The Bottle: Zappa Blues - parte prima -




Questa è la prima parte dello zappa blues.
Oh yeah.
parliamo di un attrezzo ancestrale costruito più o meno 10000 anni fa quando per qualche ragione ancora inspiegabile i nostri antenati che correvano liberi sulla terra cacciando animali e raccogliendo frutti decisero di fermarsi e vedere cosa c’era sotto….
Oh yeah.
Forse le fertili terre della mezzaluna fra il Tigri e l’Eufrate non erano dure come la mia collina cilentana, forse la selvaggina scarseggiava e le albicocche pure, fatto sta che qualche gran cervellone attaccò ortogonalmente un pezzo di ferro ad una asta di legno e diede il via alla più grande sudata del genere umano….
Oooooo yeah…
Era nata la zappa, con lei l’agricoltura, e tutto cambiò.
Un po’ come quando Malcolm Mc Laren ha venduto i Sex Pistols alla Emi..
Oh yeah.
Da allora ci siamo evoluti moltissimo, e il pezzo di ferro lo abbiamo modificato, nel corso di cento secoli, in ben tre o quattro versioni, tipo zappone o zappetta con o senza denti, mentre il pezzo di legno, che lo hanno indovinato subito, è rimasto uguale uguale. Così come il culo che ti fai quando usi questo attrezzo del neolitico…
Ooh yeah.
Comunque, rispetto ai sumeri abbiamo una cosa in più.
Il blues.
We got the blues.
The zappa blues.
Il blues ci da la consolazione, ricorda gli schiavi prima di noi
Il blues ci da il tempo, non muoverti troppo veloce non fermarti troppo a lungo
Noi abbiamo qualcosa in più
Abbiamo il blues
Ci siamo evoluti.
Oh yeah.

Salvatore Magnoni

Credits
Robert Johnson - Crossroads - 1937
Reverendo Gary Davis - Death don’t have no mercy - 1960
Frank Zappa - Berlin Blues - 1972

foto: Frank Zappa

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Nip e Draff, i chiaroscuri della birra: Questioni di Etichetta



Arriva un momento della vita di un appassionato in cui affiora la destabilizzante domanda: ed ora che bevo? Ciò che mi piace o tutto ciò che è nuovo o mi si propone come tale? Devo essere tuttologo mondiale del comparto brassicolo (cercasi quindi n fegati di riserva) o specialista estremo dei confini al cm dei prodotti del Pajottenland (qui ne bastano n-1 di fegati)? Forse non c’è risposta come non c’è spiegazione nemmeno per tutti quei produttori, pubblicitari, distributori che più che preoccuparsi del contenuto della bottiglia si preoccupano del packaging o di quei mastri birrai che insicuri del valore del proprio prodotto concentrano sin da subito tutte le loro forze sull’etichetta.
E pensare che una volta (non più di trent’anni fa) il metodo artigianale non si preoccupava di creare etichette per il mercato nè tantomeno la normativa sull’igiene alimentare e controllo qualità obbligava i produttori (come avviene ancora oggi in Belgio) di indicare tutta una serie di requisiti per consentirne la vendita. All’origine la pennellata non rappresentava neanche un segno identificativo per il consumatore ultimo ma serviva al mastro birraio e ai suoi collaboratori per stabilire la posizione del lievito all’interno della bottiglia ed evitare che questa venisse movimentata in maniera errata durante i vari spostamenti dell’affinamento da cantina a cantina causando come conseguenza la micro dispersione dei lieviti all’interno di tutta la bottiglia. Adesso ci toccano (a noi forse no visto che si trovano nell’altro emisfero) “bischerate” come quelle dell’australiana Skinny Blonde dove al consumarsi del liquido (e sottolineiamo liquido) la gentil donzella presente sull’etichetta evita l’affaticamento dei nostri neuroni che non devono sforzarsi di immaginare il contenuto sottostante il bikini rosso prima presente.
Ma braviiiiiiii per questo nuovo accostamento sesso-birra; era proprio una cosa che ci mancava! Vogliamo passare a quelle che sulla scia della nostra nostalgica e irrecuperabile Tromp la Mort ci piazzano teschi, falcioni e demoni a dimostrazione della “tostaggione” del prodotto, dell’iperbole alcolica a cui dovremmo essere sottoposti una volta spillata o ancora della cazzutaggine dei mastri birrai alternativi e dall’aspetto molto naif.
Ma non si fa prima a scrivere semplicemente il contenuto, le materie prime e le informazioni di massima dal punto di vista organolettico (cose tipo OG, IBU, FBC come ci insegna la storica Russian Imperial Stout della Courage). Vuoi vedere che stavolta noi italiani siamo più seri degli altri paesi euro ed extra euro (vedi progetto “Birra Chiara” del Mo.Bi???) Effettivamente lo stile minimal di aziende come De Molen paga. Quelli ti scrivono tutto compreso data di birrificazione e di imbottigliamento; non solo ti indicano il lotto ma ti specificano anche di quante bottiglie è composto e il numero di quella che stai afferrando. E’ come se ogni cotta fosse sempre una limited edition.
Siete convinti, siete scettici, volete schiarirvi le idee? Allora “scartatevi” qualche bella 75: Liefmans Goudenband, De Ranke Cuvée o Quarta Runa di Montegioco.
La prima è una oud bruin, brassata con lieviti in parte selvaggi artefici del suo sapore inconfondibilmente sour, in cui fa capolino di tanto in tanto una dolcezza derivante dal malto belga.
La seconda è un piccolo gioiello dell’arte brassicola belga, ad opera di Nino Bacelle e Guido Devos, assemblata partendo da una percentuale di lambic Girardin e una old beer di De Ranke fermentata con lieviti Rodenbach. Il risultato è una birra sorprendentemente pulita, intrigante nel gusto e appagante all’olfatto, ( il marchio della casa si evince dalle note luppolate presenti sia all’olfatto che nel retrogusto).
L’ultima è l’italianissima Quarta Runa del mastro birraio Riccardo Franzosi prodotta con pesche di Volpedo e divenuta già un classico delle birra alla frutta (macerazione).

