Vino Nobile di Montepulciano riserva 1999, Crociani

“Se hai letto di me, sai che per me produrre vino è poesia e sentimento. Non sono e non voglio essere un enotecnico!!!”
Così parlò Susanna Crociani in una mail inviatami un paio di giorni fa rispondendo alle mie insistenti domande su lieviti, botti, portainnesti, terreni, tempi di fermentazione e chi più ne ha più ne metta. Dopodomani Susanna sarà qui a Napoli per raccontare la sua storia ed il suo vino a 15 bevitori curiosi, ed io, preparavo il materiale informativo e mi è toccato fare la parte del ricercatore universitario con l’occhio fermo sul microscopio. Già, deformazione umana che tenta di definire tutto e di spiegare tutto, anche una bottiglia di vino. Eppure, spesso, per chi sta dall’altra parte, per chi il vino lo fa, non è questione di portainnesti o botti di rovere, ma, “più semplicemente”, la propria vita.
La vita di una musicologa che lascia il proprio lavoro per continuare l’opera di papà Arnaldo, “un uomo (che) infondeva la sua passione per il vino attraverso i suoi racconti, era un vero e proprio cantastorie, e lo faceva con la massima naturalezza; sapeva parlare di vino, del suo vino, e lo faceva senza usare termini tecnici ma con un linguaggio semplice, a volte poetico, e arrivava al cuore di tutti”*, e che deve sopravvivere al dolore della prematura scomparsa del giovane fratello Giorgio che condivideva con lei, il lavoro, le speranze, le sconfitte, l’amore per la propria terra.
Quando ho letto la sua mail ho sorriso, ho pensato a quanto possa essere misero ridurre il tutto ad una sequenza di reazioni chimiche, raccontare il vino come fosse una scienza esatta, come dire 1 + 1 fa 2. Nel vino come nella vita uno più uno non fa quasi mai due, tutto è imprevedibile ed irrazionale, tutto esce dagli schemi e dai tentativi di definizione, tutto è semplicemente la vita raccolta in una bottiglia come fosse un messaggio. Il vino nasce, evolve e muore, ed ogni annata così, seppur diversa, racconta un momento, un passaggio, un ricordo. Il 1999 di Susanna Crociani è fatto di eleganza sussurrata che richiede un ascolto attento, meditato, concentrato, perché bisbiglia suadente di frutta rossa, di erbe officinali e di spezie, di rimandi terrosi, di cacao. E poi al palato ti coinvolge perché leggiadro scivola via grazie alla sua freschezza sostenuta, avendo allo stesso tempo una trama ed un nerbo impressionanti seppure non urlati né ostentati, con un tannino serrato, ma compiuto ed una lunga persistenza finale.
Già, il vino è poesia, musica e sentimento.
Il vino, come la vita.

Gabriella Ferri, Remedios

* La descrizione di papà Arnaldo è di Roberto Giuliani.

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Gli incazzati del vino

Tempo fa un amico mi mandò questo scritto di Guelfo Magrini, "Il Dottore Guelfo Magrini, non accontentandosi delle funzionalità che un blog offre e dei commenti che ha avuto modo di scrivere, smentendo di essere l'autore dello scritto come erroneamente da me riportato, mi ha chiesto, in una missiva indirizzata a me ed il suo avvocato Guido Lazzi di cancellare il pezzo volendo intendere, almeno lo spero, la sua firma. Visto il profondo senso di onestà e verità che ho nei confronti dei pochi lettori che questo blog ha, non posso farlo, ammettendo la mia leggerezza, già prontamente corretta dallo stesso Magrini, posso solo smentire "ufficialmente" e dire che questo bellissimo pezzo è di ignoto, non del Dottore Guelfo Magrini, che dopo la missiva inviatami, ha dimostrato, senza alcun dubbio o incertezza d'errore, di non esserne l'autore. (Mauro Erro, 12/12/2008)" giornalista toscano, che trovai estremamente intelligente e divertente. Ve lo ripropongo.


