Segnalazione: i vini anfora

Finalmente l’ho scritto (con buona pace del “Magnifico” delegato di Napoli dell’associazione Italiana Sommelier, nonché facente funzioni di “direttore editoriale” del blog della delegazione). Mi riferisco al resoconto della serata sui vini anfora – nell’eno-laboratorio messo in piedi da un manipolo di matti bevitori – a cui seguono le note di degustazione di Claudio Tenuta dei vini bevuti: Amphora 2005, Castello di Lispida; Serragghia 2006, Giotto Bini; Breg 2001, Josko Gravner. Chi è interessato lo trova qui. Da abbinare, a proposito del mistero che ammanta questi vini e le anfore, a The fool on the hill dei Beatles, tratto dal album Magical Mystery Tour realizzato nel 1967 e colonna sonora dell’omonimo film di e con i Fab Four. Prossimo appuntamento dell’eno-laboratorio i vini spagnoli di Lopez de Heredia (a proposito di matti) che vedrà l’intervento, tra gli altri, di Bruno De Conciliis (a proposito di bevitori), genius loci dell’azienda di famiglia.

Anche in questa sede voglio ringraziare per la disponibilità e per le informazioni fornitemi Josko Gravner, Alessandro Sgaravatti e Gabrio Bini. Un particolare ringraziamento ad Antonio (che vedete ritratto in foto) e Daniela di Gruttola (Cantina Giardino, Campania).

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Viaggio nelle langhe: Teobaldo Cappellano

Ho chiesto al caro amico Luigi Metropoli, autore dello scritto che segue, di poter pubblicare questo suo splendido racconto che stamane ho letto sul Blog Divinoscrivere. Merita la vostra attenzione.