PS. A Francesco (che oltre che con le birre dissipa i suoi averi acquistando manga) è scappata la lacrimuccia quando ha scovato l’etichetta della birra prodotta per il Ghibli Museum di Mitaka (Giappone) e non ha potuto fare a meno di onorare il Maestro Miyazaki.

Gianluca Polini e Francesco Immediata

foto1: etichetta della birra venduta all'interno del Ghibli Museum di Mitaka in Giappone e disegnata dal (premio Oscar)Mangaka Miyazaki

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Dulcis in fundo: Marmellata di prugne al whisky

- Non ti rovini i denti con tutta quella cioccolata?
- Ma ho un amico dentista!
- Cioè, uno che ha un amico dentista allora si deve rovinare i denti. E se io avessi un amico patologo cosa dovrei fare?


Ponchia (Diego Abatantuono) - Marrakech Express, Gabriele Salvatores, 1989


Ingredienti: 1 kg di prugne; 800 gr di zucchero; due cucchiai di whisky.
Lavare, snocciolare e affettare le prugne. Mettere a cuocere la frutta in una casseruola a fondo spesso con lo zucchero. Schiumare ogni tanto e mescolare ogni tanto affinchè non si attacchi. Lasciare cuocere finché la marmellata non si rapprende. Potete fare la prova piattino: mettete una goccia di marmellata su un piattino e inclinatelo, se la goccia non scorre velocemente allora la marmellata è pronta. Versate nel composto di frutta due cucchiai di whisky e mescolate. Sterilizzate i barattoli e i coperchi in acqua bollente per almeno una decina di minuti. Versate nei barattoli la marmellata ancora calda e teneteli capovolti per almeno una ventina di minuti. Conservate in un luogo fresco e asciutto e al riparo dalla luce.

Adele Chiagano

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Wine experience: Guerriero & Guerrieri

Non non sono un fan di Pietro Taricone nè del Grande Fratello. Sono un fan delle persone che vogliono crescere. E lui da quella 1^ edizione del Grande Fratello non si era limitato a subirne e sfruttarne passivamente il successo ma aveva voluto impegnarsi e studiare, "crescere", imparare un mestiere, quello di attore. Non è stato un mio eroe ma per molti sono sicuro che possa aver rappresentato un buon esempio, un primo ed ultimo sussulto prima della deriva di un certo tipo di televisione e, perchè no, l'estremo appiglio per rivalutarla anche un certo tipo di televisione. Il suo sorriso era sincero, di un persona vera e sensibile, ovviamente con i suoi pregi e difetti (nessuno è perfetto, no?!). Il tempo gli ha regalato una figlia, l'amore e la maturità. Tutto si è interrotto troppo presto.
Non sono un fan dei vini palestrati. Sono un fan dei vini che esprimono personalità e vogliono trasmettere qualcosa. L'Amarone non è la mia tipologia di vino preferita ma continua ad esserlo per molti, soprattutto continua a far avvicinare un gran numero di persone a questo mondo, perchè no, fino a diventare una sorta di status symbol. Quello dei Conti Guerrieri Rizzardi non si è mai limitato ad una pura esibizione muscolare di alcol e tannini. A dispetto della replicabilità della tecnica con cui è prodotto ha una sua storia da raccontare. Che poi quella stessa tecnica produttiva sia stata ripresa, copiata, duplicata un po' dappertutto poco conta. Villa Rizzardi è Amarone che preferisce l'eleganza e la freschezza alla potenza. Rosso che esprime, con l'affinamento, doti di equilibrio e capacità di lunga evoluzione nel tempo.