La malattia mentale addentra l'individuo che ne viene colpito in due percorsi antitetici. Da una parte lo può avviare verso la depressione; in alternativa, lo può addentrare in un percorso segnato da una sorta di euforia, più o meno eclatante.
A suo modo, il vino può essere considerato come un portatore di malattie mentali. Da una parte è generatore di depressione, e questo accade quando il consumo del vino non esiste, ovvero quando l'individuo è, o diventa, astemio. Dall'altra, invece, cala chi ne fa oggetto di consumo costante in una sorta di mondo euforico il cui livello di intensità un tempo era direttamente proporzionale alla quantità di alcool ingerito e che oggi, invece, è direttamente proporzionale alla quantità di conoscenza acquisita del vino.
A che pro ci lanciamo in questa perentoria affermazione? Vogliamo rilevare che, purtroppo, con sempre maggiore frequenza, più l'individuo ne sa di vino e più i suoi comportamenti risultano segnati da un complesso di alterazioni che non riescono ad essere descritte efficacemente utilizzando le parole inserite nei dizionari di medicina. Insomma sta accadendo che più è grande la conoscenza del vino e più il detentore di questa conoscenza diventa "stronzo".
Sembra una boutade ma è un discorso molto serio ed attiene ad un curioso aspetto dell'animo umano: quando un uomo è interessato a qualcosa tende, giustamente, ad approfondirne la conoscenza per godere di più della cosa che suscita il suo interesse. Ma, inevitabilmente, questa maggiore conoscenza spesso provoca una incapacità di godere al meglio della cosa stessa. Tornando al vino, l'alterazione che più spesso caratterizza chi comincia a conoscerne i rudimenti è quella di non sopportare quanto di sbagliato può accompagnare il vino stesso. Ora, se conoscere di più il vino vuole dire non goderne più perché la temperatura è più alta o più bassa di qualche grado, perché il bicchiere non è quello dalla forma perfetta, perché l'abbinamento con il cibo non è quello giusto, allora l'aver acquisito maggiore conoscenza ha portato inevitabilmente ad un abbassamento del livello di felicità che il vino stesso può potenzialmente dare a chi lo beve Se il crescente esercito degli "amanti del vino" deve trasformarsi in un esercito di "incazzati del vino", sicuramente è meglio rimanere in una beata ignoranza e riviste e guide sarebbe bene chiudessero baracca e burattini. Ma siamo ottimisti e ci piace sognare che non sia sempre e inevitabilmente così. Per cui, vogliamo rivolgere un invito ai sani lettori di pubblicazioni dedicate al vino a farne buon uso. A non utilizzare le conoscenze acquisite tramite articoli e recensioni per pavoneggiarsi con gli amici, per "umiliare" il cameriere del ristorantino che frequentano, per guardare dall'alto in basso il loro vecchio vinaio. A non etichettarsi con quella parola che non esiste (ancora) nei dizionari medici, usando il proprio sapere per deprimere gli altri. Conoscere il vino serve solo a ricavare un piacere maggiore, dai grandi vini come da quelli di consumo quotidiano. E magari ad evitare i dispiaceri che molti vini-trappola ci servono spesso in calici scintillanti.
Un vecchio proverbio siciliano recita "cummannari è megghiu di futtiri". Sarà vero, ma è certo che quello che l'ha scritto non ha mai saputo quanto è bello "futtiri" e quanta felicità può dare a sè e a gli altri.


Bob Marley, one love

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L’enotecaro: istruzioni per l’uso

Lo spunto per queste considerazioni nasce dopo una serata trascorsa tra amici bevendo una decina di vini francesi selezionati da Pascal Gesret, titolare di un’enoteca parigina.
Non è la prima volta che ho l’opportunità di bere i vini selezionati da quest’ottimo collega francese, ed ogni volta, al di là di una certa difformità di gusto personale, mi tolgo il cappello in segno di riconoscenza. Eccovi l’elenco dei bianchi: Vin de Pays de l’Ile “Y.L.” Domaine d’Ecroce Y. Leccia 2007, Cotes du Rhone, Saint Cosme, L et C. Barruol 2007, Montlouis su Loire “Cuvèe Touche Militaine” sec – Le Roches des Violettes 2006, Riesling d’Alsace Tradition – Domaine Barmès Buecher 2006, Edelzwicker “sept grains” Domaine Barmès Buecher 2004. Ecco, invece, i rossi: Touraine “Cot Vieilles Vignes” Le Rocher des Violettes X. Weisskopf 2007, Minervois “Arbalète et Coquelicots” Domaine J.B. Senat 2007, Cotes du Rhone villages Rasteau Dom. Elodie Balme 2007, Vin de Pays de L’Ile de Beautè “Y.L.” Domaine d’Ecroce Y. Leccia 2005, Irancy “Sillage” B. Verret, Gevrey Chambertin “Jeunes Rois” Renè Bouvier 2005, Pernand Vergelesses 1er cru “Les Fichots” Domaine Nicolas Rossignol 2002.
L’attenzione si sofferma innanzitutto sulla naturalezza espressiva (il giusto equilibrio tra vitigno, territorio e uomo) dei vini, strettamente collegata alla facilità di beva di tutti, e cosa assai più importante, ai prezzi molto abbordabili.

