Che ne sai tu di un campo di grano (geneticamente modificato)?

ellekappa

Secondo il sondaggio Eurobarometro del 2008, gli italiani contrari agli OGM erano solo il 55% contro un buon 30% di favorevoli. Dato buffo, visto che il 40% del popolo italiano non sa cosa significhi la sigla OGM (sondaggio Ipso, Marzo 2010).
In effetti l’impressione che si ha è che ci sia poca informazione a riguardo: cosa sono gli OGM?
Parliamo di realtà o fantascienza? Sono un’opportunità o un pericolo? E poi, già oggi o un domani?
In un precedente articolo postato su queste pagine, avevo cercato di porre l’attenzione sul fatto che gli alimenti geneticamente modificati arrivano già da anni sulle nostre tavole, contro legge e all’insaputa dei consumatori, quando il dibattito scientifico è ancora acceso. A tal proposito avevo citato uno studio del Prof. Séralini: il ricercatore avrebbe “chiaramente” dimostrato segni di tossicità al fegato e ai reni di topi alimentati per 3 mesi con prodotti geneticamente modificati.
A seguire si è sviluppato un acceso dibattito sulla veridicità delle tesi sostenute da Séralini, personaggio controverso i cui risultati sono stati bocciati dall’EFSA.
Séralini?
EFSA?
Chi son costoro?
Gilles Eric Séralini, additato da qualcuno come attivista anti-OGM, è professore di Biologia Molecolare all’Università di Caen in Francia, co-direttore dell’istituto di ricerca CRIIGEN, e già membro delle commissioni sugli OGM del governo francese e della comunità europea.
L’EFSA è invece l’agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare, il cui ruolo è quello di fornire il proprio parere scientifico alla commissione che ha il compito di approvare o rigettare le richieste avanzate per l’autorizzazione di un determinato prodotto geneticamente modificato a fini alimentari.
Nell’articolo in questione, il gruppo di ricerca del Prof. Sèralini ha condotto un’analisi statistica sui dati ottenuti dalla stessa Monsanto in due laboratori differenti (i propri e quelli della Covance, interpellata dalla Monsanto stessa) e ha tratto conclusioni differenti da quelle che avevano portato l’EFSA ad approvare la richiesta d’autorizzazione avanzata dalla multinazionale per il mais geneticamente modificato MON810, da lei stessa brevettato.
Dopo la pubblicazione dell’articolo nel 2009, l’EFSA ha ribadito la propria posizione, criticando il tipo di analisi statistica utilizzata da Séralini e affermando che le differenze statistiche rilevate non erano significative dal punto di vista biologico. Quindi che le conclusioni di Séralini non erano giustificabili. Quando ho contattato il Prof. Séralini per chiedergli una replica, si è mostrato gentile e disponibile: per questo lo ringrazio pubblicamente.

Professor Séralini

Prof. Séralini, in Italia lei è un personaggio discusso. Il suo lavoro sugli effetti di tre tipi di OGM sui topi avrebbe principalmente dimostrato segni di tossicità epatorenale, ma l’EFSA ha bocciato i suoi risultati, criticando l’analisi statistica, così come aveva già fatto precedentemente. Vuole commentare qualcosa?

Il nostro lavoro è una contro-analisi dei dati grezzi ottenuti dalla stessa Monsanto e resi pubblici solo dopo che la Corte d’Appello tedesca aveva stabilito che questi dati non potevano rimanere confidenziali, come invece richiesto dalla Monsanto, che aveva attaccato il governo tedesco, e dall’EFSA: e sono solo i dati ottenuti da analisi sul sangue dei topi!
Inoltre, questi sono gli stessi dati su cui l’EFSA aveva dato precedentemente parere favorevole alla commissione europea per l’introduzione in commercio degli OGM in questione. All’epoca ero membro delle commissioni francese ed europea predisposte ad analizzare i dati e mi trovai in disaccordo con le loro conclusioni: chiesi i dati grezzi e pubblicai i motivi per cui ero in disaccordo con l’EFSA. Pochi ricercatori fanno questo e da noi è possibile grazie al CRIIGEN che è una società scientifica multidisciplinare che si interessa di questi argomenti.

Non fa sorpresa che l’EFSA non abbia condiviso le mie tesi.

La questione da porsi è questa: come può l’EFSA dire, se accetta test lunghi solo 3 mesi e solo su un tipo di mammifero alimentato ad OGM (i topi), che non c’è nessun problema per milioni e milioni di persone che durante un’intera vita consumano OGM?

Perchè non c’è una supposta relazione dose-risposta. Ma solo due dosaggi di OGM sono stati utilizzati nell’esperimento. Una relazione di tipo lineare non può essere cercata o trovata, usando solo due dosaggi scelti tra l’altro a priori; in ogni caso, nell’ambito dell’endocrinologia e della carcinogenesi sono possibili effetti di tipo non-lineare.

Perchè l’EFSA ha preso in considerazione solo i dati su 40 topi su un totale di 400 topi usati nell’esperimento, compresi 6 gruppi di controllo che mangiavano 6 differenti prodotti non nell’esperimento, compresi 6 gruppi di controllo che mangiavano 6 differenti prodotti non-OGM?
Con quali criteri l’EFSA, pur riconoscendo differenze statistiche dei valori del sangue tra i topi alimentati ad OGM e quelli alimentali con prodotti non-OGM, dice che non sono rilevanti dal punto di vista biologico?

Perchè non ci sono effetti simili nei due sessi: questo è semplicemente stupido!

Per maggiori dettagli si legga l’articolo.

Non è che per caso sta mischiando ideologia e ricerca?


No, semplicemente mi interesso di questi argomenti. Vedo il mio lavoro di ricerca come un modo per capire se ci sono rischi per la salute o l’ambiente.
D’altro canto, l’EFSA mischia scienza e interessi economici.

A che punto è la ricerca sugli OGM?


Nessun test cronico obbligatorio prima della commercializzazione: mai fatti!
Test con cavie alimentate ad OGM per non più di 3 mesi: non sempre fatti.
Risultati confidenziali.
Criteri di interpretazione troppo soggettivi.

Potrebbe fornirci dei “fatti chiave” sugli alimenti geneticamente modificati?


Tutti i prodotti OGM utilizzati in agricoltura sono piante dall’azione pesticida: questo è un argomento ancora poco chiaro e per nulla compreso fino in fondo. Tali prodotti sono disegnati e modificati affinché contengano alti livelli di pesticidi come il Roundup (pesticida prodotto dalla Monsanto, NdT), su cui sto studiando i possibili effetti tossici sull’uomo, o anche per renderli tolleranti a erbicidi o insetticidi, perché ne possano assorbire grandi quantità.

La Monsanto è il diavolo?

Lasci perdere, lasciamo che sia la scienza a parlare. Del resto, non è un mio problema.

Grazie, vuole aggiungere qualcosa?

Spero di rincontrarla quando un vero dibattito si sia aperto e quando quelli che parlano di queste cose sul web abbiamo letto prima i dati.

Esclusiva Il viandante bevitore.
Intervista e traduzione a cura di Roberto Erro.


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Uova Strapazzate da Alexandre Dumas a Gualtiero Marchesi

Cosa c’è di più semplice delle uova strapazzate? Avreste mai pensato di collocarle in una categoria differente dal “pratico e gustoso, ma senza impegno”?
Ebbene vi eravate sbagliati! E mi ero sbagliata! Pratico sì, ma con arte, direbbe Gualtiero Marchesi, perché “benché tutti siamo convinti di saperle preparare come si deve, è raro, nella cucina familiare, vedere delle uova strapazzate cucinate a regola d’arte. E ciò non tanto perché la loro corretta esecuzione sia oltremodo difficoltosa, quanto perché ai più, essa rimane cosa del tutto ignota”. E se Marchesi, nella sua seconda edizione di “Oltre il Fornello” svela il trucco per uova strapazzate perfette, Alexandre Dumas padre, nel Grande Dizionario di Cucina, dedica un intero capitolo al “corpo organico che depositano le femmine degli uccelli”, sostenendo altresì che “due uova deposte alla stessa ora, uno da una gallina che corre per i giardini, l’altro da una gallina che mangia della paglia nell’aia, possono presentare un’enorme differenza di gusto e sapidità”. A trovarle oggi uova di galline che mangiano paglia nell’aia o che corrono per il giardino, ci metteremmo la firma. Ma, dal momento che “ogni tecnica di cottura delle uova presuppone la freschezza dei suoi ingredienti, e alcune in particolare lo richiedono di primissima freschezza” come, per esempio, le uova strapazzate, cominciamo a preoccuparci almeno di questo.
Data la difficoltà a reperirle fresche d’inverno”, Dumas suggerirebbe di comprarle tra “le due Notre Dame, tra il 15 agosto e la metà di settembre” e di conservarle sotterrandole nella segatura di legno nuovo. Al giorno d’oggi sarebbe impossibile seguire questo saggio consiglio, l’unica cosa che ci resta da fare è prestare attenzione alla loro freschezza.
Poiché la superficie del guscio è porosa, l’acqua che vi è contenuta tende ad evaporare col passare dei giorni e la freschezza dell’alimento risulta proporzionale al suo peso specifico. Secondo Marchesi, “immergendo un uovo in un recipiente colmo d’acqua salata se ne riescono a dedurre i giorni di vita dalla posizione che esso assume nel recipiente: l’uovo di giornata rimane sul fondo; quello di due giorni resta sospeso; quello di quattro affiora leggermente in superficie; quello invecchiato galleggia senza ritegno assumendo una posizione orizzontale”. Mia nonna utilizzava un altro metodo che Marchesi stesso suggerisce nel suo libro, definendolo più grossolano: “si tratta di scuotere l’uovo, quello fresco, pesante e pieno, non produrrà nessun rumore; nel caso di un uovo non più fresco, in cui si è formata una bolla d’aria per l’evaporazione dell’acqua, si sentirà un leggero sciacquio”. Stabiliti i giorni di vita delle nostre uova non ci resta che eseguire la ricetta. L’autore dei tre moschettieri, grande narratore e a quanto pare grande mangiatore, fa fondere del burro, rompe le uova, le condisce con sale, pepe, noce moscata grattugiata e le mescola, ma al momento di servire, aggiunge un po’ di agresto o del succo di limone. Per questioni spazio temporali preferiamo qui seguire il consiglio del Re dei Cuochi, che come Dumas, utilizza rigorosamente il burro per rendere il risultato finale molto più delicato.
A distanza di un secolo, a quanto pare, una regola da seguire rigorosamente per avere delle uova strapazzate ad arte è accertarsi della loro assoluta freschezza, altrimenti, ci occorrerà cambiare idea per la cena!