Fabio Cimmino

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Rossese Bianco 2008, Anfosso

La bottiglia è brutta, il tappo è di silicone.
Il colore è bello, paglierino cristallino con riflessi verdi.

Dà sul verde anche il naso, penetrante di menta, limoni buccia e foglie, glicine e quelle pietre-scaldate-al-sole che se vai ad annusarle non sanno di niente, ma che fanno immaginare ogni volta di poterci stare.
D’altro canto “grappolo mi cocessi sui tuoi sassi”, auspicava per sé Camillo Sbarbaro scrivendo di qui.

In bocca è verticale, ficcante, privo di stancanti vampate alcoliche così diffuse nei bianchi degli ultimi tempi; il “frizz” dell’acidità tiene vispa la lingua per la sua intera lunghezza.
Diretto, coerente senza essere prevedibile, non fa della pulizia un attributo di cui compiacersi bensì uno strumento per raccontarsi senza inutili rumori di fondo.

Sì, ma che roba è?
Di indizi varietali neanche l’ombra.
Sassi, menta, limone… vino montano? Potrebbe.
Però quell’idea di sale che esce col tempo, così gentile che non sai se ricondurre alle olive, all’aria di mare o a cos’altro… quindi?

Niente, nessuna suspance, non ci prenderebbe nessuno neanche a tirar giù un vitigno al secondo.
Perché se alla Liguria uno bravo ci potrebbe anche arrivare, al Rossese Bianco - o Razzese – proprio no.

Una controetichetta poco leggibile bisbiglia di 466 bottiglie prodotte, di una vendemmia alla fine di Ottobre, di un vino “ottimo come aperitivo” e che “ben si accompagna con antipasti e piatti di pesce”.
Ma anche capace di regalare un brivido inatteso a una sonnacchiosa sera d’estate in cui non hai voglia di niente, fiaccato dall’afa assassina e dal pensiero di ferie ancora lontane.

Da una terra di cui Francesco Biamonti ha descritto tramonti ineffabili, un vino che di questa stessa terra racconta qualcosa di intramontabile, l’eleganza dell’essenzialità.


Vino bianco da tavola “Antea” (2008), Tenute Anfosso

Giampiero Pulcini

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Le Piccole Vigne ritornano: Castelvenere, 27 agosto

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The Bottle: Fuga dalla città




Fuggire dalla città, via via verso la campagna. Lontano dai rumori, dal casino, dai milioni di tuoi simili, per tempi più lenti e spazi più ampi, per non abbandonare una terra che una volta produceva olive, fichi, grano, uve, ortaggi e frutti in quantità sufficiente da sfamare le famiglie dei proprietari e le famiglie dei mezzadri. E allora ecco che nella mia i-mind
attacca Going up the country , un classico dei Canned Heat suonato anche a Woodstock, e che adesso un trio di giovanissimi appassionati di musica e strumenti boogie ne fa una grande cover.
Well I'm going where the water tastes like wine
We can jump in the water, stay drunk all the time
I'm gonna leave this city, got to get away
Loro sono Kitty Daisy & Lewis, fra i 15 e forse i 20 anni, fra di loro una figlia delle Slits (new wave inglese, anni 80), e un paio di anni fa sono usciti con bel disco di blues e rockabilly, un dinamico salto triplo nel passato.
Ma la campagna non è solo l’idillio agreste che titilla le illusioni degli urbani. È anche molta solitudine e mostri come quello descritto in Country death song dei Violent Femmes, quasi 30 anni fa:
Well, I'm a thinkin' and thinkin', 'til there's nothin' I ain't thunk.
Breathing in the stink, 'til finally I stunk.
It at that time, I swear I lost my mind.
I started making plans to kill my own kind.

Una specie di incubo alla Hansel e Gretel, dove un padre che non ha più nulla decide di buttare la più giovane delle figlie in un pozzo….per poi impiccarsi nella vergogna..
E allora forse è meglio restare in città, con l’estate alle porte le strade si liberano..non è male l’estate in città, e Quincy Jones lo sa bene. Summer in the city, un pezzo originale del 1966 dei Lovin’ Spoonful re-interpretato da molti, la versione del 1973 di QJ è stata campionata, fra gli altri, dai Massive Attack, dai De La Soul, dai Nightmares on wax, …Hot town, summer in the city 
Back of my neck getting dirty and gritty 
Been down, isn't it a pity 
Doesn't seem to be a shadow in the city...