La regola fondamentale è che i vini che si vendono in enoteca devono essere stati tutti bevuti! Non bisogna affidarsi solo ed esclusivamente ai nomi blasonati, ai premi delle guide o, ancor peggio, al rappresentante di turno (una categoria sempre più in crisi d’identità) armato dei punteggi di wine-spectator. Se non si vuole vendere aria fritta ai propri clienti bisogna aver bevuto ciò che si propone. Allo stesso tempo mi rendo conto che in una selezione che può partire dalle 400 etichette, considerando tutti gli altri prodotti che un tenutario d’enoteca beve alla ricerca di qualcosa di sfizioso, si possa andare in difficoltà. Ma se si è sposato un progetto, l’idea di un’azienda, allora diventa tutto più facile, basta tenersi informati sull’annata, creare rapporti diretti e amicali con il produttore e poi con calma assaggiare via via il vino. Un altro suggerimento è comprare dai distributori, ormai tanti in Italia, che propongono liste molto interessanti e che danno la possibilità di non caricarsi eccessivamente in termini quantitativi. Poi girare per il territorio, partecipare alle manifestazioni anche se assaggiare 150 vini di seguito non è il massimo, perchè vi danno la possibilità di poter trovare cose interessanti. Poi studiare, bere, studiare.

Nota: Ringrazio gli amici di bevute Fabio Cimmino, sommelier e giornalista, Adele Chiagano, giornalista e consulente enogastronomico, Paolo De Cristofaro, Gambero Rosso, Raffaele Del Franco, sommelier e consulente enogastronomico, Claudio Tenuta Sommelier, Tommaso Luongo delegato di Napoli dell’ais e Roberto Erro futuro neurologo, ma soprattutto Rosangela, la padrona di casa che ultimamente sopporta le nostre invasioni barbariche.

Camille, Paris

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Di un brunello di Soldera del 2001, della questione Montalcino e dell’identità del vino italiano