Il cielo padano, come ogni buon pregiudizio vuole, è plumbeo, minaccia pioggia. Da Modena si cerca ossessivamente una risposta dal meteo, come uno sterile esercizio di divinazione, prosaico e per lo più inutile. Forse pioverà per tutti e tre i giorni di permanenza nelle Langhe. Del resto la mia prima visita langarola dovrebbe restituirmi un’atmosfera più intonata ai posti, più novembrina che primaverile. E sarà così. Poco male, dunque…
Alle 11 del 16 maggio 2008, dopo 2 ore e mezza in auto, siamo in località Serralunga d’Alba: sulla nostra sinistra le vigne di Fontanafredda e appena più avanti la cantina. Non è lì che siamo diretti. Poco più in là, sulla destra c’è la casa di Teobaldo Cappellano. La scorgiamo appena, mentre puntiamo dritti sulla salita che porta al centro del paese. Ci fermiamo, torniamo indietro e suoniamo il citofono. Augusto, figlio di Baldo, ci riceve, come da appuntamento. C’eravamo conosciuti ad Isola della Scala poco più di un mese prima, in occasione della rassegna dei “Vini veri”, fortemente voluta alcuni anni fa dal papà Baldo. Altissimo e snello, con una chioma riccia e scomposta, vestito molto casual Augusto ha un aria svagata che lo rende immediatamente simpatico. È molto informale e questo ci mette subito a nostro agio.
Apre una porta: “Prego, la cantina è tutta qui”, come per dire: scusate se è poco. Cappellano è uno di quei viticoltori che vive sulle barricate, uno di vedetta: Baudelaire avrebbe parlato di avanguardia, eppure a pensarci il paragone non soddisfa… Baldo Cappellano, il presente, e Augusto, il futuro dell’azienda di famiglia, sono più prossimi a quella idea di rivalutazione, di riciclo, di riutilizzo, di riduzione, di ricontestualizzazione, a quelle “8 R”, insomma, che Latouche individua quali uniche strade per realizzare l’utopia concreta di un mondo giusto, sereno, solidale, in un equilibrio virtuoso tra uomo e uomo e tra la nostra specie e ciò che la circonda: guardare avanti partendo da ciò che è già sotto i nostri occhi.
Liberare il vino dalla schiavitù di un alienante processo industriale: questo il progetto non scritto di Baldo. Restituire alla natura i suoi cicli, in una prospettiva che vede l’uomo quale parte del tutto, un attore tra i tanti, e non il despota di un regno di cui si è appropriato indebitamente.
Partendo da qui forse si comprende meglio l’afflato rivoluzionario del progetto di Cappellano e di altri vignaioli che come lui credono in un vino che sia emblema della differenza, dell’inassoggettabile, del rispetto per la natura. Non è primitivismo, ma la semplice riscoperta di un dono, il vivere la vita da un’angolazione diversa.
Possono l’atto della vendemmia e quello della vinificazione significare tanto? La risposta è sì. Un macrocontesto non può non tenere conto del micro: in tale dimensione il valore di un gesto è incommensurabile.
Non dichiarano la loro azienda biologica o biodinamica, ma nei fatti sono anche di più: una semplicità e una naturalezza di ritorno nella concezione del lavoro in vigna e in cantina ne fanno degli alfieri non solo della tradizione, che è già cultura, ma dell’equilibrio naturale. Ecco, loro esplorano quell’area di contiguità tra il fatto naturale e quello culturale, inaugurando un dialogo permanente.
“Cosa vi faccio assaggiare? Vediamo…” E intanto Augusto ci mostra le vasche per la fermentazione, le botti – grandi, è ovvio – dove il vino riposa dopo quasi 30 giorni tra fermentazione e macerazione. Spilla da una di esse un po’ di liquido, granato, non del tutto assestato nel colore e non un campione di limpidezza (ma è dalla botte e mi sorprenderei dell’inverso!). è il Piè Rupestris ’05 Otin Fiorin, dal vigneto Gabutti. Un barolo piuttosto maschio, dai toni non certo accomodanti. È la china il primo ricordo, il rabarbaro, erbe amare, su un fresco fascio di viola non del tutto sbocciato: scontroso, chiuso e non ancora “fatto”. Lo si avverte soprattutto al palato, dove l’alcol risulta non del tutto integrato, mentre le durezze del vino sono accentuate (specie nel tannino ancora troppo tenace). Ad ogni modo è un vino che sosterà ancora molto in botte prima di essere imbottigliato, prima di diventare Barolo. Più rilassato il 2004, ugualmente campione di botte. Già al naso ha maggiore definizione e, dietro le erbe amare e il tono terroso, si rivela pian piano un frutto piacevole: in bocca ha lunghezza e determinazione; senza imporsi, lentamente percorre la lingua, pur facendo intravedere la sua indole mai doma e il passo ribelle e scalpitante della gioventù. Eppure la continuità tra i due è nell’architettura che predilige i contrasti e i chiaroscuri, un profondo intimismo gotico, giocato tra ritrosia e apparizione, anziché l’esuberanza e la celebrazione di un frutto troppo spinto, un barocchismo che purtroppo contraddistingue molti dei vini della nostra epoca. Si tratta di un nettare che seppur molto giovane e spigoloso (l’anima di Serralunga si avverte da un miglio lontano) rivelano toni principalmente terziari. E qui è il fascino di questo splendido campione delle Langhe.
A questo punto Augusto passa al Pié Franco ’04 Otin Fiorin, da varietà nebiolo (rigorosamente con una sola b, come vuole Baldo) michet. Il piede franco per il nebiolo è stato impiantato nell’89 laddove non ci sono terreni in prevalenza sabbiosi: un capriccio? una sperimentazione? Fatto sta che il Pié Franco esiste ed è seducente. Granato netto. Naso completamente diverso dal Rupestris. Appena più dolce e, permettetemi, più ampio: alla terrosità della viola si sostituisce il tratto vellutato della rosa, un sibilo di liquirizia e ancora la china, accenni di balsamicità, ma soprattutto canfora (un tratto che trovo in molti rossi da piede franco – e nella mia regione ce ne sono ancora tanti –, sarà una mia fantasticheria, un ingannevole condizionamento…). Al palato è coerente, declinando la sua meravigliosa architettura in una misurata eleganza, avvolgendo il palato in modo più carezzevole, con frutta e spezie a donargli complessità e morbidezza ad un tempo, pur esibendo nel finale un tannino ancora selvaggio: è di sicuro più pronto del Rupestris e già godibile ora, ma, complice anche l’annata, ha una lunghissima vita avanti.
Prima di congedarci Augusto ci fa assaggiare il Barolo Chinato: un crescendo magistrale e una degna chiusura della prima visita. Anche qui il colore è il granato del barolo, con qualche riflesso più squillante. Ma il protagonista è l’olfatto: naso che regala emozioni, con un sentore di alchermes riconoscibilissimo (volgarmente potremmo dire: zuppa inglese). Un rincorrersi di cannella, chiodi di garofano, vaniglia… che ritornano anche al palato, caldi ma mai banali, chiudendo con un’eleganza e una pulizia da manuale.
È ora di pranzo e prendiamo congedo da Augusto. Gli scriveremo presto, questa la promessa (e magari passiamo prima possibile a trovarlo ancora).

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Spigau Crociata 2002 (Pigato), Le Rocche del Gatto

Avevo sentito tanto parlare di questo vino e fino all’altro ieri sera non avevo ancora avuto modo di saggiarlo. Dopo averlo saggiato, sono ritornato a cercarne notizie, o meglio, impressioni di altri degustatori. È un gran vino, indubbiamente. Talmente grande (e dal prezzo piccolo piccolo) che richiede un assaggio prolungato, meditato, almeno tre bicchieri, uno stato empatico, un moto di penetrazione vinosa, di immedesimazione: compenetrare nel fluido per afferrarne la poesia, l’eleganza. Da terreni argillosi e ricchi di ferro sulle prime colline dell’entroterra d’Albenga, le uve vengono raccolte manualmente; dopo una lenta macerazione pellicolare di sei-sette giorni a temperatura controllata (il colore sarà uno dei motivi per cui questo vino esce dalla D.o.c. – rifiutato dalla commissione – per divenire un semplice – e grande – vino da tavola) segue un lungo periodo di sosta sulla feccia nobile. Ed è nobile sin dal colore di cui si veste questo vino che consistente si lascia cadere nel cristallo: un oro antico carico, vivo e brillante. Al naso è “buccioso”, minerale da far paura per persistenza, odore gommoso tipico del vitigno, ma ancora erbe aromatiche e spezie, un’ampia apertura su sentori floreali presenti, ma in questo caso sussurrati, di sottofondo. Al palato è trascinante sia per l’acidità, ma soprattutto per l’accentuata sapidità di matrice minerale. È voluminoso nel centro bocca, ma la bevibilità e semplice, chiude lungo implorando l’incontro con il cibo. Lode a te Pigato (fossero tutti così). My girl.