Salvatore Magnoni

foto: Hansel e Gretel, pseudonoir, Lorenzo Mattotti

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Good Luck & Good Night: How can I resist you?

- Dovrebbe smetterla di utilizzare i soliti schemi, uscire dal seminato, perchè vede che poi, in fondo, non la conducono dove vuole. Si sente giù, è stressato. Mi ha confessato di sentire dentro di lei una rabbia repressa. La trasformi, le dia un altro nome!
Di tutto quello che mi ha detto l’ultima volta il mio analista, non ci ho capito molto: credo che alla fine mi abbia voluto parlare di trasformismo. Non come scelta coatta, ma come gioco dell’anima.
Io sono riuscito solo a fare la figura dell’idiota.
- Vuole che rompa gli schemi? E allora eccola accontentata.
Me ne sono andato senza salutare, sbattendo la porta alle mie spalle, con un mal di testa fastidioso come una decina di zanzare che, in queste notti di calura, ti ronzano attorno alla testa mentre cerchi di dormire. Vaffanculo...
Sono tornato a casa, senza accendere la luce, ho preso un po’ di vino. In automatico, senza guardare, lasciando che il caso decidesse per me.
Verso, bevo, poi ribevo e così fino alla fine.
Godurioso, dal sorso appagante e pieno, di quelli che poi ti dimentichi il resto. Un francese, ho pensato. Di quelli che anche d’estate, una botta di frigo e vai giù liscio, manco fosse un bianco. E poi sono stato al buio, con i miei pensieri che facevano a boxe con il mal di testa, cercando di figurarsi la Provence, la Loire...
Accendo la luce, non trovo le sigarette.
Sorpresa: non è Francia. È Volturno.
Nanni Copè. Sabbie di sopra il bosco 2008.
Forse di questo parlava il mio analista.
Good luck and good night.
Sigla.

Roberto Erro
a

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Dulcis in fundo: Cheese cake ai frutti di bosco

“L'umanità si trova oggi ad un bivio: una via conduce alla disperazione, l'altra all' estinzione totale. Speriamo di avere la saggezza di scegliere bene.”
Woody Allen



Ingredienti
Per la base: 200 gr di McVities Digestive; 60 gr di burro;1 cucchiaino di cannella
Per il ripieno: 250 gr di Philadelphia;150 gr di panna per dolci; il succo di un limone; 2 fogli di gelatina; 70 gr di zucchero a velo
Per la salsa ai frutti di bosco: 300 gr di frutti di bosco; 60 gr di zucchero; 1 limone

Frullare i biscotti nel mixer, aggiungere il burro fuso, la cannella e continuare a mescolare. Disporre i biscotti, aggiustando con un cucchiaio, in una teglia a cerniera ricoperta di carta da forno (consiglio di bagnare la carta prima di usarla) e lasciar riposare in frigo per almeno mezz'ora (più sta e meglio è).
Mettere in ammollo i fogli di gelatina in acqua fredda per almeno una decina di minuti. Riscaldare il succo del limone fino a renderlo tiepido e sciogliervi la gelatina strizzata. Lavorare il formaggio con la forchetta, aggiungere la panna, lo zucchero a velo e il succo di limone con la gelatina, amalgamare per bene il tutto e ricoprire la base di biscotti. Lasciare riposare in frigo per circa tre ore. Frullate i frutti di bosco. Aggiungere lo zucchero e il succo del limone e cuocere a fuoco basso finché si sarà ridotto un poco. Fate raffreddare e riposare in frigo. Aggiungere la salsa alla torta solo prima di servirla.
PS: il giorno dopo è ancora più buona!

Adele Chiagano
a

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Pausa caffè: In ricordo di un bianchetto

L’ultima volta che li ho visti stavano insieme a peperoncino e finocchietto. Si sdraiavano sul pane, si bagnavano nell’olio e ti invitavano. Sardella la chiamano. I calabresi che la producono a Cruccoli e Cirò Marina. Altrimenti ero abituato a quelli ben fritti, grassi, fragranti e dolci, senza eccessi d’olio abbrutente, messi in un bel piatto da salare, da mangiare a mani nude.
Trovarli a tavola la domenica voleva dire sedersi ad un buon bistrot parigino, ordinare un piatto d’ostriche Belon accompagnandole da un buon Muscadet per festeggiare la vittoria all'ippodromo di Auteuil: quarta e quinta corsa, con il viso ancora raggiante dopo aver visto le quote sul totalizzatore.
Stessa felicità. Solo più economica. E senza scommettere.
Ed ora non mi rimane che il ricordo.