La questione su cui si dibatte e che riguarda il Brunello di Montalcino è più di un fatto di cronaca, della mascalzonata di pochi “furbi”, e ridurlo in questi termini sarebbe tanto stupido quanto aggiungere merlot e cabernet nel vino italiano più rappresentativo all’estero o come mettere il simbolo della Ferrari sulle automobili della Fiat per renderle più appetibili. Il presunto Brunello taroccato è un punto di rottura, un momento cruciale per il vino italiano; il passaggio da una fase all’altra come hanno ben capito Sandro Sangiorgi e Marco Arturi pensando al loro appello in difesa dell’identità del vino italiano. Se pensiamo a come oggi temi quale il biologico e il biodinamico siano non solo di attualità, ma spesso alla ribalta ci rendiamo conto di come, anche abbastanza velocemente, forse troppo, le cose stanno cambiando rispetto agli argomenti, i vini e le discussioni di soli 5 anni fa.
Anzi, a voler essere precisi, il presunto scandalo Brunello può considerarsi un effetto, coincidente e non consequenziale di una crisi economica generale che ha palesato, in maniera evidente, una crisi innanzitutto culturale nel microcosmo “vino” incapace di fronteggiarla. La realtà italiana del vino è giovane, nata in gran parte negli ultimi vent’anni dopo lo scandalo metanolo e cresciuta a razzo in maniera esponenziale. Cresciuta quanto e diretta dove, tocca deciderlo adesso. La prima domanda nasce spontanea se consideriamo un dato fondamentale: il 90% degli italiani, se non ricordo male, spende meno di 5 euro per l’acquisto di una bottiglia di vino. Quando l’acquista.
Questo è un elemento fondamentale di cui tener conto ai fini del discorso. Già, perché se da un lato determinati vini, i famosi supertuscans o i concentrati marmellatosi, rimangono immobili sugli scaffali delle enoteche e delle cantine dei ristoranti come ha ben osservato Luciano Pignataro in questo suo scritto in merito al confronto tra Ziliani e Rivella, da cui si evince non tanto gli effetti della crisi economica a mio parere, ma l’accresciuta consapevolezza degli appassionati, di quel pubblico colto disposto a spendere certe cifre per un prodotto, come sempre dovrebbe essere, unico e irripetibile piuttosto che la bevanda creata ad arte in cantina dall’enologo di grido (un cambiamento tale che porta Cernilli, neo direttore del Gambero Rosso, nel suo ultimo editoriale, a farci sapere che ora beve quasi solo vini bianchi, generalmente italiani, senza legno e da vitigni autoctoni, dopo che per anni la sua guida ha premiato i famosi invenduti) dall’altra non bisogna dimenticare che il mondo del vino italiano, dalle denominazioni di origine ai prezzi che sono lievitati in maniera vertiginosa e senza una giustificazione valida, senza che i produttori abbiano avuto la capacità, come i francesi, di ancorarlo al livello qualitativo dell’annata, pone l’inevitabile esigenza di dover cambiare per poter competere sul mercato.
In questi ultimi tempi i discorsi si sono sicuramente inaspriti sviluppandosi anche su una contrapposizione più giornalistica che reale: alla ricerca del titolo ad effetto o della polemica che porta lettori, (allo stesso modo in cui gli ilcinesi dal Brunello taroccato creavano lo slogan) si è arrivati a generalizzazioni sbagliate dimenticando il laicismo che si richiede a chi in questo settore opera, arrivando a posizioni estreme, quasi ideologizzate. Lieviti indigeni e lieviti selezionati, vino industriale e vino contadino, botte di Slavonia e barrique francesi e via così. Ma perché, i contadini esistono ancora? Oppure voi immaginate Gianfranco Soldera con una camicia a fiori e atteggiamento naif zampettare per le sue vigne parlando agli uccelli? Bisognerebbe studiare e fare attenzione quando si fanno certe affermazioni, bisognerebbe sapere che Gianfranco Soldera, ad esempio, è da più di dieci anni che porta avanti uno studio in collaborazione con l’Università di Firenze sui lieviti indigeni presenti in azienda, studi che dimostrano che il loro utilizzo rispetto all’inoculo di un qualsiasi lievito selezionato porta ad un miglioramento organolettico del vino in termini di complessità di aromi e profumi. Dunque?
Che l’aria stia cambiando è palese. Basterebbe solo farsi un giro per internet e notare quanti scritti quest’anno elogiano le guide (quella de L’espresso in particolar modo) rispetto ai massici e talvolta cattivi attacchi degli anni passati. Internet e la comunicazione on-line hanno avuto un ruolo fondamentale in questo avvio (si spera) di cambiamento. Ma non commettiamo l’errore di sopravalutare la comunicazione on-line, per favore.
Se da un lato le guide hanno perso appeal, il loro ruolo di influenzare il mercato, di determinarlo ed oggi, invece, si accontentano di stargli dietro, allo stesso modo, la comunicazione “internettiana” non ha ancora nei suoi fruitori la massa. E questo è il famoso punto cruciale.
Possiamo tranquillamente affermare che la comunicazione eno-gastronomica specializzata deve cambiare passo. A seconda dei punti di vista, si può affermare o che ha fallito nella incapacità di andare oltre le riviste patinate, il lustrini e le paillettes dei premi e delle cene di gala non riuscendo a rivolgersi alla massa, a quel famoso 90% degli italiani che spende meno di 5 euro per una bottiglia di vino, o che si è trattato di un primo step, a cui deve seguire il passaggio dal determinare una moda all’infondere una cultura. Quindi, forse, bisognerebbe ripensarla, perché una guida deve guidare e non inseguire, altrimenti a che serve?
Allo stesso tempo bisogna osservare che il mondo della blogosfera è frequentato dai suoi stessi attori. Certo ha avuto il merito d’innescare un dialogo virtuoso ampliando il numero di voci: non solo i giornalisti di settore, ma gli operatori tutti, dai ristoratori ai sommelier, agli enotecari, creando un confronto che molto ha contribuito al cambiamento in atto; ma la massa, oggi, è ancora lontana dallo strumento.
Certo, se mai la questione del Brunello, riferendomi all’aspetto giudiziale della questione, avrà mai una fine, se si dimostrasse con certezza assoluta che alcuni Brunello erano taroccati, alcuni giornalisti farebbero bene a motivare per chiarezza ai propri lettori come si è potuto premiarli sempre e comunque negli anni passati.
Altri soggetti cruciali della questione sono proprio gli operatori di questo settore, i sommeliers in primis. A loro il compito principale di diffondere la cultura del buon bere, ma per far questo bisognerebbe un attimo lasciare i tecnicismi e il gergo, togliersi dall’impaccio di disquisire di ceramiche e cristalli fini, perché così facendo non si fa altro che continuare sulla china che porta gli Albanese e i Salemme a prenderli in giro, rischiando di divenire ai più, zimbelli da prendere in giro, e nel peggiore dei casi di fare la fine degli stessi vini che loro stessi hanno piazzato sugli scaffali, limitandosi a sfogliare le guide piuttosto che adoperarsi in una ricerca sul territorio: di diventare, insomma, snobbati ed inutili o tutt’al più buoni per mescere vinelli a bevitori attempati ai banchetti matrimoniali.

