Segnalazione: viaggio nella mineralità dei riesling tedeschi

Come ho già scritto qualche giorno fa, l'ultima degustazione guidata da Fabio Cimmino ed organizzata in collaborazione con L'Associazione Italiana Sommelier delegazione di Napoli, ha visto protagonisti i miei amati riesling teutonici. Il primo atto di questo viaggio in tre capitoli lo trovate qui: la classificazione dei vini tedeschi e le note di otto riesling (tra cui anche quello protagonista del post di ieri) uno più bello dell'altro. Qui, invece, trovate lo scritto di Luca Massimo Bolondi, poetica penna, novizio al suo primo approccio con questi vini. La meraviglia, la sorpresa che troverete nel suo scritto meritano la lettura. Da abbinare ai Daft punk o, se preferite, a Rachmaninoff.

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Rheinessen, Niersteiner Petthenthal Riesling Auslese Trocken Selection 1996, Heinrich Braun

C'è da rimanere spiazzati: alzarsi in piedi per una standing ovation con applausi entusiasmanti o chinando il capo togliersi il capello in un atto di estrema riverenza? A distanza di un anno e mezzo dal primo assaggio lo ritrovo e quasi mi commuovo. Se bere un riesling è sempre piacevole, per questi che sanno essere i vini tra i più longevi al mondo il tempo diventa elemento fondamentale. Dal vigneto Pettenthal in Rheinessen (Renania) da terreni di ardesia rossa decomposta del Rote Hang, questo vino si presenta carico nel colore oro attraversato da brillanti quanto affascinanti rimandi di verde quasi fosse un extravergine d’oliva. Il naso non si stanca mai di tornare al bicchiere per annusarlo e cogliere una nuova sfumatura; non riesco a berlo: preferisco lasciarlo nel calice per tornarci più e più volte. Un orizzonte ampio dove s’avverte la noce moscata, sensazioni aeree e balsamiche di grande respiro di menta, frutta gialla matura, albicocca, ritorni floreali, zafferano, spezie e note minerali. Al palato occupa con baldanzosa opulenza tutto il cavo orale, allargandosi e allargando il palato a dismisura, riempiendolo con voluttà per poi scivolare via in un finale di matrice sapida nonostante l’acidità sia ancora di gran nerbo. Chi ne avesse una bottiglia potrà decidere se concedersi oggi o tra un decennio questo viaggio nell’Eden con ritorno. Da lacrime di gioia. She's leaving home, Beatles (forse il testo non c'azzecca più di tanto, ma la musica è celestiale).

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Il Wwf e Radio Rds: salviamo gli Astroni!

Riprendo e pubblico dal sito di Luciano Pignataro questo appello. Non aggiungo altro.


Non ho mai amato gli appelli e le catene di solidarietà perché sono ancora convinto che, per quanto bello e utile possa essere lo slancio volontario, è alla politica e alle istituzioni che spetta il compito di risolvere le emergenze. Visto però come stiamo messi in Italia e a Napoli riprendo e rilancio, invitando a fare altrettanto, l'appello del Wwf e di Radio Dimensione Suono per salvare una delle aree più belle in città, gli Astroni. Attorno al cratere c'è la più antica e ricca foresta italiana, assediata dal cemento, dove la viticoltura di aziende di qualità come le Cantine degli Astroni e Raffaele Moccia resiste integerrima alle sollecitazioni e ad alcune scelte come la tristemente famosa discarica di Pianura.

Basta poco: un sms al 48854 per offrire un euro, oppure due usando il vostro telefono fisso!

Contribuirete a sostenere uno dei più straordinari patrimoni ambientali del nostro paese, l'unico grande polmone verde di Napoli e darete un segnale verso quale direzione guardare per il futuro. E contribuirete alla prima scuola ambientale italiana

Spero che tutti voi che frequentate questo sito abbiate un euro da dedicare agli Astroni, ai vigneti di falanghina e piedirosso dei suoi contadini. Se solo ciascuno di voi facesse questo gesto una volta sarebbero raccolte parecchie migliaia di euro sino al termine della iniziativa, fissato per il 4 luglio.