Ho aperto un Sancerre di Edmond Vatan. Il primo prodotto dalla figlia. 2008. Nulla a che vedere con l’arrembante mineralità, la selvaggia sapidità di quelli di suo padre. Ma questo, almeno, per berlo non devi aspettare dieci anni. E la sua leggiadria ed eleganza, il suo incedere croccante e la sua scorrevolezza salina, adesso, mi rincuorano almeno un po’.
Come un post it.
L’appunto di un ricordo.

Edmond Vatan
Sancerre, Clos la Neore 2008
€ 35 ca.


foto 1: Mark e Jenny Evan
a

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Pausa caffè: Certezze

In tempo di guide e scadenze editoriali gli assaggi si moltiplicano per un numero indefinito di volte.
I dubbi anche.
Assaggi, riassaggi, bevi, stappi e stappi nuovamente.
Lievita il girovita, l’ansia fa capolino la notte preoccupata che solo il caldo e le zanzare posano farti stare sveglio. Al mattino, lei è già pronta per servirti la colazione.
Il cardo mariano è un compagno fedele.
Gli sconti fedeltà da concordare con la Kimbo un buon proposito. Propositi che, come quelli di mettersi finalmente a dieta, inevitabilmente, vengono derubricati a promesse da marinaio.
Jhon Coltrane, Blue Train, 1957. E pinot nero. E Giorgio Grai. Annata 2006.
Ecco, quando hai bisogno di certezze.
Sul filo del rasoio, in un’annata non semplice.
E, talmente giovane ancora, che per goderne appieno, senza ansia, bisognerà aspettare tre o quattro anni.
Almeno.

John Coltrane
Blue Train
1957

Azienda Agricola Emmegiò
Giorgio Grai
Alto Adige Pinot Nero 2006
€ 15/20
a

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Dulcis in fundo: Crespelle alle pesche con cuore di gelato alla vaniglia

Chi dice che non so usare una padella? ….Colpendo suo marito in testa con una padella!

(Josephine /Lena Olin – Chocolat di Lasse Hallström, 2000)

300 gr di gelato alla vaniglia, 2 grosse pesche, 25 gr. di burro, 110 gr. di zucchero, 2 cucchiai di succo di limone, un bicchierino di rum, 2 uova, 1,4 dl di latte, 50 gr di farina, olio, sale.

Sbattete le uova e incorporate la farina, il latte a filo, un pizzico di sale e un cucchiaino di zucchero, lasciate riposare per un’ora. Scaldate una padellina antiaderente, spennellatela di olio, versatevi un mestolino di pastella e cuocetela finchè si sarà rassodata. Voltate la crespella e cuocetela per qualche istante ancora. Ripetete il procedimento fino ad esaurimento pastella, dovete ottenere otto crespelle. Sistemate al centro di ogni crespella raffreddata una pallina di gelato, chiudetele a bauletto e sistematele in una teglia ricoperta di carta da forno lasciandole in freezer per almeno due ore. Sbucciate le pesche e tagliatele a spicchi. Fate caramellare il resto dello zucchero in una padella, unite il succo di limone, il burro morbido, le pesche e il rum e cuocete a fuoco moderato per un paio di minuti. Unite le crespelle, giusto il tempo di farle insaporire, e voltatele delicatamente, badando che non si aprano. Servitele subito con il fondo di cottura.