In conclusione, con lo stesso laicismo che invoco, non posso certo esimermi dal farmi una domanda dopo aver bevuto il brunello di Gianfranco Soldera, quel liquido rosso rubino dalle accattivanti trasparenze che si mostrava così dinamico da invogliarmi ogni dieci minuti a piazzarci il naso per vedere cosa di diverso aveva da mostrarmi: dalle sfumature floreali alle erbe officinali, dal frutto di ciliegia appena accennato alla sensazioni di goudron, ai rimandi di spezie e alla mineralità diffusa. E che al palato colpiva, come i grandi vini sanno fare, per la contrapposizione della complessità e della stratificazione degli aromi nella loro semplicità, nella facilità di quel vino di farsi bere, della facilità che porta a svuotare il bicchiere accompagnandolo al pasto. Beh, dicevo, dopo aver bevuto un vino del genere non ci si può non fare una domanda: delle due l’una, o i propositori del Brunello taroccato sono in malafede o di vino hanno capito ben poco.

D’altronde, la crisi che in questo momento storico si è abbattuta sull’occidente dimostra per l’ennesima volta una cosa: il mercato senza principi etici d’ispirazione, porta alla rovina.
E se da un lato esistono i “furbi” così come li ho chiamati all’inizio, dall’altro esistono dei consumatori truffati.

Scorpion, wind of change.


Nota: qui, sul blog dell'ais Napoli, a firma di Raffaele Del Franco trovate lo scritto che racconta la serata di degustazione dove oltre quello di Soldera figuravano i Brunello di Mastrojanni, Sesti e Tenuta il Poggione. Qui, invece, trovate le foto e le altre opinioni dei presenti.

posted by Mauro Erro @ 13:27, , links to this post


Aprite le porte della percezione: De rosatibus

I tempi cambiano, grazie a Dio, ed il consumo dei rosati, vini che fino a poco tempo fa i consumatori bistrattavano definendoli “né carne, né pesce”, aumenta incuriosendo sempre di più le persone. Oggi sul mercato è possibile anche trovare vini rosati di diversa connotazione, su cui alcuni produttori si divertono a giocare andando oltre il tutto frutto immediato e appiattente.
Come ad esempio il rosato di Cantina Giardino da Coda di volpe rossa, annata 2006, per me “rosato dell’anno” (a mio insindacabile giudizio) prodotto da vigne vecchie di 60 anni piantate su suoli di flysch calcarei, argillosi, arenari ad una altitudine di 450 metri sul livello del mare. Macerato sulle bucce per due giorni, fermentato con lieviti indigeni in barrique esauste e affinato sui lieviti fini per almeno sei mesi mi ha salutato brillante di un colore che si collocava tra il rosato cerasuolo e il rubino scarico. Al naso frutto di ciliegia di disarmante “croccantezza” accompagnato da rimandi “fragolosi” e sfumature speziate, al palato un’acidità ed una mineralità che facevano da contraltare suggerendomi di correre subito al tavolo per accompagnarlo degnamente con un lauto pasto.
Un lauto pasto a base di risotto di zucca e taleggio, invece, ha accompagnato meravigliosamente il rosato “pista e mutta” targato 1999 - sì avete letto bene, una vendemmia di nove anni fa - di Massimiliano Calabretta, patron dell’omonima azienda etnea. Per me che amo i rosati di quel pazzo spagnolo di Lopez de Heredia non è una novità bere rosati d’antan: ma in questo caso, a maggior ragione, vi consiglio di cercarvelo perché merita l’assaggio (la bevuta). Da nerello mascalese e un saldo di cappuccio, da vigne di 70 anni a piede franco piantate ad un’altitudine di 750 metri slm, al naso racconta ciliegia, frutta candita e cera d’api, al palato, con ottima corrispondenza e bella freschezza acida, si lascia bere che è un piacere.