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Castello dei Rampolla: doppia verticale di Sammarco e d’Alceo

Ancora sconquassato dall’entusiasmante degustazione di ieri sera, dei Riesling tedeschi di cui vado matto, dove tra gli altri, tutti buonissimi e tra cui scegliere diventa opera ardua, spiccavano il Niersteiner Pettenthal Auslese Trocken Selection 1996 di Heinrich Braun, un paio di Saumagen di Koehler Ruprecht (1992 e 2001) e l’immancabile Ederner Pralat di Weins Prum, vini di cui avrò modo di parlarvi nei prossimi giorni, torno alla doppia degustazione verticale dei vini (Sammarco e d’Alceo) di Castello dei Rampolla. Come già ho avuto modo di anticiparvi ieri, il 24 giugno a Roma presso l’hotel Cavalieri Hilton, a cura di Ais Bibenda Roma, alla presenza di Luca e Maurizia Di Napoli, titolari dell’azienda, di Giacomo Tachis, l’enologo, e guidata da Paolo Lauciani, ho partecipato a questo viaggio nel tempo di questi due cult-wine accompagnando l’amico e delegato di Napoli dell'Ais Tommaso Luongo e il sommelier Luigi Cristiano. 17 vini (Sammarco 1981, 1983, 1985, 1990, 1994, 1999, 2000, 2003, 2004; d’Alceo 1996, 1997, 1998, 1999, 2000, 2001, 2003, 2004) che racconto qui. Buona (lunga) lettura. Dick Dale "Misirlou", dal film Pulp Fiction (un video dell’epoca, 1963, invece, lo trovate qui).

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Vigna d'Alceo 1999, Castello dei Rampolla

Si è tenuta ieri, presso l'hotel Cavalieri Hilton di Roma, alla presenza dei produttori e dell'enologo Giacomo Tachis, a cura dell'Ais-Bibenda Roma, una doppia verticale dei vini di punta - Sammarco e Alceo - dell'azienda Castello di Rampolla. Ben 17 annate, una maratona affascinante e faticosa per il palato. Appena usciranno le note che ho scritto sul sito dell'Ais Napoli ve ne darò notizia. Nel frattempo, potete leggere alcuni cenni dell'azienda e una breve nota del 1999, tra quelli che mi hanno maggiormente colpito.
Dal 1994 l’azienda è a conduzione biodinamica, per cui si utilizzano solo lieviti indigeni per la fermentazione, non si aggiungono enzimi o prodotti coadiuvanti, l’utilizzo dell’anidride solforosa è ridotta al minimo.
La vigna è tra i 250 e i 300 metri sul livello del mare, le viti hanno un’età media che supera i trent’anni (anche se si sta provvedendo a nuovi innesti). La densità per ettaro è di 10000, oggi ridotti a 8.000, ceppi. La resa d’uva per pianta è alquanto significativa: solo 300-500 grammi! Il colore è compatto, concentrato, quasi impenetrabile. Il naso è ampio e parte da sentori di frutta di more in confettura, poi erbe e spezie, evidente una nota di finocchietto selvatico, poi agrumi (lime) e sentori floreali. Al palato ha grande equilibrio, una netta mineralità, ottima trama tannica: elegantissimo, chiude lungo. Metallica.

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Montefalco rosso 2005, Adanti

Lo so, fa caldo. Molti di voi saranno chiusi in uffici caldi e immagineranno una spiaggia quasi deserta ad eccezione della propria compagna; e se proprio deve essere vino, quello da sorseggiare, allora staranno pensando ad un bianco in secchiello con abbondante ghiaccio. Altri, invece, all’esclamazione fa caldo penseranno a quella nota pubblicità del tè agognandone un sorso, sperando sia accompagnato dalla modella procace pronta ad elargire le sue affettuose attenzioni pur di condividere la rinfrescante bevanda. A me, invece, è toccato durante un pranzo domenicale questo vino e, trovandomelo innanzi, non potevo far altro che berlo. Dal colore rosso rubino ben carico, da un uvaggio di Sangiovese in prevalenza, con l’aggiunta di Sagrantino, Cabernet Sauvignon, Barbera e Merlot, di buona consistenza, questo vino dell’azienda Adanti si fa apprezzare soprattutto per un’ottima naturalezza che al naso si esprime con evidenti profumi di frutta fragrante e succosa (prugna, amarena), sfumature floreali, tracce di spezie e odori di sottobosco. Al palato ha buona corrispondenza, si lascia bere, pur avendo nel finale una scia amarognola di un tannino che il tempo provvederà a levigare. Fa caldo, ma prendetene nota, ché ai primi freddi vi tornerà utile e piacevole. Erykah Badu.