Adele Chiagano
a

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Neanche un quinto di decimo

Era da tempo che aspettavo l’occasione per assaggiare i vini del Professore Luigi Moio.
Quelli della sua azienda, in Mirabella Eclano, Quintodecimo.
Ne avevo già assaggiati alcuni, i primi, ma aspettavo di provare anche i nuovi, vedere l’evoluzione di un’idea prima di maturare un’interpretazione che fosse più compiuta.
Ho letto spesso l’opinione e le note di degustazione di altri. Da un lato i fan tout court, quelli che spesso sono incapaci di valutare il merito, ma riconoscono l’autorità. Dall’altro i detrattori a prescindere, quelli infastiditi da un ego di dimensioni cospicue, da un certo piglio arrogante del professore (ormai note le sue polemiche verso i cosiddetti vini naturali, ad esempio) e incapaci, quindi, di valutare il calice. In mezzo alle due opposte fazioni, i pochi, molto pochi, che cercano di capire la sostanza.
Io ho sempre trovato stucchevoli questi modi di fare e le polemiche che scaturivano tra le due opposte tifoserie ricordando molto semplicemente quale contributo avesse dato il professore all’evoluzione del vino campano. I suoi studi, il lavoro come docente all’università, i vini evento da lui costruiti per altre aziende che hanno esportato il vino campano fuori dai confini regionali facendolo conoscere poi, nelle sue mille accezioni e declinazioni.
Il che non vuol dire essere però, un vignaiolo capace.
Ovviamente non parlo di piacevolezza. Anche una coca cola può risultare piacevole e se qualcuno pensa poi di poter dire ad un consumatore cosa è buono e cosa no, non conosce l’essenza del gusto e come si è definito il concetto via via nel tempo. Io do un parere tecnico, ovviamente condivisibile o meno nel merito, ancorato a dei parametri convenzionalmente addottati e che si riconoscono, in buona parte della critica, in quella che Rizzari, curatore della guida de L’espresso, ha definito naturalezza espressiva.
Mi sono chiesto, dopo averli assaggiati (ovviamente alla cieca ed in mezzo a tanti, tantissimi vini, ad esclusione del fiano Extultet) le ragioni di quei prezzi al consumatore. Tra i cento e i cento venti euro il Taurasi (quattro volte, più o meno, il prezzo dei più costosi della denominazione), su una trentina l’aglianico, e via così anche per Greco e Falanghina.
I profili olfattivi risultavano grevi, appesantiti dalle ingerenze del legno negli effluvi dolciastri e nelle note fumè o boisè. I palati già stanchi, pesanti, che lasciavano un sensazione zuccherosa/glicerica finanche tattile. Sostanzialmente dei vini enologici, esecuzione di un’idea di vino sorpassata, demodé, kitsch nelle sue esasperazioni.
Ecco, l’unico pensiero che sono riuscito a formulare riportava la mente ad un vestito firmato da una grande griffe quando ho visto, se non ricordo male, l’etichetta autografata dal Professore.
Però sotto il vestito non sono riuscito a scorgere niente.
Nessun sussulto, nessun battito, niente, neanche un quinto di decimo.

Foto tratta da aisnapoli.it

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Un Vino

Giampiero Pulcini (in foto a sinistra; a destra Franco Siciliano di Ais Bibenda Roma, lo scemo in mezzo come si suol dire) è l'autore del pezzo che segue che mi ha gentilmente concesso. Giampiero è un giovane degustatore di grande sensibilità e talento, una penna vibrante, a cui sono accomunato dalla predisposizione all'emozione per certi vini. Non solo, ci accomuna un gruppo nutrito di amici, bevitori, abilissimi degustatori con cui, putroppo troppe poche volte, ci incontriamo. Uno in particolare è, con il vino, oggetto di questo pezzo: volente o nolente dovrà rassegnarsi al fatto che sempre più spesso in futuro sarà oggetto di discussione e dell'epiteto di Maestro, sostantivo troppo spesso inflazionato e mai come in questo caso, invece, azzeccatissimo. (M. E.)


Pochissimo so dell’azienda, ancor meno di vitigno e territorio.
Ne avevo prese tre bottiglie solo perché spinto da una persona speciale, di quelle che quando le incontri senti di conoscerle da sempre. Capita raramente, può non capitare mai.
Un sms sul loro Coda di Volpe: “mineralità coraggiosa”.
Bè – pensai – chissà cosa dev’essere il Fiano…

Era l’estate di quattro anni fa, Grosso aveva appena affondato i tedeschi con un sinistro di prima intenzione che era come un ricamo. Pirlo per Grosso… Grosso… GOOOOOOOOOOL!
Un sogno.

Passati quattro anni siamo affondati noi, a mandarci a picco tre siluri della corazzata (?) Slovacchia.
E’ cambiata quell’Italia fortunata e vincente, sono cambiate tante cose anche per me e per l’amico. Che è rimasto tale, beninteso, uno dei pochi con la A maiuscola.
Per quelle bottiglie, invece, quattro anni senza un sussulto, cantina fissa; finché ieri, assorto in pensieri distanti, decido per loro. E ne apro una.


Oro vivo.

Naso garbato e riflessivo, senza apparire trattenuto.
Un’idea gentile di confetto affiancata da mandorla, fieno e ginestra; quindi una nota iodata dolce di ostrica, un’altra familiare di madia – proprio lei, ci si conservava il pane fatto in casa una volta.
Il sale, si sente il sale.