Gualtiero Marchesi, però, ci suggerisce un altro paio di trucchetti oltre quella imprescindibile regola:
Ecco dunque come procedere: sbattute leggermente(ossia quanto basta perché tuorlo e albume siano mischiati), salate e pepate, le uova vanno fatte cuocere a calore dolcissimo in una casseruola imburrata, mescolando costantemente con un cucchiaio di legno. Si impedisce in tal modo la formazione dei grumi che sono il peccato capitale di questa ricetta: in effetti a cottura ultimata, le uova dovranno avere l’aspetto di una crema densa e perfettamente omogenea. Per ottenere questo risultato occorre dar loro il tempo di raggiungere la giusta consistenza senza forzare mai il calore (perché ciò le farebbe impazzire) A consistenza ottenuta, si allontana la casseruola dal fuoco, incorporandovi un po’ di panna liquida o qualche fiocchetto di burro: si arresta la cottura e la preparazione guadagna morbidezza.

Adele Chiagano

Foto di Mario Lanini

- Alexandre Dumas, Il Grande dizionario di cucina, Sellerio editore Palermo, 2004
- Gualtiero Marchesi, Oltre il Fornello, Segreti e Consigli del Re dei Cuochi, Rizzoli 2009

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Corsi, ricorsi e percorsi

“Ripensi mai a quelli che bevevi un tempo e al percorso fatto per arrivare all’oggi?”. Bella domanda, commentai tra me e me, e rimasi a lungo in silenzio prima di rispondere. Non mi era facile, anche perché, ragionandoci sopra, mi resi conto che non mi ero mai posto seriamente il problema, almeno non in modo cosciente.
Io e l’amico, con tanti altri amici, eravamo poco tempo fa a casa mia per una delle solite “seratine”. Una di quelle, per capirci, in cui si passa il tempo a roteare come ebeti bicchieri pieni di vino, mentre sulla tavola si susseguono senza tregua bottiglie di ogni tipo. La scena, che si ripete puntualmente da molti anni, mi ha sempre ricordato Topolino nelle vesti dell’apprendista stregone (ve lo ricordate? quello in cui Topolino si addormenta e le scope non la finiscono mai di riempire secchi d’acqua), con l’unica differenza che in queste serate sembra che nessuno si svegli mai.
Non ricordo che vino fosse, ricordo però che era decisamente buono.
Continuai a roteare il bicchiere e mi misi a pensare.
Giunsi alla conclusione che penso fin troppo al domani, il giusto all’oggi, poco o nulla al passato.
Il mettermi a ragionare ebbe su di me un effetto deflagrante, come nella scena finale di Zabriskie point di Antonioni, quando nella fantasia della protagonista esplode la villa e tutto il suo contenuto si disperde nell’aria, al rallentatore. Rimescolate le carte, disarticolati i ricordi. Non rimaneva che mettere ordine.

Nixon, scandalo Watergate, 1974

Ero astemio, e il fatto di avere 30 anni rendeva più che probabile una prognosi sfavorevole circa un mio avvicinamento al vino. Mi trovavo a cena in un ristorantino in Garfagnana, godevo dell’ottimo cibo toscano insieme ad un gruppetto di amici, e mi venne offerto del vino. Tentai di farli desistere, spiegando loro che l’unico vino che avevo mai bevuto, per mera curiosità, era quello dei Castelli Romani che mio padre beveva perché glielo aveva ordinato il medico per il cuore (avete presente quello delle “fraschette” che, se ti andava bene, il giorno dopo ti faceva svegliare con un drammatico cerchio alla testa?). No grazie.
“Non la fare troppo lunga e prova!” Provai e … come è proseguita la cosa si intuisce.
Nelle sempre più numerose serate che si susseguirono, in onore della amicizia e del Dio Bacco, provai di tutto, dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno. I primi libri che acquistai furono i cataloghi di Veronelli e non la smisi finchè non riuscii a bere praticamente tutto quello che su quei cataloghi avevo letto (a proposito, Fabio, non ti ho mai ringraziato abbastanza per avermene regalata una vecchia copia l’anno scorso, è poesia).
Le puntate successive furono dedicate all’approfondimento dei vini che più mi davano soddisfazione. Niente Barolo perché troppo acido e tannico, al massimo qualche Barbaresco gentile, pochissimo Sangiovese perché in genere troppo acido e scontroso, bianchi poco o nulla perché mi ero fatto l’idea che il Santo Graal non si trovasse in fondo a quella strada. Il vino doveva essere rosso, morbido, compiacente e compiaciuto. Bordeaux o comunque vini a base cabernet e merlot, ovviamente si; gli italiani che più mi piacevano non li cito perché, almeno di alcuni, un po’ me ne vergognerei a ripensarci oggi. Trovai tanti vini che corrispondevano al mio gusto, ma alla fine di ogni bevuta mi ripetevo che, tutto sommato, nulla mi aveva scosso le budella dal profondo. Doveva esserci qualcosa d’altro, ma cosa? Mi trovavo, a pensarci bene, nella stessa situazione di quando, adolescenti, ci fidanzavamo ogni tre mesi ma non partiva mai “la brocca”, non ci innamoravamo.

Enzo Ferrari e Gilles Villeneuve, 1979

All’epoca acquistavo esclusivamente in enoteca, e fu così che un giorno il mio “enotecaro” di fiducia mi disse di provare, tra le tante cose che periodicamente mi proponeva, un Borgogna, rosso. Borgogna? Non ne avevo mai visti in giro, ne sapevo ancora meno, anzi nulla oltre al fatto che si trattava di pinot nero e chardonnay.
Pochi giorni dopo, stappai quella bottiglia, rosso di Borgogna, ne versai un po’ nell’ampio bicchiere e mi accorsi di essere rimasto lì ad annusarne i profumi per un tempo interminabile. Ero appagato, sazio, al punto che non sentivo l’urgenza di portare il bicchiere alle labbra. Poi lo bevvi e gli occhi mi sorrisero ancora di più. La prima cosa di cui fui cosciente è che il vino preferisco ascoltarlo al naso prima che berlo. Capii poi che l’acidità non era la nemica che pensavo.
L’amico enotecaro non sapeva di aver creato un mostro.
Rischierei di annoiare e di farla troppo lunga, quindi risparmio le puntate intermedie e arrivo al punto o, meglio, ai punti che uno dopo l’altro si sono aggiunti in termini di consapevolezza.
In ordine sparso.

Hong Kong

Bere vino non in compagnia mi mette tristezza.
Senza acidità non c’è grande vino.
Tannino o non tannino, quello che conta nel vino è l’equilibrio.
Il vino è naso e bocca, ma se non ha grandi profumi non mi viene voglia di berlo.
Il vino deve essere innanzitutto piacevole, deve invitare a riempire nuovamente il bicchiere (se però il mio adorato Mauro la smette di parlare di “beva compulsiva” gli faccio un regalo).
Il grande vino è grande dal primo momento. La questione, semmai, è capirne la grandezza da giovane, e non è sempre cosa facile. Del resto, chi avesse conosciuto Albert Einstein a 10 anni, avrebbe potuto immaginarne appieno il talento?
Botte piccola o grande, legno nuovo o vecchio, un metodo di vinificazione o un altro, importano assai poco se scelti e usati con consapevolezza e perizia, perché tutte le strade, se sono nella giusta direzione, portano a Roma.
Il grande vino non può venire da una zona non vocata e, soprattutto, da vigne troppo giovani. Dietro ad un grande vino c’è infatti un mondo sconfinato, spesso trascurato: tu chiamalo, se vuoi, terroir, con ciò intendendo non solo le componenti geologiche e climatiche, ma anche la storia, la cultura, la tradizione del luogo, in una sola parola “l’uomo”.
Non apprezzo i vini troppo alcolici perché tendono a “coprire” il terroir.
Alla fine del discorso, fatto un tutt’uno del vino e del terroir, e rimanendo fedeli al testo originario della canzone, possiamo canticchiare “tu chiamala, se vuoi, emozione”.
Intendiamoci, grande vino può essere anche un cosiddetto “piccolo vino”, proveniente cioè da una zona e da un vitigno meno noti. Quel che conta è che dia emozione, voglia e piacere di berlo, che racconti della terra e dell’uomo che l’hanno creato.
Alla fine del percorso, sono tornato a bere sangiovese e nebbiolo, bevo di rado Bordeaux o i cosiddetti uvaggi bordolesi (ma, segnatevelo perché non si sa mai, se mi offrite Haut Brion o La Mission Haut Brion non mi tiro indietro), continuo a bere poco vino bianco ma adoro i riesling tedeschi e lo champagne, meglio se si tratta di quegli “sciampagnini” dei piccoli recoltant manipulant che ogni anno sono diversi da quelli dell’anno prima, che porti via per pochi euro, che ti mettono allegria e voglia di stare insieme.
E domani? Panta rei, qualcosa cambierà (qualcosa, a ben vedere, sta cambiando mentre scrivo, se penso alla Sicilia dei miei antenati, alla Puglia più vera, a certe zone della Campania e della Basilicata), qualcosa rimarrà immutabile per sempre.
L’importante è ricordarsi del percorso fatto e farne tesoro.