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Wehlener Sonnenuhr Auslese 1994, Joh. Jos. Prüm

L’ultima classificazione dei terreni e dei vini tedeschi risale alla legge del 1971 (basata più sui residui zuccherini che non sulle differenze dei terreni) con qualche modifica avvenuta negli anni che non ha né semplificato né migliorato la situazione: anzi, ha complicato la vita del consumatore e la leggibilità delle etichette. In questo caso, però, al grosslage (aggregazione di molte vigne) Münzlay appartengono Lage di indiscusso valore: il Domprobst e l’Himmerleich nel paese di Graach, e i Sonnenuhr di Zeltingen e, appunto, di Wehlen. Questa azienda, guidata oggi da Manfred e sua figlia Katharina, che appartiene a quella che fu la grande famiglia Prüm che nel 1911 decise di separarsi (la divisione avvenne tra sei fratelli), possiede porzioni di tutti i blasonati lage sopracitati.
Questo vino, messo in commercio da poco, si è presentato tinto d’oro con fanciulleschi e irrequieti riflessi vividi, mostrandosi per brillantezza e intriganti trasparenze, di rara bellezza. Al naso presentava insistenti nuance sulfuree (i tedeschi abbondano con la solforosa) che nel tempo e con l’ossigenazione nel bicchiere svanivano per dar spazio a toni fumè, una mineralità di rocciosa purezza, su cui si adagiavano leggerissimi tocchi floreali, rimandi di citronella e pompelmo e timbri dolciastri. Al palato, la perfetta corrispondenza diveniva un walzer in cui l’acidità e la dolcezza raggiungevano il sublime equilibrio che donava grande bevibilità. La freschezza acida ripulente invoglia al continuo sorso, ma potete anche aspettare prima di stapparla: ha ancora tanta vita dinnanzi a sé.
Locus iste, Anton Bruckner.


P.S. La foto è tratta dal Blog Violamelanzana.

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Alla ricerca del tempo perduto: segnalazioni varie

Si corre sempre. Anelando chissà che o chissà cosa e sempre alla ricerca di tempo. Purtroppo in questo periodo non riesco ad aggiornare il blog con maggiore frequenza: mi dispiace. Non che di vini affascinanti non ne stia incontrando. Anzi, al più presto mi e vi prometto, complice il buon Giovanni Ascione (mi sa mi sa che qualcosa di sfizioso con lui la dovrò organizzare) che sull’ultimo numero di Bibenda me lo ha ricordato con un approfondito reportage sui riesling tedeschi, di scrivere del fantastico J.J. Prum del 1994 che ho aperto in onore di un amico fraterno che compiva gli anni. Chi volesse qui trova, sul blog di Viola, la ricetta della deliziosa cheesecake che s’accompagnava al vino e ai festeggiamenti, nelle foto vedrete sullo sfondo anche la santa boccia.

Sono di ritorno da Battipaglia, dalla Fabbrica dei Sapori, dove mi sono divertito a saggiare coda di volpe, ma soprattutto nel backstage (l’immensa cucina) dove vari chef si alternavano, collaboravano, ridevano e scherzavano. Non sempre si ha l’opportunità di vivere il mondo della cucina di qualità da dietro, anzi, di più, avendo l’occasione non solo di guardare ma di dare addirittura una mano a realizzare un piatto (non è che abbia fatto chissà che, le indiscusse mie incapacità a tal proposito avrebbero rovinato anche la più semplice delle preparazioni). E così mi sono ritrovato con Maurizio Somma, genius loci nonché patron del Papavero di Eboli e Fabio Pesticcio (solitamente lo Chef pâtissier ), mentre Mimmo Vicinanza si occupava della casa madre, a divertirmi in cucina con Lino Scarallo, gentile, disponibile e giovane chef di Palazzo Petrucci a Napoli, che stavolta invece di cucinare per me (una visita giusto un paio di settimane fa) cucinava con me (più o meno: lui cucinava, io cercavo di non far danni): insomma un’esperienza divertentissima.
Domani sera, invece, incontrerò la squisita Isabella Pelizzatti Perego, figlia di Arturo, che con il fratello conduce la mitica, come mitici sono i loro nebbiolo valtellinesi, azienda Ar.pe.pe., per sviluppare un’idea sfiziosa che la coinvolgerà in terra campana il prossimo settembre.
Se la salute, il tempo e dio vorranno, lunedì, poi, sarò in quel di Genova per il Tigullio vino meeting, dove spero di poter incrociare calici e risate con alcuni di voi: giornalisti, produttori, blogger, appassionati, enocuriosi.
E se io sono alla ricerca del tempo perduto, l'Elogio del tempo ritrovato, invece, è il titolo del resoconto scritto dall’amico Fabio Cimmino sulla rivista on-line L’acquabuona, della serata che la settimana scorsa, in collaborazione con la delegazione dell’associazione italiana sommelier di Napoli, abbiamo organizzato: protagonisti i grandi vini spagnoli di Lopez de Heredia. L’articolo lo trovate qui. Chi non fosse sazio ed ancora curioso, potrà leggere qui, le mie note.