In bocca compostezza non fa rima con distanza, ecco schiudersi subito la raffinata asprezza di erbe officinali e chinotto (il frutto, non la bibita) sostenuta dalla levità incisiva di una progressione sapida senza incertezze.
Buonissimo.
Ha cose da dire, ne tiene più d’una per sé. Un pudore quasi opportuno, messo lì come sembra a bilanciare l’urgenza espressiva di un’etichetta che stregherebbe Joyce: nessun nome di fantasia, nessuna immagine, nessuna retorica.

Solounasequenzaininterrottadiparoleapparentementecasualicheinveceunsignificatocelhanno.

Trovi il nome di chi quel vino lo fa, unendo i grassetti che punteggiano lo stream of consciousness.

Poi basta prenderle a coppia, quelle parole, o a trio. Persino da sole.

“sinuosastoria”
“tortuosapurezza”
“montefredanestoriachiusa” (mah…)

L’azienda.

No… non ci credo… leggi meglio… ma sì…

“castagno”

L’Amico.

Fiano di Avellino D.O.C.G. 2005, Vadiaperti

Giampiero Pulcini

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Wine experience: Scambi d'identità

L'altra sera stavo bevendo-assagiando i Muscadet di Luneau Papin, in particolare i suoi due 2009. Se li avessi bevuti alla cieca avrei potuto prendere facilmente uno zarro e dire falanghina. Non lo dico in tono dispregiativo, mi riferisco alle migliori interpretazioni del vitigno campano o comunque a quelle che più preferisco provenienti dall'area flegrea. Eppure continuava ad esserci, comunque, qualcosa che non mi tornava. L'alcol, l'alcol, il solito maledettissimo alcol. Non mi riferisco, ovviamente, a quanti gradi fa un vino ma di come li percepisci. Questi Muscadet riesco a berne a secchi ma con la falanghina riesco difficilmente ad andare oltre la metà della bottiglia. Arrivato a quel punto, solitamente, inizio a sentire la bocca satura di glicerina ed alcol, la beva si monocordizza (neologismo) ed avverto subito una certa stanchezza. I 2 Muscadet, di contro, con i loro soli 12% in volume, spigolosità acida e sale, al palato, quanto basta per farti dimenticare di sorso in sorso quel frutto croccante che per quanto turgido e fresco dopo un po' ti viene a noia.

Fabio Cimmino

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Dulcis in fundo: Scones farciti

It is a truth universally acknowledged, that a single man in possession of a good fortune, must be in want of a wife
"È una verità universalmente riconosciuta che un uomo scapolo in possesso di una vasta fortuna debba essere alla ricerca di una moglie”.

Pride and Prejudice, 1813, Jane Austen

Ingredienti
Scones: 75 gr di burro; 40 gr di zucchero di canna; 225 gr di farina; 10 gr di lievito in polvere per dolci; un uovo; latte; un pizzico di sale. Salsa di more: 300 gr di more fresche; 125 gr di zucchero
Sbattete il burro morbido con lo zucchero di canna. Disponete a fontana la farina, spolverizzate con una presa di sale e il lievito e mettete al centro il burro e l'uovo. Lavorate con qualche cucchiaio di latte per ottenere un impasto morbido ed elastico. Ricavate un panetto e lasciatelo riposare coperto per mezz'ora. Riprendete la pasta, stendetela allo spessore di 2 cm circa, con un bicchiere o con uno stampino ricavate dei dischi e spennellateli di latte. Cuoceteli in forno già caldo a 200° per 15 minuti, finché saranno ben gonfi. Serviteli con burro, miele o marmellata. Oppure, per riprendere la tradizione scozzese, con panna e un passato caldo di lamponi o more. Per ottenere una salsa di more frullate le more appena colte, passatele attraverso un colino e cuocetele con lo zucchero finché il composto sarà ridotto di un terzo e si sarà un poco addensato.

Adele Chiagano
a

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Pausa caffè: Il Nuovo che avanza

Ho sempre inorridito quando si parlava di generazioni.
Fosse la Beat generation, quella perdue definita da Gertrude Stein o la generazione x dove mi trovai incasellato un tempo.
C’è però un punto di contatto espressivo tra i giovani d’oggi.
Non s’incazzano mai.
Non hanno nulla per cui lottare, né aspirazioni.
Sono pragmatici, cinici, scaltri, abili mediatori; ho assistito a scene tra padri e figli di questo tipo: allora se sono solo due le materie in cui mi rimandano a settembre mi tengo ipod e palestra. Con una faccio anche il weekend con Giampi.
Ragazzine a tredici anni sculettano su tacchi a spillo atteggiandosi a veline e ragazzi hanno braghe calate e mutande in bella vista come fossero tronisti.
Molto del nuovo è sicuramente e(lu)dibile.
Come nel caso del Beaujolais.
Nouveau è parola che fa accapponare la pelle anche di un mediocre degustatore.
Quando è semplicemente Beaujolais è gamay: semplice, croccante, fine nelle migliori espressioni come questa di Pierre Chermette. Di facile beva, in frigo per rinfrescarlo d’estate.
Tutto il Nouveau è e(lu)dibile.
Certo, nell’uno e nell’altro caso esistono le eccezioni.
Cosi come nell’arte contemporanea.