Giancarlo Marino

Foto 1, caffè partenopeo di Paolo Viviani
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Pausa caffè: Giornalismo e i lati della medaglia

"Ho fatto questo mio mestiere proprio come una missione religiosa, se vuoi, non cedendo a trappole facili. La più facile, te ne volevo parlare da tempo, è il Potere. Perché il potere corrompe, il potere ti fagocita, il potere ti tira dentro di sé! Capisci? Se ti metti accanto a un candidato alla presidenza in una campagna elettorale, se vai a cena con lui e parli con lui diventi un suo scagnozzo, no? Un suo operatore. Non mi è mai piaciuto. Il mio istinto è sempre stato di starne lontano. Proprio starne lontano, mentre oggi vedo tanti giovani che godono, che fioriscono all'idea di essere vicini al Potere, di dare del "tu" al Potere, di andarci a letto col Potere, di andarci a cena col Potere, per trarne lustro, gloria, informazioni magari. Io questo non lo ho mai fatto. Lo puoi chiamare anche una forma di moralità. Ho sempre avuto questo senso di orgoglio che io al potere gli stavo di faccia, lo guardavo, e lo mandavo a fanculo. Aprivo la porta, ci mettevo il piede, entravo dentro, ma quando ero nella sua stanza, invece di compiacerlo controllavo che cosa non andava, facevo le domande. Questo è il giornalismo."

Tiziano Terzani

"Buona parte del giornalismo rock è gente che non sa scrivere, che intervista gente che non sa parlare, per gente che non sa leggere."

Frank Zappa

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La foto della settimana: colata di fango

Ap photo/Moises Castillo

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Crostata ai fichi

La sapete quella delle due vecchie signore in villeggiatura sui monti Catskills e una dice: "Mamma, come si mangia male in questo posto!". "Oh sì, il vitto è uno schifo, e oltretutto ti danno porzioni così piccole!". Beh, questo è essenzialmente quello che io provo nei riguardi della vita.

Alvy Singer (Woody Allen) - Io e Annie (Annie Hall), Woody Allen, 1977


Ingredienti: 300 g di farina; 150 gr di burro; un uovo; due tuorli; 180 gr di zucchero; 650 gr di fichi; un limone non trattato; un dl di latte; 40 gr di amido di mais; gelatina di limone; burro; un pizzico di sale.

Frullate la farina nel mixer con il burro freddo a dadini, 80 gr di zucchero e il sale fino a formare delle briciole. Unite i tuorli e l’uovo e continuate a frullare per ottenere una palla. Avvolgetela nella pellicola e fatela riposare in frigo per mezz’ora. Sbucciate 350 gr di fichi e frullate la polpa ottenuta con il latte, la scorza di limone grattugiata, lo zucchero rimasto e l’amido. Cuocete la crema a fuoco basso per circa 5 minuti e fatela raffreddare mescolandola ogni tanto. Stendete la pasta in uno stampo da crostata imburrato, eliminate l’eccedenza, punzecchiate il fondo, copritelo prima con carta da forno bagnata e strizzata e poi con una manciata di fagioli secchi e infornate a 180° per 20 minuti. Eliminate i fagioli e la carta e cuocete per altri cinque minuti. Fate raffreddare e poi versate la crema, decorate con i fichi rimasti, lavati e affettati, e spennellate con la gelatina di limone.

Adele Chiagano

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“Una birra senza tempo in un posto d’altri tempi” (Metti una domenica al DORS per bere una Eylenbosch Gueuze)

Belgio, domenica mattina in una piccola cittadina del Brabante fiammingo, nel cuore del Payottenland in prossimità della valle della Senna, un gruppetto baldanzoso di appassionati del magico e misterioso mondo della fermentazione spontanea è diretto a la casa del lambic.
A rendere l’esperienza maggiormente intrigante è scoprire che nella piazza, uno di fronte all’altro, quasi a fronteggiarsi, vediamo la chiesa Santa Ursula e il pub (entrambi dichiarati patrimonio storico- culturale). Il quesito pre-bevuta nasce spontaneo: chi è nato prima?
Di sicuro è che entrambe, a parte la posizione, condividono gli stessi aficionados e c’è da chiedersi se vanno al pub per la vicinanza alla chiesa o viceversa.
Ad ogni modo, considerato l’orario di apertura, il giorno e la posizione del pub vi consigliamo di non attendere l’uscita dei fedeli, che seppur lenti nel raggiungere il loro bicchiere di kriek (lambic con ciliegie macerate) riempiranno ben presto il locale.
In uno dei molteplici articoli dedicati al pub, si sottolinea che: il pub In de Verzekering tegen de Grote Dorst sembra avere un ruolo sociale all’interno della comunità locale; non è un café a tema né tantomeno un concept bar, ma semplicemente un posto in cui le persone si incontrano per fare due chiacchiere prima, durante e dopo la messa.
Conosciuto come D.o.r.s.t, il pub ‘In the Insurance against Great Thirst’ (Un’assicurazione contro la grande sete) apre solo la domenica mattina, dalle dieci all’una, ed è rinomato per la vasta selezione di gueze, lambic, kriek, frambozen e faro, sia in bottiglia che alla spina. Insomma il meglio della fermentazione spontanea del Payotteland.

Eppure, per un breve tempo, i cittadini di Eizeringen hanno rischiato di perdere uno dei posti più caratteristici del Belgio. Sì perché nell’ottobre del 1999, la 85enne proprietaria Marguerite, annunciava ai suoi clienti l’intenzione di ritirarsi. Dopo 51 anni e molteplici lambic spillati, Marguerite avrebbe suggellato la chiusura aprendo l’ultima bottiglia alla vigilia di natale.
Per fortuna ciò è stato felicemente evitato grazie ai fratelli Kurt e Yves Panneels, i quali dal 2000 hanno rilevato il pub e con l’aiuto dei genitori, Maurice e Lydia nelle gestione e spillatura, insieme sono riusciti a mantenere viva la tradizione di Eizeringen.
La sensazione comune avuta non appena entrati è stata quella di varcare la soglia di un luogo dei tempi andati: sedie e tavoli rigorosamente di legno, le pareti ospitanti insegne di metallo (vintage), alcune delle quali di birrifici ormai (sic) chiusi, il camino e il bancone posizionato a guardia dell’intera sala.
L’accoglienza da parte degli anziani publican è cordiale e accompagnata da un piacevole sorriso, facendoci sentire subito a nostro agio. Nonostante fossero le dieci e mezzo di mattina, il locale è pieno, e dopo qualche minuto speso a orientarci tra le molteplici memorabilia una coppia di vecchietti, finita la loro kriek, gentilmente ci cedono il loro tavolo.
Sfogliare la lista delle bottiglie disponibili è cosa piacevole, anche se sapevamo già dove puntare. Diretti, senza esitazione chiediamo Eylenbosch Gueuze Limited Edition, gueze del 1984 dell’omonimo birrificio di Scheepdal, anch’esso ormai chiuso e riposto negli annali di storia della birra.

Con cura maniacale e tanta attenzione, Maurice estrae il tappo di sughero, segnato dal tempo ma ancora intatto. Versa con altrettanta passione la gueze nei bicchieri rigorosamente da lambic. Il colore è di un ocra intenso e limpido, la schiuma completamente assente.
Rimaniamo affascinati e stupiti dall’olfatto, dapprima il ventaglio olfattivo del citrico, lime, pompelmo, poi sentori di sidro, uva bianca, fieno, cuoio, e l’onnipresente nota volatile acetica. Al primo sorso la complessità lascia perplessi, una gueze di 26 anni con un carbonazione ancora presente, che marca il sorso, apre la strada alle note acetiche, accompagna l’astringenza che ricorda la buccia della mela verde e pian piano lascia emergere i tannini insieme ad una sapidità che precede la salivazione.
Retrogusto lungo, vinoso e piacevolmente amaro. E stiamo solo al primo sorso. Ci confrontiamo tra di noi, cerchiamo affinità gustative, sezioniamo la bevuta per riuscire a capire sempre di più cosa si sta bevendo. Si ricomincia: olfatto, gusto e retrogusto. Continuiamo a stupirci. Sono le undici di mattina e non potevamo assolutamente sperare in un aperitivo migliore. Proviamo a sfidare la sorte con assaggi di qualche altro produttore: altra gueze, altra faro, altra kriek ma oramai mente e sensi hanno stampato a fuoco l’Eylenbosch Gueuze. Tutto il resto è già scritto, già assaggiato, già catalogato.

Chiudiamo con una curiosità: duranti i giorni di chiusura il pub è disponibile per feste private, celebrazioni varie e per banchetti post orazione funebre (in quest’ultimo caso cercate di essere in forma, sarebbe un peccato esserci ma non poter più bere!!!).

Gianluca Polini e Francesco Immediata

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Polpette di ricotta

Per questa nuova proposta fast rimaniamo ancora in tema latticini. Il motivo è forse perché sono molto versatili oltre ad essere parecchio gustosi? Oppure perché spesso la cucina fast è anche la cucina degli avanzi e dei ripassi? Cosa c’è di meglio di un latticino e suoi derivati, quindi, per soddisfare ogni esigenza?
Potrebbe capitare, infatti, che vi avanzi della ricotta (di pecora, di mucca o di bufala come nel mio caso) e che abbiate voglia di farne un uso dilettevole oltre che utile. Invece di riversarla su un paio di pennette fumanti (con basilico, grana e tanto pepe ha, comunque, un suo perché!) potete optare per delle calde polpettine, semplicissime da preparare, veloci e molto ma molto saporite.
Potete condensare su questo piatto tutte le vostre tensioni della giornata: il palato innanzitutto ve ne sarà grato(badate, qui una ne tira l’altra!), ma anche la mente. Recuperare un cibo invece di alimentare il cesto dell’immondizia offre sempre un certa dose di auto-appagamento, a meno che voi non siate amanti dello spreco, e poi, quanti di voi almeno una volta, da bambini, hanno gustato una polpettina del genere, frutto di un godurioso recupero?
Armatevi di buona ricotta dunque, fatene l’uso che più vi aggrada e il giorno dopo ripassatela, così o come vi pare, basta che non la gettiate. Se vi capita poi di venire dalle mie parti per rendere omaggio alla bufala salernitana e respirare un po’ di Magna Grecia fermatevi ad acquistarla presso il caseificio Rivabianca, una delle migliori in circolazione, oppure alla Fattoria del Casaro o ancora alla Masseria Lupata. Poi mi direte!