P.S. Nella foto: i piatti attendono che Lino Scarallo finisca la sua opera.

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Lacryma Christi Vigna del Vulcano 2003, 2004, 2005, Villa Dora

Avevo un pegno da pagare. Un vino (Lacrima Chrysti 2004 vigna del vulcano, Villa Dora) che avevo bevuto poco prima delle festività natalizie passate e che non avevo avuto modo di raccontare (all’epoca questo blog non era neanche stato pensato). È così che ieri ho partecipato all’ultimo dei tre giorni dedicati al Coda di Volpe alla Fabbrica dei Sapori (Battipaglia, Sa), manifestazione organizzata da Luciano Pignataro.
Ieri toccava alla provincia di Napoli, gli altri due giorni sono stati dedicati all’avellinese (che peccato essersi perso la verticale del Coda di Volpe di Raffaele Troisi di Vadiaperti, vinello che consiglio vivamente) e al Sannio. Prima di lasciarvi agli appunti veloci della verticale voglio segnalarvi alcuni vini presenti, invece, ai banchi d’assaggio e che vi consiglio di bere: Coda di Volpe 2006 e 2007 (vendemmia leggermente tardiva) di Sylva Mala (Pompeiano igt), naturalezza e mineralità, niente picchi, ma ricordiamoci che parliamo di Coda di Volpe. A seguire, Coda di Volpe di De Angelis e Lacryma Christi di Podere del Tirone, entrambi 2007, scontano ancora un naso un po’ banale, ma al palato la beva è trascinante grazie alla buona acidità, ma soprattutto all’ottima sapidità.

Lacryma Christi Vigna del Vulcano 2005, Villa Dora
: All’inizio è quello che mi risulta più difficile inquadrare: scompostezza del vino o naso del degustatore che doveva ancora calibrarsi? Pare quasi faccia legno, ma non lo fa. Il colore viaggia tra il paglierino e l’oro, al naso deve scontare un’iniziale botta di zolfo che col passare del tempo svanirà favorendo l’espressione dolciastra di un frutto maturo. Tanta materia che al palato è accompagnata da buona acidità e sapidità (saranno delle costanti), chiusura amara e un filo di alcool di troppo che al palato s’avverte. Alla fine, invece, è proprio quello più facile da inquadrare. Prodotto tecnicamente eseguito bene, con qualche difettuccio, ma che, almeno personalmente, non emoziona.

Lacryma Christi Vigna del Vulcano 2004, Villa Dora
: è quello che aspettavo di ritrovare. Il colore vira in maniera più insistente rispetto al predecessore sull’oro. Il naso gioca su un equilibrio (forse mancato) di sentori minerali accentuati sporcato da un sentore di medicinale (feccino?), a cui si susseguono delle intriganti note animali. Al palato è quello che ha maggior equilibrio con accentuata sapidità. Passaggio in tonneau per tre mesi.

Lacryma Christi Vigna del Vulcano 2003, Villa Dora
: Oro carico e concentrato. Già dal colore si intuisce il calore dell’annata e il lungo passaggio in legno: 24 mesi (in un’annata così calda, perché?). Caramello, rimandi balsamici, fiori, accentuate note boisè. Al palato è imponente, ma allo stesso tempo ha buona freschezza e ancora, quasi un timbro, tanta sapidità. Prodotto più piacione, che io farei fatica a bere: dimentica il tentativo di aderire al territorio per viaggiare verso altri lidi.


'O ssaje comme fà 'o core, Pino Daniele e Massimo Troisi.