Pierre-Marie Chermette
Beaujolais Vieilles Vignes Cuvée Traditionelle 2009
€ 12 /14
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Wine experience: D'Artagnan Cimmino e i 3 muskateers

D'Artagnan: "Io sono, o m'illudo di essere un giornalista libero, che non significa obiettivo (l'obiettività assoluta non esiste; esiste l'onestà, la sincerità)."

Athos — A'Vita Cirò Classico Superiore Doc 2008 De Franco. Il più ammirato fra i tre da d'Artagnan. La sua delicata e fascinosa trasparenza ne rivela l'animo nobile e distinto.

Porthos — Bonavita Faro Doc 2007. Questi è il più alla mano dei tre. Nerello siciliano in odor di Nebbiolo senza tradire le sue origini isolane: è quello che tiene di più al suo onore.

Aramis — Boca Doc 2004 Sorelle Conti. E' il più colto fra i giovani amici, si affida ad un tenore alcolico più contenuto. Sobrio ed elegante non ci meraviglia che molto spesso componga poesie.

Fabio Cimmino
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Pausa Caffè: Comandare è Fottere

Se lo dice lui, Pierluigi Celli, c’è da credergli.
Direttore Generale dell’Università Luiss, ex direttore generale della Rai ed altri mille incarichi tra Eni, Olivetti, Omnitel ecc. ecc., ne parla oggi in un’intervista a Vittorio Zincone dove afferma: nella classifica dei guai nazionali l’assenza di meritocrazia è stata superata dall’assenza di vergogna: regalie, aiutini, vorticosi cambi d’opinione.
Apperò; e non contento continua più o meno così: ora raccomandare sembra un obbligo morale.
Nel frattempo ho ripensato ad una buona bottiglia (tri)bevuta iersera: Greco di Tufo 2009 Cantine Dell’Angelo.
Armando Castagno ha scritto di questo vino: “Un vino che brilla di luce propria quanto a quella che io chiamo definizione aromatica. […] non ha fatto malolattica, ha una scorrevolezza montana, una mineralità abbagliante che frilla, friccica e punge come una raggiera di spilli”.
Su altra sponda pare che sia piaciuto molto anche a Paolo De Cristofaro.
Ecco, io lette le parole del Celli, mi limito, almeno per adesso, semplicemente a confermare.
Ma dopo che l’avrete assaggiato capirete che il merito esiste ancora.
Ed ha un sapore gustoso.

Pierluigi Celli
Comandare è fottere.
Manuale politicamente scorretto per aspiranti carrieristi di successo
ed. Mondadori
€ 15,00


Cantine dell’Angelo
Greco di Tufo 2009
€ 12/14

P.S. Questo blog non concorda con la scandalosa proposta di legge detta “Legge bavaglio” (volentieri aderiremmo allo sciopero dei giornalisti di oggi), di cui forse parleremo e afferma che la dichiarazione e l’opinione sopra riportate dei due Illustri giornalisti è frutto d’intercettazioni forumistiche, forum di cui i nostri occhi della lettura si beano.
Altresì affermiamo che in caso di controversia l’unico foro competente è quello di Paperopoli, nominando come nostro difensore Legale Nonna Papera.
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Good Luck & Good Night: I miei eroi

Il mio analista dice che soffro, tra le varie cose, di empatia patologica.
Diciamo subito che non è che scoppio in lacrime tutte le volte che ad un bambino cade un Chupa Chups, ah! lo sapevate che il logo dei Chupa Chups è stato disegnato da Salvador Dalì? (il mio analista dice anche che mi capita di avere deragliamento del pensiero, quindi abituatevi).
Dicevo che soffro di empatia patologica ed infatti in questi giorni sono profondamente triste: è morto uno dei miei eroi, Pietro Taricone. E tra qualche giorno decorre anche il decennale della morte di Vittorio Mangano, uno dei miei eroi preferiti.
Ma dico, scherziamo??
Ciò che il mio analista non sa ancora è che non ho bisogno del Prozac per risolvere il mio problema, mi basta un po’ di birra: di frumento, Blanche des Honnelles, dalla beva ad alta velocità, ideale per queste notti afose.
Sarò anche alcolista?
Good night and good luck.
Sigla.

Roberto Erro
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