Ingredienti: 250 gr di ricotta di bufala;1 tuorlo d'uovo; sale e pepe; grana grattugiato; farina
Mantecare la ricotta con il tuorlo, il sale e il pepe. Aggiungere un po' di grana, formare delle piccole palline e passarle nella farina. Friggere in olio bollente finché non si forma una piccola crosticina dorata.

Caseificio Rivabianca
Via Strada Statale 18 Km.93 - Paestum (SA)
Telefono +39 0828 724030 - Fax +39 0828 723998
e-mail info@rivabianca.it

Azienda Agricola – Caseificio "La Fattoria del Casaro"
Via Nettuno - Via Licinella, 5
Area Archeologica sud - Paestum (Sa)
Tel. e Fax: +39 0828 722 704 - 338 836 4237
e mail: info@lafattoriadelcasaro.it

Masseria Lupata
Via Porta Marina, 29
84047 Paestum (SA)
tel: +39 0828 722002 - 348 3887972 - fax: +39 0828 721643
masserialupata@virgilio.it


Adele Chiagano

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Ritorna l'Enolaboratorio



Ritorna L’Enolaboratorio, il progetto ideato da Fabio Cimmino (giornalista e sommelier Ais), Mauro Erro (degustatore Slowine) e Tommaso Luongo (delegato Ais Napoli). Al suo quarto anno l’Enolaboratorio, nato dalla collaborazione tra l’Enoteca Divinoinvigna e l’Associazione Italiana Sommelier di Napoli, è patrocinato da Luciano Pignataro Wine blog.

Eccovi i primi sei appuntamenti da Mercoledì 29 Settembre presso l’Enoteca Divinoinvigna a Napoli. Come sempre ai calici di vini saranno abbinate le idee e le preparazioni culinarie di Adele Chiagano.

Mercoledì 29 Settembre
Degustazione Soave
Costo della serata € 35
Cantina del Castello – Soave Classico Pressoni 2008
Azienda Le Mandolare – Soave Classico Monte Sella 2007
Azienda Agricola Prà Graziano – Soave Classico Staforte 2008
Azienda Gini – Soave Classico Superiore Contrada Salvarenza Vecchie Vigne 2008
Azienda Pieropan – Soave Classico Calvarino 2006
Azienda Agricola Visco e Filippi – Soave Monteseroni 2006

conduce la serata Mauro Erro.

Giovedì 7 Ottobre
Verticale di Timorasso Vigneti Massa
Costo della serata € 35
Costa del Vento Vigna del Timorasso 1996
Timorasso Sterpi 2004
Timorasso Sterpi 2005
Timorasso Sterpi 2006
Derthona Timorasso Colli Tortonesi 2007

conduce la serata Mauro Erro

Giovedì 14 Ottobre
Verticale Rioja Reserva Bodegas Y Vinedos del Contino
Costo della serata € 50
Annata 1975
Annata 1981
Annata 1994
Annata 1995
Annata 1998
Annata 2001

conduce la serata Fabio Cimmino

Mercoledì 20 Ottobre
Degustazione Valle d’Aosta Fumin
Costo della serata € 35
Cave des Onze Communes – Valle d’Aosta Fumin 2007
La Vrille – Valle d’Aosta Fumin 2007
L’Atouéyo – Fernanda Saraillon – Valle d’Aosta Fumin l’Atouéyo 2007
Institut Agricole Régional – Valle d’Aosta Fumin 2008
Les Granges – Valle d’Aosta Fumin 2008

conduce la serata Mauro Erro

Giovedì 28 Ottobre
In degustazione Barolo
Costo della serata € 50
Elio Altare - Barolo Vigna Arborina 1995
Silvio Grasso - Barolo Bricco Luciani 1996
F.lli Cavallotto - Barolo Bricco Boschis Vigna San Giuseppe 1999
Mascarello Giuseppe e Figlio – Barolo Monprivato 1999
Mascarello Bartolo – Barolo 1999

conduce la serata Mauro Erro

Mercoledì 3 Novembre
Verticale Valle d’Aosta Fumin Vigne La Tour Les Crêtes
Costo della serata € 40
Valle d’Aosta Fumin Vigne La Tour 2002
Valle d’Aosta Fumin Vigne La Tour 2005
Valle d’Aosta Fumin Vigne La Tour 2006
Valle d’Aosta Fumin Vigne La Tour 2007
Valle d’Aosta Fumin Vigne La Tour 2008

conduce la serata Mauro Erro

Si ringraziano tutti i produttori per la gentile disponibilità.


Enoteca Divinoinvigna - Via S. Freud, 33/35 – Napoli
Info e prenotazioni: divinoinvigna@libero.it; 081 3722670 – 329 6467600

Da quest’anno, visto il numero limitato di posti, fino a 36 ore prima della serata sarà dato un diritto di prelazione per un certo numero di posti a chi non ha mai potuto partecipare.

posted by Mauro Erro @ 18:20, , links to this post


Dietro l'etichetta: dal Parmigiano Reggiano alla Monsanto

“Lei non deve prendersela troppo a cuore. Che cosa non capita nel mondo!”
Franz Kafka, Il Processo.


Al mondo di cose strane ne capitano.
Cominciamo dall’inizio (o dalla fine).
È il marzo 2010 quando l’allora ministro per le politiche agricole Zaia annuncia il parere sfavorevole della Commissione Sementi Geneticamente Modificate all’autorizzazione di iscrizione al registro del mais MON810 (e altri OGM). Vale a dire che sul territorio italiano non è possibile coltivare prodotti OGM: quasi tutti gli agricoltori esultano, gli ambientalisti brindano, ma il problema reale pare non essere risolto.
Facciamo chiarezza: si definisce Organismo Geneticamente Modificato (OGM) un organismo vegetale o animale il cui patrimonio genetico (DNA) è stato modificato dall’esterno, in maniera forzata. Il DNA costituisce una sorta di matrice, la scheda madre di tutte le informazioni necessarie a far sviluppare tessuti e organi e a farli funzionare. All’interno di una specie esso è piuttosto conservato, anche se nei millenni i processi di mutazione spontanea del DNA o l’incrocio tra materiale genetico differente - si pensi alla mistura dei popoli - ha assicurato l’evoluzione. Quando questo processo di cambiamento del DNA viene indotto allo scopo di conferire nuove capacità all’organismo manipolato, dalla resistenza agli antibiotici all’azione insetticida nel caso dei prodotti agrari, quest’ultimo si definisce geneticamente modificato. Di norma questo processo avviene estrapolando una parte di materiale genetico da un organismo donatore (es. batterio) all’interno del DNA di un organismo ricevente (es. soia o mais) che così acquisisce l’informazione contenuta nel frammento aggiunto e ne sviluppa la relativa funzione (es. resistenza agli antibiotici).
L’Italia è uno stato membro della comunità europea e le leggi nazionali devono attenersi alle direttive europee, pena grosse sanzioni che finiscono per essere pagate dai cittadini. In materia di OGM la comunità Europea ha approvato due regolamenti. Il primo, 1829/2003, definisce le procedure per l’autorizzazione per la coltivazione e l’utilizzo di piante geneticamente modificate: la domanda di autorizzazione da parte di un’azienda deve essere approvata in prima istanza dall’Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) che fornisce il suo parere scientifico alla commissione che ha il compito di garantire o rigettare l’autorizzazione. Il secondo regolamento, 1830/2003, detta le norme per la tracciabilità degli OGM rendendo obbligatoria la dicitura “prodotto da OGM” anche per gli alimenti nei quali non è possibile reperire materiale genetico e rendendo ammissibile una presenza accidentale inferiore allo 0,9% di prodotti OGM autorizzati, in alimenti non-OGM. Allo stato attuale più di 35 domande, su OGM alimentari e non, sono state approvate e nessuna di queste, stando al parere tecnico dell’EFSA, ha sollevato problematiche sanitarie o ambientali: le autorizzazioni sono state revocate unicamente nei casi di prodotti la cui vendita da parte del produttore era cessata e di conseguenza non sussisteva un interesse commerciale nel chiederne un rinnovo.
L’Italia, come d’obbligo, ha recepito le direttive europee, ma di fatto ha bloccato sul nascere le possibilità di coltivazione, nonostante il via libera ordinato dal Consiglio di Stato.
In altre parole, gli OGM che vengono autorizzati in sede europea, in base al principio di libero scambio postulato dall’Organizzazione Mondiale per il Commercio, non possono essere banditi dalle politiche nazionali: per cui l’Italia si impegna a non coltivare sul proprio suolo OGM, ma non può fare a meno di comprarli.