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Fiano di Avellino 2006, Pietracupa

Sarà pure un’annata stramba, ma una volta bevuto questo vino come si fa a non dire: ma quanto è buono? Sabino, ragazzo timido, eccentrico e vignaiolo in quel di Montefredane, a due passi da Raffaele Troisi (Vadiaperti) e Antoine Gaita (Villa Diamante) – il trio delle meraviglie – ci dona un vino da bere adesso: un’esecuzione impeccabile, una goduriosa bevuta. Tra il paglierino e l’oro il colore è vivo e luminoso con riflessi brillanti. Al naso propone, con buona intensità e contrariamente a quanto si è abituati (i bianchi di Sabino Loffredo giocano quasi sempre più sull’eleganza) profumi di frutta bianca e di fiori bianchi impreziositi da rimandi ad erbe aromatiche e spezie e, di buon richiamo varietale, nocciola, castagna e accenni di miele. Al palato è coerente, acidità ben presente ed abbastanza lungo. Forse non durerà chissà quanto, ma oggi è proprio un bel bere. The Fratellis.

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Carmine a Punta Licosa

Il mare era uno specchio. Una tavola di sfumature di blu: più cupo e scuro in lontananza, un velo trasparente adagiato sulla bianca sabbia in prossimità della battigia, ove una leggera risacca, insieme al cinguettio degli uccelli, s’occupava di tranquillizzare le orecchie. L’acqua fresca e non fredda – come può essere solo in un pomeriggio di maggio inoltrato – ti invitava incessantemente: tuffarsi ignudi senza alcun filtro di cotone o nylon bagnaticcio che si attacca alla pelle, godendo del contatto con la natura, e nuotare fino a largo lavando via i pensieri e le ansie o gustarsi un sonnellino abbandonandosi sulla sabbia, lasciandosi cullare da quella piccola baia che manteneva ancora la sua indole incontaminata e selvaggia, nonostante avesse in parte ceduto al richiamo del turismo e del danaro?
Avevo immaginato il ristorante di Carmine – capostipite di una famiglia di pescatori – come una baracca scalcinata raccolta su un promontorio che si tuffava a mare: le finestre della terrazza da cui sporgere le braccia per sciacquarsi le mani nell’acqua salata. Piccolo, intimo, silenzioso a tal punto da non disturbare né i pesci, né gli uccelli, né tutti gli altri animali, fossero pure le insopportabili zanzare che senza opportunità di scelta, tolleravano l’invasione dell’uomo. Ma le aspettative sono uno dei maggiori problemi di un uomo: ti privano del piacere della scoperta inaspettata, della sorpresa e della conseguente innocente meraviglia ed allo stesso tempo sono l’anticamera di possibili delusioni.
Il ristorante di Carmine, ad insaputa di chi me ne aveva parlato e mi ci aveva accompagnato, era diventato anche albergo. Un palazzetto di tre, forse quattro piani, già animato da villeggianti e turisti del finesettimana in costume con al seguito una folta pattuglia di chiassosi pargoli. Dopo aver sceso un certo numero di scalini si arrivava all’ingresso: una saletta rettangolare i cui lati corti erano occupati da un bar da una parte e un salottino di poltrone e divani in vimini dall’altro, che guardavano uno schermo che trasmetteva le immagini di un gran premio automobilistico: neanche a farlo di proposito, Montecarlo. La sala principale era tutt’altro che raccolta. Grande da contenere almeno cento posti a sedere e un luculliano banchetto cerimoniale. La terrazza era stata ridimensionata e, ovviamente, i tavoli già tutti occupati da famiglie imbellettate, ove ognuno dei componenti, vanitosi, più si scopriva e più mostrava agli altri, in segno di sfida, un’abbronzatura più uniforme, migliore o chissà che.
Carmine era seduto al tavolo di fianco a quello dove fummo sistemati da un servizio semplice, ma sempre cortese, in compagnia di commensali con cui doveva avere un certo grado di confidenza. Capelli bianchi, pancia rotonda, gesti lenti e misurati e parole sussurrate: quelli di un pescatore abituato a non spaventare le sue prede nel silenzio di una notte o di un’alba di lavoro. O forse è l’immagine, il vestito cui noi per abitudine, e lasciandoci al romanticismo, siamo soliti fargli indossare.
Iniziammo con una zuppa di cozze. Già in quel momento capii come erano abituati a trattare il pesce, i molluschi e tutto il ben di dio che proponevano: con rispetto. Ne fui certo quando arrivarono i primi: castellane alla Carmine e spaghetti con le vongole. Il piatto intitolato al capostipite era ciò che m’aspettavo: deciso, saporito, sostanzioso per chi torna da una giornata faticosa trascorsa in mare. E il mare è faticoso assai. Zucchine, frutti di mare, gamberetti adagiati su di un sugo insaporito probabilmente da una certa quantità di brodo di pesce utilizzato per tirarlo, accompagnati da pasta corta – le castellane – di spessore e bella grana. L’altro, invece, delicatissimo: le vongole, freschissime, abbracciate dagli spaghetti cotti alla perfezione. Non erano trattate con il disprezzo di chi le copre con sapori forti d’olio fritto: sapevano semplicemente di mare. A quel punto, dopo aver innaffiato quei rinfrancanti bocconi con almeno due o tre bicchieri del vino che avevo scelto, il Fiano Pietraincatenata le cui viti, a qualche manciata di chilometri da lì, Luigi Maffini allevava, mi ero riconciliato con me stesso. La buona compagnia di cari amici e di una bella donna aveva fatto il resto, anzi, dirò di più, la compagnia di una bella donna a cui piace mangiare e bere è una tentazione che ogni uomo dovrebbe concedersi spesso nella vita.
Finimmo, prima di adagiarci sulla spiaggia, con una seppia alla brace che finalmente non aveva il sapore di cartone congelato, e una frittura di pesce con gamberi e calamari che, da sola, valeva il sogno infranto.

