosa anche loro?
Qualcuno sa chiarirmi le idee di questa scelta Po-Li-Ti-Ca?

Sangiorgi, parla con noi.
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Naturalezza espressiva

Dopo aver parlato di colore ed alcol ed aver affrontato le "spigolosità", siamo giunti alla fine di questo nostro breve intenso viaggio dedicato a quello che presuntuosamente ho definito, fin dall'inizio, revisionismo eno-estetico.

Lo so di avventurarmi in un campo minato. Stiamo parlando dell'espressione più abusata di questi ultimi anni. Avevo in un certo qual senso, a modo mio, già affrontato l'argomento qualche anno fa con questo mio pezzo. In sintesi volevo solo avvertire i lettori di non farsi ingannare da associazioni, etichettature ed altro perchè al di là di quanto dichiarato alla fine il giudizio su una bottiglia dipende da quello che c'è dietro e dentro, null'altro. Nessun consumatore si sogna di portare una bottiglia ad un laboratorio per farla analizzare (o forse qualcuno, pensandoci bene, ci sarebbe pure...). Come fare, dunque, a cogliere la naturalezza espressiva di un vino. Innanzitutto girare e conoscere, girare per cantine e conoscere i produttori. Non sempre è possibile, lo so. Un buon enotecaro che sa fare il suo mestiere potrebbe diventare un validissimo sostituto-riferimento. Ma di fronte ad una bottiglia, quando siamo solo noi e "lei", occorre altro. Questione di esercizio, questione d'istinto oppure d'intuito? In realtà una regola non esiste e ci vuole un po' di tutto questo. Ai degustatori più bravi (non mi riferisco di certo a me medesimo) basta annusarne i profumi o assaporarne il gusto. Io, invece, lo lego indossolubilmente alla sua digeribilità. Al di là delle sensazioni che provo durante l'assaggio se un vino mi rimane sullo stomaco per me c'è qualcosa che non va. Caso strano il periodo in cui ho sofferto di più di disturbi di questo tipo ha coinciso con quello in cui mi "facevo" di supertuscan ed altri super vini prodotti con insistenza e successo sul finire degli anni novanta (qualcuno resiste indomito) in ogni dove della penisola. Posso aggiungere di aver conosciuto persone che dopo essersi appassionate al vino, non di certo nella maniera maniacale del sottoscritto, hanno abbandonato questa loro passione perchè iniziavano ad avere problemi con il vino, a digerirlo, metabolizzarlo nel senso fisico della parola. Cosa bevevano? Anche loro i soliti super tuscan e vinoni iper concentrati di moda in quel periodo. Certo non si trattava, come qualche enologo di grido ha provato a farci credere, di concentrazioni naturali ottenute in vigna o di qualche spintarella da salasso data in cantina. L'abuso di artifici enologici (parliamo ovviamente di quelli leciti) in tutte le cantine che potevano permetterselo ma anche in quelle dove le risorse non erano poi tante è stata (e per alcuni lo è ancora, fidatevi) pratica diffusa. Niente stregonerie, stiamo parlando di prodotti e macchinari per l'enologia che potete voi stesso verificare consultando qualche sito dedicato. Chi ancora continua a negarlo nega l'evidenza. Il lavoro di molte guide (non ultima e non solo quella di Slow Wine) ha cercato di andare in questi ultimi anni sempre di più verso questa direzione. Siamo, però, ancora lontanti dal risultato auspicabile ed ancora c'è troppa confusione, confusione a cui le stesse guide continuano a contribuire non poco. Sono convinto che, però, alla lunga ci sarà finalmente una maggiore chiarezza e consapevolezza da parte di tutti, la mia speranza è che non rimanga appannaggio di pochi ma che possa raggiungere e coinvolgere il maggior numero di persone e di consumatori. Naturalmente non parlo solamente del vino ma di tutti i prodotti della filiera enogastronomica, olio in primis.

Fabio Cimmino
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