Numero dei prodotti OGM autorizzati negli Stati Uniti. Fonte: USDA (2002)

“Un quarto della soia mondiale è transgenica e, come il mais, è presente - anche se non viene dichiarata in etichetta - sotto forma di lecitina, farina, amido e olio nel 60% degli alimenti confezionati: dai gelati ai biscotti, dal cioccolato alle marmellate, dalle bevande alle margarine.”
Ministero della Salute

Dopo lo scandalo “mucca pazza” e il conseguente divieto di utilizzo di farine animali, la domanda di soia è cresciuta vertiginosamente. Solo nel 2001, l’unione europea ha importato 16 milioni di tonnellate di soia principalmente da Stati Uniti e Argentina, dove da tempo le coltivazioni OGM sono largamente diffuse. In Italia la situazione è analoga: solo l’8% della soia di cui necessita è prodotta su territorio nazionale e stando ai dati forniti dal ministero della salute, il 91% dei campioni di soia analizzati conteneva materiale geneticamente modificato. I risultati sono simili a quelli ottenuti da uno studio danese: il 100% dei 91 campioni di soia analizzati contenevano materiale modificato. Punto interessante dello studio è che la concentrazione di materiale GM oscillava nei campioni studiati dal 40 al 100%, dato quest’ultimo che offre una sola chiave di lettura: la soia, il cui contenuto di materiale geneticamente modificato è pari al 100%, deriva totalmente da coltivazioni OGM e spazza ogni dubbio sul possibile effetto “contaminazione”. La curiosità è che la raccolta dei campioni è avvenuta nel 2002, prima quindi che la comunità europea legiferasse in materia e che l’utilizzo di prodotti zootecnici a base di OGM fosse considerato a norma (o contro) legge.
Il dato è praticamente incontrovertibile e lo stesso ministero della salute ci ricorda che “anche se non segnate in etichetta”, in barba alla tracciabilità, il 60% degli alimenti confezionati contiene materiale OGM, alla faccia dei consumatori che ignari, da anni mangiano alimenti prodotti con tecnologie su cui il dibattito scientifico, sociale e politico è ancora acceso. E il problema non riguarda solo gli alimenti confezionati.

Il consorzio Parmigiano Reggiano comprende oltre 4000 aziende agricole comprese nel territorio d’origine tra la Lombardia e l’Emilia ed oltre 400 caseifici destinati alla trasformazione di uno dei formaggi italiani più famosi al mondo. I numeri sono considerevoli: 15% della produzione nazionale di latte, 3 milioni di forme prodotte, oltre 800 milioni di euro il giro d’affari alla produzione. E il merito di aver ottenuto il marchio DOP, marchio di tutela giuridica a difesa di una tradizione.
Anno domini 2007. Greenpeace, organizzazione non governativa ambientalista e pacifista, e quindi una delle voci che alimentano il dibattito, pubblica un rapporto contro l’utilizzo della soia geneticamente modificata nell’alimentazione delle 270 mila bovine dedicate alla produzione di latte per il Consorzio del Parmigiano Reggiano. Allegato al rapporto c’è una foto che mostra un’etichetta di mangime destinato alle bovine contenente materiale geneticamente modificato.
Il disciplinare d’altronde non lo vieta. E i consumatori nel frattempo non sanno nulla.

Il dato di fatto è che consumiamo OGM tutti i giorni. Quello che non sappiamo è se ci fa male.
L’istituto Superiore di Sanità, organo che dovrebbe informare i cittadini sullo stato della ricerca in materia, è taciturno e più che altro si allinea alla posizione dell’EFSA. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha invece risolto il problema pubblicando una pagina web: 20 domande sugli organismi geneticamente modificati.
Domanda 7: gli alimenti OGM sono sicuri?
Risposta: “Gli alimenti OGM attualmente disponibili sul mercato internazionale hanno superato in maniera positiva le valutazioni sui rischi per la salute. Inoltre, nessun effetto sulla salute è stato osservato in seguito all’esposizione di alimenti OGM nella popolazione generale di paesi dove questi sono autorizzati”.


Il caso MON810

È il 2004 quando viene approvata la domanda avanzata dalla multinazionale Monsanto di iscrizione dei prodotti derivati dal suo mais transgenico brevettato MON810.
La modifica genetica rende il mais MON810 capace di sintetizzare due tossine dall’azione pesticida. L’allora commissario europeo per la Salute e la tutela dei consumatori David Byrne dichiarò: “L’iscrizione nel catalogo europeo delle sementi è una logica conseguenza, ora che è stato aggiornato il quadro normativo comunitario sugli OGM. Si tratta di un tipo di granturco di cui è stata completamente provata l’innocuità per la salute umana e per l’ambiente e che viene coltivato da anni in Spagna senza che sia stato segnalato alcun problema. Verrà chiaramente etichettato come granturco geneticamente modificato per garantire la libertà di scelta dei coltivatori.”
Da allora diversi paesi, tra cui Francia, Austria ed Ungheria, hanno avanzato richieste di “revisione dati” all’EFSA in merito ai prodotti derivati dal MON810. In tutti i casi l’agenzia ha prodotto una copiosa bibliografia sui risk assessment precedentemente eseguiti e quindi rinnovato il parere favorevole all’utilizzo di MON810 per fini alimentari. Ma i dubbi continuano a persistere e continuano le ricerche che proverebbero gli effetti negativi sulla salute.
Il gruppo di ricerca del dottor Gilles-Eric Séralini, ricercatore dell’Università di Caen in forza anche al CRIIGEN, ha pubblicato uno studio in cui ha valutato gli effetti dell’esposizione di 3 prodotti OGM tra cui il MON810 sui topi. Approssimativamente 60 differenti parametri classificati per organo sono stati analizzati nel sangue e nelle urine dopo 5 e 14 giorni di alimentazione a base OGM. I dati sono stati confrontati con quelli ottenuti da sei gruppi di topi la cui alimentazione era a base di granoturco non OGM. Gli autori concludono: “La nostra analisi rivela chiaramente per i 3 OGM nuovi effetti collaterali legati all’assunzione del mais geneticamente modificato; questi sono sesso- e spesso dose-dipendenti. Gli effetti collaterali sono stati evidenziati perlopiù a carico di rene e fegato, gli organi detossificanti alimentari, sebbene con differenze tra le 3 varietà. Altri effetti sono stati notati a livello cardiaco, delle ghiandole surrenali, della milza e del sistema emopoietico. Questi dati evidenziano segni di tossicità epato-renale, possibilmente dovuti ai nuovi pesticidi specifici di ogni varietà. Inoltre, conseguenze metaboliche dirette o indirette non evidenziate, non possono tuttavia essere escluse.”
Nel frattempo, siamo nel 2009, l’autorizzazione all’iscrizione al registro del mais MON810 è scaduta e la Monsanto ha già provveduto alla richiesta di rinnovo. L’EFSA ha però deciso di riesaminare un rapporto pubblicato da Greenpeace e Friends of Earth sul proprio parere scientifico relativo all’autorizzazione al rinnovo dell’autorizzazione esistente per il mais MON810. Le parti sono state invitate ad un incontro scientifico che si sarebbe dovuto tenere a Settembre 2009. Ad oggi le valutazioni sono in corso e il rinnovo non ancora concesso.
Attualmente sono iscritte regolarmente al registro 4 tipi di mais ottenuti dall’incrocio di MON810 con altre varietà geneticamente modificate.
Per uno di questi incroci l’autorizzazione è valida fino al 2017.
Per gli altri tre, fino al 2020.

Roberto Erro

note: cliccando sulle scritte in rosso si accede ai link, cliccando sulle foto si può ingrandirle. Qui e qui gli altri due capitoli del nostro approfondimento.

posted by Mauro Erro @ 09:34, , links to this post


Greco di Tufo 2009, Cantine dell’Angelo

Quella del Greco di Tufo è la denominazione che, in questi anni, ha mostrato maggiori segni di debolezza se confrontata con le altre docg irpine (Taurasi e Fiano di Avellino le altre due). Una storia moderna, quella della denominazione, che riprende intorno gli anni ’60 quando la chiusura delle miniere di zolfo della zona restituisce ai campi le braccia sottratte alla fine dell’800. Dopo gli anni ’80 del boom mediatico e commerciale ad opera soprattutto della famiglia Mastroberardino e gli anni’90, quelli morbidi e popputi dello sviluppo, un susseguente periodo di offuscamento ha segnato gli anni più vicini a noi: da un lato le tante cantine sorte – vecchi conferitori delle grandi aziende che a seguito della crisi del prezzo delle uve hanno deciso di mettersi in proprio sparigliando le carte –, dall’altro il mancato perseguimento di una specializzazione e di un lavoro di zonazione, percorso che, non solo simbolicamente, era stato indicato con il suo successo dalla cantina Ferrara e dal suo cru vigna cicogna.
A ciò si aggiunge un vitigno sì meraviglioso quanto difficile. Ma ne parlerò più nello specifico prossimamente sull’Acquabuona allegandovi una decina di consigli per gli acquisti di questa annata, targata 2009, particolarmente felice.
Oggi, e non solo simbolicamente, nella Cantina di Angelo Muto è facile intravedere un nuovo sentiero indicato. Una crescita graduale, innanzitutto numerica, quella di questa piccola cantina che continua a conferire parte delle sue uve, e alla sua quarta annata di vino in cui porta la produzione da poco più di duemila bottiglie (una produzione sperimentale iniziata nel 2006) alle 15.000 di oggi.
Una crescita qualitativa, ad opera di Angelo che lavora le vigne di famiglia inchiodate sullo zolfo delle vecchie miniere Di Marzo, con la collaborazione di Luigi Sarno (Fianista e patron della Cantina del Barone di Cesinali), giovane enologo che lo segue in cantina, che segna con questa edizione, l’entrata a pieno titolo nell’elite dei vignaioli Grechisti.
Un vino di disarmante naturalezza espressiva, la cui stoffa è segnata da una mineralità evidente sino alle pieghe più nascoste: sulfurea, con solari ammicchi idrocarburici da un lato e scuri accenni di canna di fucile dall’altro. E poi agrumi ed erbe aromatiche, sospiri floreali e indizi balsamici. Al palato la sua incredibile forza: di scorrevolezza e definizione aromatica al contempo, succosa al gusto e pizzicante al tatto, fino al finale disteso e innervato d’energica freschezza.
Da bersi a secchi.
Visto il prezzo folle.