Dal film Mo’Better blues, di Spike Lee.

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Segnalazione: "In difesa dell'identità del vino italiano"

E con dovere morale (e con piacere) che rilancio l’iniziativa “In difesa dell’identità del vino italiano”, invitandovi a leggere, condividere e firmare la petizione a firma di Marco Arturi e Sandro Sangiorgi che ho appreso grazie al blog dell’amico Fabio Cimmino, nonché dalla puntuale segnalazione di Franco Ziliani. Su questi argomenti mi è capitato di soffermarmi e di scrivere su questo blog, per cui non credo ci sia bisogno di aggiungere altro se non invitarvi a leggere sul sito di Porthos l’articolo di Sandro Sangiorgi il mostruoso equivoco, tratto da Porthos n.28.


P.S. La foto è tratta dal sito di Michele Dalla Palma.

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Vino Nobile di Montepulciano 2004, Dei

Le attenzioni solitamente si soffermano sul suo fratello maggiore, il cru Bossona: indubbiamente, nella giusta annata, un gran bel vino. Ma, l’altro giorno, negli ultimi scampoli di una stagione rossista di bevute ed assaggi che volge al termine (era anche l’ora che il caldo ed il sole sopraggiungessero) ho stappato con consequenziale grande godimento questa bottiglia. Una premessa: gli assaggi “sangioveschi” dell’annata 2004 (volendo ricordare vini di cui ho scritto: Morellino di Scansano i Botri e Carmignano Terre a mano) stanno rivelando una bella annata su cui gli appassionati potranno soffermarsi con sommo piacere (a patto di scelte giuste ed oculate) e che potranno, volendo, metter da parte in cantina. Un’annata di grande equilibrio che in buona parte si sta già rivelando fruibile e piacevole oggi, che mostra caratteristiche di eleganza indiscusse, ma con notevoli potenzialità di durata (ovviamente discorsi generici di tal fatta vanno presi con le dovute precauzioni, onde evitare indesiderati effetti collaterali). Il colore è un rosso rubino di ottima intensità cromatica e dal timbro tonale ancor carico, ma vivo e squillante di riflessi e trasparenze sull’unghia accattivanti. Al naso, sofficemente, procede su un registro fruttato: croccanti e succose prugne, ciliegie ed amarene. Da pendant emergono toni floreali di viola, spezie, tabacco ed un tappeto di sottobosco. Al palato, oltre la giusta corrispondenza con i profumi avvertiti, mostra la sua eleganza con un tannino soffuso e ben integrato, ed un’ossatura presente, uno scheletro importante, nella giusta freschezza acida. Volendo trovare un piccolo limite, un pizzico di alcool di troppo, forse, è giusto dirlo, accentuato dalla temperatura di servizio non ottimale. Affina 24 mesi in botti di rovere di Slavonia da 33 ettolitri, a cui seguono sei mesi in bottiglia prima della commercializzazione. Pulp, Mile end.

posted by Mauro Erro @ 11:26, , links to this post






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