Steve Wonder, Superstiton

Nota: dopo aver svuotato una delle due bottiglie (o entrambe) ascoltate Steve Wonder, cliccate sull'immagine, e divertitevi.

posted by Mauro Erro @ 12:28, , links to this post


A volte ritornano: eno-laboratorio 08/09

L’anno scorso, chiacchierando con l’amico Fabio Cimmino, sommelier ais e giornalista (già collaboratore di Winereport, Lavinium, Tigullio vino, il sito di Luciano Pignataro, L'Acquabuona, enodelirio e la lista potrebbe continuare per molto) nonché wineblogger, e Tommaso Luongo, amico e delegato di Napoli dell’Associazione Italiana Sommeliers, nacque quest’idea di un nuovo modo di sedersi intorno un tavolo e parlare di vino. Degustazione condivisa la chiamammo. La volontà di giungere ad una verità partecipata e più alta, lasciando da parte gli inutili tecnicismi e parlando di vini veri. Ne uscì l’eno-laboratorio. Ci togliemmo una serie di sfizi niente male, tra cui ricordo la prima degustazione in Italia dei vini di quel matto di Lopez de Heredia (clicca qui), o la maratona Riesling tedeschi (25 in tre serate): tanto per citarne due, il Wehlener Sonnenhur Riesling Auslese 1985 di J. Cristoffel Jr. e il Niersteiner Petthenthal Riesling Auslese Trocken Selection 1996 di Heinrich Braun, mi fecero versare lacrime di gioia. Senza dimenticare alcuni dei vini più buoni che abbia mai saggiato in vita mia, dal Barolo di Borgogno del 1961 al Valtellina Vigna Regina Sassella Riserva 1991 di Ar.pe.pe., al Kurni del 1998, il Cirò Rosso Classico Superiore Riserva Doc Ripe del Falco 1987 degli Ippolito, per non parlare della doppia sessione sui Pinot Nero della Borgogna e dello Chambertin 2004 di Rossignol Trapet. Ovviamente, la lista potrebbe essere molto più lunga.
Bene, si riparte, e con il botto. Di fianco vedete la locandina dei primi 5 appuntamenti di questo nuovo anno, e non si poteva ripartire se non dal casus belli di questi mesi che ha visto pochi giorni or sono il duello tra Franco Ziliani, supportato da Teobaldo Cappellano, i cui Barolo incontreremo a Dicembre, e il Cavalier Rivella (una scontro su cui scriverò a breve): Brunello di Montalcino come tradizione (e disciplinare) comandano, dove spicca, tra gli altri buonissimi e di bellissime realtà, quello di Gianfranco Soldera. Poi Susanna Crociani e il suo Nobile di Montepulciano, il Chianti di Giovanna Morganti, il Lessona di Sella e il Barolo dei Cappellano. E questo è solo l’inizio. Cosa aggiungere?
Buon divertimento per chi ci sarà.

Daft punk, Harder, better, faster, stronger.

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Fiano di Avellino 2007, Azienda Vadiaperti

Del trio delle meraviglie di Montefredane, ad Avellino, oltre Sabino Loffredo dell’azienda Pietracupa e Antoine Gaita di Villa Diamante, credo di aver scritto poco di Raffaele Troisi e dell’azienda Vadiaperti. Rimedio tracciando le note di questo Fiano ed esprimendo alcune considerazioni sull’esperienza che ho maturato anche con vecchie annate. Partiamo da un dato, mi trovassi ad una degustazione alla cieca dei tre fiano delle aziende che ho citato ne vedrei delle belle. Parlare di tipicità diventa argomento improbo. L’uno differente dall’altro accomunati solo da un minimo comun denominatore. Venendo a questo posso sicuramente scrivere che l’impianto è di un vino schietto, senza tanti fronzoli, contadino nell’accezione positiva del termine – a me ricorda sempre il trebbiano di Pepe per certi aspetti – mineralità diffusa e, aggiungo, quello che riesce a durare mediamente di più nel tempo. Non ha la naturale (niente legno) nota burrosa, morbida, francese del Fiano di Antoine, la folle eleganza di quello di Sabino, ma ha tanto carattere, freschezza e sapidità da spendere in quantità ed immediatezza fuori dal comune. È un fiano che non si compiace, che non bada a cerimoniose stucchevolezze, che in questa annata si presenta di un colore che già si tinge di lampi dorati, e che rivela un frutto pronunciato. Ma la bevuta vien facile grazie, come scrivevo, al finale sapido-acido che allunga il sorso e ne invoglia il successivo. 11 euro, ben spesi.

Out of control, Rolling Stones

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