Cantine Dell’Angelo, Tufo
Greco di Tufo 2009, € 12 .ca in enoteca
www.cantinedellangelo.com


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Olio Torretta, Battipaglia

Maria Provenza ci piace proprio. Energica appassionata e parecchio schiva (rubarle una foto è stato praticamente impossibile), ma soprattutto preparata, parlare con lei è davvero un piacere e un arricchimento. Il suo tono, pacato inizialmente, si accende man mano e lo sguardo diventa sempre più vivace mentre “racconta” del suo olio.
Due gli oli extravergine della Cooperativa Torretta - Diesis (dop colline salernitane) ed Extravergine (dop colline salernitane), da cultivar frantoio e rotondella -, il primo fresco, un bel fruttato verde intenso, con note amare e piccanti abbastanza accentuate, l’altro più leggero, dai sentori di mela e mandorla, più modulato nelle componenti amare e piccanti. Le olive provengono dagli ulivi secolari del vasto territorio, nella provincia di Salerno, che da Giffoni, Montecorvino Rovella e Serre raggiunge più a sud Eboli e Battipaglia. Queste le due linee prodotte nello stabilimento di Battipaglia, di cui Maria Provenza è tecnico di qualità e responsabile del settore commerciale, che nasce come lo vediamo oggi nel 1998. La produzione totale di olio si aggira sui 6/700 quintali annui, di cui il 10% proviene dagli ulivi di proprietà della famiglia Provenza, il resto da conferitori che seguono rigorosamente le linee dettate dalla giovane responsabile. Occuparsi di olio per lei, cresciuta tra gli olivi di famiglia (produttori di olio da generazioni), è stato quasi un passo obbligato e, nel momento in cui prende sul serio le redini in mano, decide di puntare soltanto alla qualità. Si prepara, studia, diventa assaggiatore, cresce professionalmente e arriva a perfezionare l’intero ciclo di produzione riuscendo in poco tempo a trasformare l’olio Torretta in una delle migliori eccellenze campane. Premi e riconoscimenti non sono mancati. Soddisfazione? Sì, tanta, ma soprattutto conferma che quella era la strada giusta.

All’inizio non è stato facile”, sorride Maria, “ma adesso riesco ad avere tutto sotto controllo”, dalle partite di olive (raccolte dall’albero) che le arrivano al delicatissimo processo di produzione, che avviene in un ambiente grande, pulitissimo e luminoso, “perché non è vero che l’olio si lavora al buio”. L’olio Torretta ci colpisce perché la sua qualità è percepibile immediatamente, anche a distanza di tempo (il nostro ultimo assaggio è di questi giorni), non è esuberante, ma molto equilibrato, versatile e facilmente abbinabile. Per questo entrano in gioco diversi fattori, innanzitutto la qualità delle olive e il brevissimo tempo che intercorre dalla raccolta alla molitura, il processo di trasformazione oculatamente monitorato in ogni suo passaggio, la scelta di unire due cultivar differenti che ne arricchiscono il gusto, l’attenzione rigorosa ai diversi tempi di raccolta che ne modulano il risultato finale, la differenza delle annate. E, poi, la scelta delle due linee; “l’olio bisogna capirlo”, mi conferma Maria, “spesso un abbinamento sbagliato può dare una percezione errata della qualità, ma io sono qui per fare assaggiare il mio olio, per spiegare le differenze di un olio fruttato medio da uno più intenso e i loro differenti usi in cucina”.
Il prezzo, infine, molto vantaggioso: 6 € al litro per l’extravergine dop, poco più per il Diesis, perché… “la qualità deve essere accessibile a tutti”.

www.oliotorretta.com

Adele Chiagano

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La foto della settimana: Campo Rom


tratta dal blog schegge di vetro

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Sformato di mele

"Come fa a descrivere una donna così bene?"
"Penso a un uomo e gli tolgo razionalità e affidabilità."
Qualcosa è cambiato, James L. Brooks, 1997


Ingredienti 1 Kg di mele renette o comunque di tipo acidulo;120 gr di burro;120 gr di zucchero;180 gr di farina; una noce di burro per lo stampo; zucchero a velo.
Ammorbidite il burro con le mani, poi impastatelo con la farina e lo zucchero. Strofinate il composto tra i palmi in modo da sbriciolarlo. Sbucciate le mele, eliminate il torsolo con l’apposito attrezzo e tagliatele a fettine rotonde in modo da ottenere tante ciambelline, poi disponetene uno strato in una teglia ben imburrata. Sopra distribuitevi un terzo di pasta sbriciolata e sopra ancora altri due strati di mele e di pasta. Mettete la teglia in forno caldo a 150 gradi e lasciate cuocere per circa ¾ d’ora. Fate intiepidire, spolverizzatela di zucchero a velo e servite. Altro modo di preparazione, che è quello poi sul quale ho optato: preparate una crema pasticcera non troppo densa e mettetela a strati sulle mele, poi coprite con la pasta sbriciolata.

Adele Chiagano

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Melanzane ripiene di spaghetti



Cara casalinga disperata,
questa mattina ho avuto un brusco risveglio. La coperta era tutta appallottolata ai piedi del letto, i miei occhi cisposi come quelli del micio del vicino. Ho sognato mio marito che scappava con la maestra di pilates, ma che aveva le sembianze di Sarah Palin. Non so se ho avuto più tormento per il tradimento in sé o per il fatto che mio marito fosse diventato un attivista del Tea Party, in ogni caso ho urlato molto nel sonno.
Per riprendermi, al quarto caffè della mattina, ho consultato l’oroscopo. Gemelli: umore e morale sono bassi (direi di sì), vi manca un atteggiamento propositivo in famiglia (domani ho la suocera a pranzo e non so cosa cucinare); poca iniziativa nel lavoro (il fatto è che ultimamente rispetto un regime di droghe molto rigido, sa, per mantenere la mente piuttosto flessibile, ma si vede che non è abbastanza ). Luna: alienata. Il consiglio: tiratevi su con un bilancia.
Cara casalinga disperata, ma come lo trovo su due piedi un bilancia che mi tiri su, mio marito è un sagittario altalenante, tra l’altro fedifrago, cosa faccio??? E poi, domani, cosa cucino a mia suocera?
Loretta69

Cara Loretta69,
non disperare, lavora di più sulla tua autostima e iscriviti ad un corso di pre-pugilistica! Per domani, invece, ho il piatto che fa per te: melanzane ripiene di spaghetti, molto originale e stravagante, proprio al caso tuo. Bevi tre tazze di camomilla prima di andare a letto e vedrai che non farai più quei brutti sogni. Ah, dimenticavo, dai retta a me…cambia pusher!

Ingredienti (x 4 persone)
4 melanzane;150 gr di spaghetti;un cucchiaio di capperi; 6 pomodori;4 filetti di acciuga sott'olio;uno spicchio d'aglio;uno spicchio di cipolla;10 foglie di basilico; un cucchiaio di pinoli; olio; burro;grana grattugiato;sale; pepe.
Lavate e asciugate le melanzane, quindi scottatele per 5 minuti in acqua bollente salata. Scolate le melanzane, privatele del picciolo e tagliatele a metà per il lungo. Con un cucchiaino scavate la polpa in modo da formare 8 vaschette. Raccogliete la polpa su un tagliere e tritatela finemente. Sistemate le vaschette di melanzane in una pirofila unta con tre cucchiai di olio e cuocete in forno caldo a 180° per venti minuti, irrorandole di tanto in tanto con l'olio di cottura. Nel frattempo fate rosolare in una casseruola, con 20 grammi di burro e 2 cucchiai di olio, le acciughe, stemperandole con una forchetta. Aggiungete la cipolla tritata insieme con l'aglio, il basilico, i pinoli, i capperi e la polpa delle melanzane. Quando il trito avrà assorbito il condimento, unite i pomodori pelati privati dei semi e tritati finemente. Salate e pepate e cuocete il sugo a fuoco vivo per 10 minuti mescolando spesso. Cuocete gli spaghetti in abbondante acqua bollente salata, scolateli molto al dente, poi buttateli nel sugo e padellate per qualche istante. Togliete le melanzane dal forno, riempitele con gli spaghetti, sistemate su ognuna un fiocchetto di burro, spolverizzatele con abbondante grana grattugiato e mettetele sotto il grill caldo a gratinare.

Adele Chiagano

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Barolo 2006, dieci consigli per gli acquisti



Le ultime annate, quelle della crisi, si guardano sempre con un po’ di diffidenza. E così è stato per la 2006 in Barolo, un’annata particolare sicuramente, la cui minuziosa descrizione lascio ad altri. È una bella vendemmia con qualche disaccordo in qualche zona, ma in larga parte buona con dei vini di rara bellezza. Un’annata classica, espansiva oserei dire, con i cru classici in gran spolvero. Eccone dieci che ci sono particolarmente piaciuti, tra parentesi il prezzo medio in enoteca al pubblico.


Barolo Cannubi 2006, Giacomo Fenocchio (€ 30 .ca)
Condotta oggi dai fratelli Albino e Claudio vanta vigne in alcuni dei classici cru, Villero e Bussia oltre questo. Il Cannubi, nel comune di Barolo, è una vigna di 15 ettari sempre, visto il valore, oggetto di dispute. Le Vigne dei Fenocchio si trovano nella zona denominata Cannubi Boschis ad un’altimetria di 210 – 230 metri ed esposte a sud/sud-est. Un Barolo di personalità, dal tratto sapido e incisivo, senza rinunciare ad un passo elegante.

Barolo 2006, Bartolo Mascarello (€ 50 .ca)
Al secondo anno, Maria Teresa Mascarello centra, dopo un ottimo 2005, un altro meraviglioso Barolo frutto delle vigne Ruè, Rocche, San Lorenzo e Cannubi. E che il 2006 ha un altro passo sapendo coniugare eleganza e leggiadria, con saldezza del sorso e austerità del profilo lo dice anche il direttore Cernilli che lo ha inserito nel podiìo dei migliori tre con il Barolo Monfortino 2002 di Conterno (miglior vino anche per Slowine) e il Brunello Riserva di Biondi Santi targato 2004. I Barolo di Maria Teresa hanno una semplicità nel proporsi nella loro bontà, nella pulizia d’esecuzione, nella finezza del carattere.

Barolo Brunate-Le Coste 2006, Giuseppe Rinaldi (€ 40 .ca)
Chi non conosce il celebre Citrico? Diecimila bottiglie di questo suo Barolo sempre ricercato che si è continuamente caratterizzato per il suo essere Vin de Soif come direbbero i francesi. Da bere. In quest’annata s’affianca un naso terroso e stratificato che si svelerà mano a mano nel tempo. Una delle versioni migliori di sempre a nostro parere.

Barolo Ginestra 2006, Paolo Conterno (€ 50 .ca)
Il meno famoso dei Conterno, cognome diffuso in Langa, mi è molto piaciuto con questa sua versione del Vigna Ginestra. Con il figlio Giorgio la cantina possiede 8 ettari da cui si ricavano 50.000 bottiglie totali. Le vigne di Paolo Conterno si trovano nella parte passa del Ginestra e guardano a sud-est.

Barolo Vigneto Gattera 2006, Gianfranco Bovio (€ 40 .ca)
Condotta da Walter Porasso, di questo cru se ne producono circa 6.000 bottiglie. La vigna si trova proprio nella parte alta del Monfalletto con esposizione sud-ovest. Ci è piaciuto l’incedere sereno e risoluto, il carattere minerale.

Barolo Brunate 2006, Marcarini (€ 35 ca.)
Luisa Marcarini e il marito Manuel Marchetti posseggono vigne nel cuore del Brunate, austero ed elegante nel suo esprimersi esposte a sud sud-est.
Un naso minuziosamente speziato ed una bocca succosa ed energica parlano di un gran presente e ci fanno sperare in un radioso futuro.

Barolo Bricco Viole 2006, Mario Marengo (€ 30 .ca)
Marco conduce questa piccola azienda che produce 22.000 bottiglie totali. Soltanto 3.000 le bottiglie di questo Bricco delle Viole, dalle vigne alte (oltre i 400 metri) esposte a sud-ovest per un vino dal naso immediato e fragrante, di buona eleganza, che ci ha colpito soprattutto per il palato di grande nettezza e freschezza. Il Barolo Brunate 2006 (€ 30 .ca) è solo leggermente più asciutto nel finale di bocca, per adesso, ma uscirà alla distanza.

Barolo Ca’ Mia 2006, Brovia (€ 50 .ca)
Atipicamente di Serralunga si potrebbe dire grazie alla sua eleganza, questo vino nasce dalla sottozona Brea della Collina Voghera, già ben considerata all’epoca del Ratti e che da una decina d’anni ha ritrovato slancio grazie all’investimento della famiglia Brovia di Castiglione Falletto. Ottimo il finale di sorso dove il vino si distende serenamente.

Barolo Broglio 2006, Schiavenza (€ 30 ca.)
Un piccolo cru (per estensione) Serralungano, l’azienda oggi diretta da Maura Alessandria e il marito Luciano Pira meriterebbe maggiori attenzioni da parte della critica e del pubblico per la correttezza e la piacevolezza dei Barolo (Prapò l’altro). Bello il tocco metallico al naso, pulito e sfaccettato, buono e succoso il palato.
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Mozzarella in carrozza

Dedicato a chi non ama i cibi cartonati dai sentori di plastica con richiami affumicati o di gomma bruciacchiata: ve lo do io il Mozzarillo! Made in Italy, off course, ma per davvero. Oggi parliamo di un emblema del cibo di strada, signori e signori: la mozzarella in carrozza.
Non ci dilunghiamo sulla paternità del sandwich alla mozzarella, ma passiamo ai fatti. Apro però una piccola parentesi prima di andare al succo della storia: parliamoci chiaramente, al giorno d’oggi non abbiamo mica tanto tempo da perdere. Siamo troppo impegnati a mantenere forte l’attitudine più interessante che ci rappresenta nel mondo. La versatilità. Sì, noi abbiamo questo innato talento. Durante il nostro percorso formativo seguiamo un canale, ma frattanto abbiamo gli occhi ben aperti, perché sappiamo che poi in pratica, per arrivare dove vorremmo arrivare, dobbiamo fare tante esperienze, provare ogni volta nuove “emozioni”, perfezionare l’Arturo Brachetti che c’è in noi, insomma conseguire per bene la nostra “necessaria” crescita professionale. Così, tra una corsa, una telefonata e un cambio d’abito il tempo per sedersi a tavola si riduce sempre più. Ma non disperiamo, le alternative ad una parmigiana di melanzane o a un bel piatto fumante di maccheroni davanti al tg si trovano sempre. Basta guardarsi intorno. Ed ecco che arrivo al punto. Voi versatili, avete bisogno di suggerimenti? Nuove tendenze, cibi gustosi, non sempre sani, ma goduriosi, indirizzi, preparazioni fast, idee e suggerimenti? Benvenuti nello spazio più easy del blog. Qui si parla fast, si mangia fast, si beve fast, ma con rispetto assoluto delle papille gustative. Inauguriamo il nuovo spazio rendendo omaggio al nuovo cucciolo di casa Mcdonald’s, il dividi famiglie Mozzarillo, proponendo invece il cult dello street food nostrano, unto, fritto e super filante!

Ingredienti: 8 fette di pane in cassetta o pane raffermo; 250 gr di mozzarella di bufala; 2 uova; farina; latte; sale
Innanzitutto, dal momento che tra gli ingredienti c’è la mozzarella di bufala, la prima operazione da fare è tagliare la mozzarella a fette e metterle in uno scolapasta per eliminare un po’ di latte. Frattanto potete cominciare a togliere la crosta dalle fette di pane. Mescolate in un piatto un po’ di latte con un pizzico di sale e in un altro piatto sbattere le due uova. Prendete le fette di pane e spruzzatele di latte facendo attenzione a non bagnarle troppo altrimenti si ammollano. Formate dei sandwiches con le fette di pane bagnate di latte e un paio di fette di mozzarella, ulteriormente strizzate fra le mani. Passare il panino prima nella farina, soprattutto tendendo cura di farla aderire bene ai bordi, e poi nelle uova sbattute. Friggere in abbondante olio bollente e mangiare calde, non bollenti, ma anche tiepide!
Costo medio del piatto: 4,50 €
Tempo di preparazione 15/20 minuti

Adele Chiagano

posted by Mauro Erro @ 10:04, , links to this post


Pausa caffè: Casacche e Arbitri

L’altro giorno ero a Roma per un pranzo con amici.
Tutti grandi appassionati di vino e qualche giornalista. Uno di questi, bravo e cattivello, ha voluto servirci una delle bottiglie coprendola ed invitandoci ad indovinare la provenienza.
Piemonte, ha prontamente detto qualcuno. Nebbiolo. Ma il mordente tannino nebbiolesco mancava. Barbera. Superiore. Nizza, ha azzardato qualcun altro. Ma la proverbiale acidità della Barbera era assente. E non sapendo cosa fosse e di che annata, assente ingiustificata in quel momento. Certo si poteva pensare ad un’annata calda visto il colore rubino denso e lo sbuffo alcolico presente tanto al naso quanto in chiusura del sorso, ma capire di cosa si trattasse non era così semplice. Un po’ perché non si stava lavorando, si cazzeggiava tra amici durante un pranzo e dopo un pizzico di bicchieri di vino, ed un po’ perché in realtà quel vino non è che brillasse per definizione aromatica, per cui individuare un tratto saliente per capire era compito non facile. Rotondetto e fruttato, anche al palato. Tecnicamente discreto nella fattura. Ma nulla più.
Niente, nessuno ha indovinato*.
Il giorno dopo nella mia consueta lettura dei giornali mi sono imbattuto in una notizia surreale. La sera prima avevano giocato in un’amichevole le nazionali di calcio del Bahrein e del Togo. Vittoria della prima per 3 a 0.
Salvo poi scoprire, che quelli che indossavano le maglie del Togo erano dei ragazzi ingaggiati dall’organizzatore dell’incontro. Quelli veri, i calciatori del Togo, avevano giocato il giorno prima – sempre perdendo, stavolta per 2 a 1 – contro il Botswana.
Talvolta è semplicemente questione di casacche ed arbitri, ho pensato.

* Brunello di Montalcino Tenuta Nuova 2003, Casanova di Neri

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The bottle: Dub

Se la musica della zappa è il blues, quella del trattore è il dub. Lo so, c’è qualcuno che sta pensando all’heavy metal, camicione a quadri e berretto da baseball. Beh, lasciatelo dire, sei fuori strada…
Il trattore non può essere heavy metal perché se non vai piano piano, cuoncio cuoncio, ti fai veramente male. Basta un momento di distrazione per volare giù dalla collina, un nanosecondo di troppa sicurezza per accappottarti sul crinale, un attimo fuggente per trascorrere il resto della giornata a tirarti fuori dai guai.
Il trattore è dub. Addirittura, se guardate alla parola dub come fosse un disegno, ci potete vedere un trattore stilizzato.
Non c’è niente da fare, il trattore è dub. Tecnologico come il dub, lento e possente. Non reggae, di cui mantiene il ritmo in levare, ma dub, che del reggae è la versione affogata nel frullatore degli effetti per aumentarne la dilatazione temporale, con il basso sparato ai limiti della decenza acustica e gli altri strumenti fatti passare attraverso una bomboletta spray per chiazzare di macchie sonore un campo di semina diventato improvvisamente infinito.
Il trattore è dub perché quelle sedici marce ultraridotte e sincronizzate fanno un banco mixer di Mad Professor, il motore con quei settanta cavalli di potenza è un subwoofer dello studio di King Tubby, ed il bello è che io ci sto seduto sopra.
Il trattore è dub perché i Kiss o i Black Sabbath non potrebbero mai suonare con una temperatura di 45 gradi sotto il sole. Si squaglierebbe il cerone.
C’è un film di david lynch che parla di un uomo e di un trattore, e del tempo, lungo e denso, che ci vuole a muoversi con un trattore per le strade degli stati uniti. È bellissimo, e il titolo è Una storia vera.

Dub plates:
-4 gigabyte di mp3 di Lee Scratch Perry
-1kg di 45 giri di chi preferite comprati da dub vendor a londra o direttamente a kingston, jamaica (ogni pezzo deve avere la dub version)
-180gr di puro vinile di qualsiasi cosa della On-U Sound

credits
www.onu-sound.com
www.lee-perry.com
www.dubvendor.co.uk


Salvatore Magnoni

Foto di Alberto Onaghi


posted by Mauro Erro @ 11:44, , links to this post


Il modello Cargill, la multinazionale fantasma


Noi siamo la farina del vostro pane, il grano delle tagliatelle, il sale delle vostre patatine fritte. Siamo il mais delle vostre tortillas, il cioccolato dei dessert, l’edulcorante delle bibite gassate. Siamo l’olio della vostra vinaigrette, il manzo, il maiale e il pollo che mangiate a cena. Siamo il cotone dei vostri vestiti, l’antiscivolo del tappeto e il fertilizzante del campo.
Cargill


Durante le nostre ricerche, i nostri approfondimenti circa la crisi alimentare globale, i cereali, le agroindustrie e i vari argomenti correlati, sempre più spesso ci siamo imbattuti nel nome Cargill.
Cargill?
Chi sono costoro?
Una prima risposta l’avrete confrontando la foto che apre questo servizio con i dati del box qui sotto realizzati dal Financial Times in una recente analisi.
Se ciò non bastasse, non vi resta che continuare.

Box 1

1. Cargill è l’operatore più grande del mondo del cacao, interessandosi anche dei processi di trasformazione delle fave di cacao in liquore, burro e polvere, cioccolato.
2. Cargill è l’operatore più grande del mondo di zucchero.

3. Cargill ha un’attività (petrolchimica) incentrata sulla sostituzione di prodotti a base di plastica con prodotti a base di soia

4. Cargill produce steroli, composti vegetali che aiutano a ridurre i livelli di colesterolo, usato in succhi di arancia e di altri prodotti

5. Cargill è uno dei più grandi operatori di cotone.
6. Alimenti per animali sono forniti da Cargill per i produttori di latte commerciale in 28 paesi: in tutto il Nord e il Sud America, Europa e Asia

7. Cargill è l’attore più grande del mondo di mais.

8. Cargill maiale è coinvolto nella produzione di carne di maiale negli Stati Uniti e l'esportazione nel mondo.

9. Cargill Cucina Solutions è un rivenditore leader di alto valore di ovoprodotti gestiti negli Stati Uniti

10. Dal condimento utilizzato in alimenti trasformati al tipo usato su strade ghiacciate, la Cargill produce più di 1.000 tipi di sale.

11. Attraverso la sua controllata, la Compagnia Mosaico, Cargill è leader nella produzione di fertilizzanti, fornendoli agli agricoltori di tutto il mondo.

12. Cargill commercializza cereali e semi oleosi: impiega 15.000 persone in 50 paesi, 324 silos di funzionamento e 31 di import-export terminal



L’83,5% di tutto il manzo confezionato negli Stati Uniti è nelle mani di quattro aziende tra cui la Cargill.
Con altre tre aziende Cargill confeziona il 66% di tutta la carne di maiale degli Usa.
Il 71% della lavorazione della soia nel mondo è opera di tre aziende tra cui la Cargill.
Il 90% del commercio globale di cereali è in mano a tre aziende. Una di queste è la Cargill.
La Cargill possiede centri di commercio di metalli grezzi a Kiev, Istanbul e Mumbai, enormi allevamenti di polli in Tailandia, il più grande terminal di succhi di frutta ad Amsterdam, saline a Cleveland, industrie molitorie a Liverpool e in Argentina, stabilimenti per la trasformazione degli agrumi in Florida e via così. Un elenco lunghissimo che significa 160.000 dipendenti operando in 66 paesi del mondo.
Un fatturato che si avvicina ai 120 miliardi di dollari l’anno. Se vi serve un’unità di misura per capire di quanti soldi parliamo pensate che la Coca Cola ne fattura un quarto ed anche se si fondesse con il gigante McDonald’s arriverebbe solo alla metà.
Cargill è, molto semplicemente, la più grande società privata del mondo.

Eppure, provate a fare il nome Cargill alla prima persona che incontrate per strada e riceverete in risposta al massimo una faccia interrogativa.
Ciò dimostra quanto ne sappiamo del cibo che mangiamo.

Attenzione, quando parlo di società privata intendo a controllo familiare, ossia gli eredi di William Wallace Cargill che nel 1865 nell’Iowa fondò l’azienda, e della famiglia Mac Millian che controlla l’impero.
Già perché è tale la riservatezza della Cargill (e delle sue sorelle, le signore del grano, i big five-six-seven a seconda delle fusioni o dei tracolli avvenuti nella storia) che nessuna di loro è quotata in borsa: la riservatezza mal si concilia con la necessità di informare gli azionisti.
Eppure i dirigenti della Cargill sono dei fenomeni di cui andrebbe scritto. Già perché la Cargill ha una crescita esponenziale spaventosa se pensate che, prendendo in esame il periodo seguente al crollo delle Torri gemelle – del periodo di crisi scaturito, della crisi finanziaria e della crisi alimentare globale e del rialzo dei prezzi dei cereali – mentre altre multinazionali come la Coca Cola e McDonald’s, aumentavano, ovviamente, i loro fatturati negli anni con incrementi che non arrivavano al 50%, la Cargill piazzava un bel 100% raddoppiando i circa sessanta miliardi di dollari del 2002.
Quando parliamo di crisi dovremmo sempre specificare per chi.

Come ha fatto? Qual è il modello imprenditoriale?

Deforestazione in Indonesia. La Cargill è il primo rivenditore dell'Olio di palma Sinas Mar, e possiede due piantagioni segrete


Ce lo spiega Brewster Kneen autore di un libro inchiesta sulla Cargill (Invisible Giants: Cargill and its Transnational Strategy, London, Pluto Press/Ubc Press, 2002) quando afferma che “la Cargill non lavora veramente nell’industria alimentare, in realtà negozia beni agricoli come materie grezze che possono essere scomposte e ricomposte in prodotti a valore aggiunto che procurano utili all’impresa”.
Per capire meglio: un fattore sotto contratto con la Cargill acquista le sue semenze dalla Renessen (una Joint Venture tra Cargill e Monsanto di cui parleremo a proposito degli agrocarburanti). Il fattore è sostanzialmente costretto ad acquistare gli erbicidi dalla Monsanto e i fertilizzanti dalla Cargill. Il fattore è obbligato anche a vendere il raccolto alla Cargill ed è quest’ultima, ovviamente, a stabilire il prezzo. La Cargill lo trasforma parte in agrocarburanti, parte in foraggio per bestiame. Il foraggio lo manda in Tailandia dove lo rivende ad un produttore di polli come mangime. Ovviamente il produttore è sotto contratto con la Cargill a cui rivenderà il prodotto finito. E sarà sempre lei a stabilire il prezzo.
La Cargill trasformerà i polli, cuocendoli e confezionandoli, per rivenderli in Europa ad un McDonald’s o ad un supermercato.
La ricchezza della Cargill è fare da intermediario, guadagnandoci ad ogni passaggio.
E indovinate chi ci va a perdere?
Innanzitutto quelli ridotti in schiavitù o i minori sfruttati, stando alle accuse arrivate alla Cargill che è implicata in un po’ di scandali. Di cui non si è saputo quasi nulla, ovviamente.

È un sistema a vantaggio delle multinazionali alimentari” sostiene Ben Lilliston, portavoce dell'Institute for Agriculture and Trade Policy (un gruppo di esperti con sede a Minneapolis) quando parla del sistema alimentare globale e dei danni provocati anche ai ricchi paesi del Nord, Stati Uniti compresi. “Stanno sostituendo gli agricoltori statunitensi con gli agricoltori del Brasile, dell'India, dell'Australia e persino della Cina. A queste aziende non interessa da dove provengono i prodotti alimentari. Vogliono solo i prezzi più bassi possibili”.

Incoraggiando l'aumento delle importazioni di generi alimentari, le multinazionali quali la Cargill, insieme alle principali catene di supermercati, mantengono bassi i costi e alti i margini di guadagno. La priorità principale di queste aziende è che i prodotti alimentari siano poco costosi, indipendentemente dalla loro provenienza.

E qual è il potere di Cargill e delle sue sorelle sulla ricerca o, soprattutto, sugli Stati Nazionali o sugli organismi mondiali?

Be’, basterebbe dire che il Governo Americano affidò il compito della ricostruzione dell’agricoltura in Iraq, dopo che il suolo era stato distrutto dai soldati di George W. Bush, a Dan Amstutz, ex vicepresidente della Cargill.
Si, lo stesso vicepresidente che, secondo alcuni, avrebbe scritto le leggi agricole del WTO (L'Organizzazione Mondiale del Commercio).

Foto 1: Financial Times


posted by Mauro Erro @ 21:32, , links to this post






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