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Elucubrazioni vinose

L’Italia, si sa, è la nazione delle opposte fazioni. Destra e Sinistra per dirne una, o, uscendo da discorsi complicati addentrandosi in territori più frivoli, Mazzola o Rivera? Del Piero o Totti? E così, arrivando a ciò che mi attiene, grande azienda-contadino, lieviti selezionati-lieviti indigeni, botte grande-barrique, vini veri-vini finti. Ciò che alla fine porta molti di coloro che sono invischiati in questi discorsi a commettere degli errori è la facilità di generalizzazioni, l’assumere posizioni quasi ideologizzate mischiando tutto e il contrario di tutto solo per difendere la propria posizione in un arroccamento privo di spirito critico. E, se in tema di Football è capibile – l’Italia è probabilmente uno di quei pochi paesi che possa vantare sessanta milioni di allenatori – per quanto riguarda il vino, un degustatore e comunicatore dovrebbe in linea di massima evitare di cadere in questi facili banalizzazioni.
Sarà banale dirlo, ma un contadino non necessariamente fa il vino più buono del mondo, così come la grande azienda non necessariamente fa il peggiore. Ma ciò ha veramente importanza? No! Un degustatore valuta (o almeno dovrebbe) ciò che nel bicchiere gli si presenta, e racconta ( o almeno dovrebbe) le impressioni che bevendo ha tratto. Le informazioni riguardanti il vino, l’azienda, gli strumenti e le pratiche di cantina adottate non devono inficiare le valutazioni che un bevitore esprime: un degustatore deve solo prenderne atto. Così come i discorsi riguardanti il mercato, il numero di bottiglie vendute o discorsi riguardanti la piacevolezza. Se devo valutare un vino perché dovrebbe interessarmi quante bottiglie vende o se quel vino piace o meno? E poi, piace a chi? Il vino deve essere buono? Si. Nella sua semplicità questa affermazione appare quasi banale. Ma lo è veramente? La piacevolezza è un discorso assai spinoso e, almeno per quanto mi riguarda, poco interessante: discernere e discutere di gusto, una valutazione prettamente estetica, ha poco senso.
La Coca Cola è buona o meno? Così come far diventare un vino piacevole (per chi non si è ancora capito, immagino che un vino sarà piacevole per alcuni, e meno per altri) espressione di un territorio è altrettanto insensato. A chi verrebbe mai di chiedersi se la Coca Cola è una bevanda di territorio? Ho difficoltà ad immaginare orde di appassionati iscriversi ai corsi per diventare degustatore di bevanda analcolica.
Molti ad esempio confondono il discorso del territorio o terroir per dirla alla francese con una sorta di idealtipo preesistente dai tempi degli antichi romani, contrapponendo a quest’idea, una di natura mutevole, dinamica, legata al gusto e al mercato. Nulla di più sbagliato. L’esistenza o meno di una tradizione non ha nulla a che vedere con il discorso di territorio o terroir, ma tutt’al più è inerente ad un discorso che riguarda le pratiche di trasformazione dell’uva per farla diventare vino adoperate dall’uomo. Il terroir, e per terroir si intende l’insieme di fattori pedoclimatici, quindi per esser più chiaro, le particolari condizioni climatiche di una zona e la composizione dei suoi terreni, non esiste e non può esistere in funzione del mercato. Esiste o meno. Per fare un esempio, non è l’utilizzo di botti grandi o barrique, né tantomeno l’utilizzo di lieviti indigeni o selezionati a rendere il Barolo un vino di territorio, ma è il territorio in se e per sé che rende il Barolo un vino diverso da qualsiasi altro nebbiolo piantato altrove. Il discorso di territorio implica il concetto di unicità. L’esistenza o meno di una tradizione precedente è un discorso fuorviante, anche perché nulla vieta di scoprire nuovi territori ove la vite non è mai esistita. Allo stesso modo, non sono i volumi di vendita a stabilire l'esistenza del territorio. Tanto per fare un esempio di un vino di cui ultimamente ho letto spesso e su cui si apre spesso un dibattito fuorviante è il Terra di Lavoro di Fontana Galardi, che nella versione 2005, ha appena conquistato la nomination per il miglior vino rosso degli Oscar del Vino di Bibenda-Ais Roma: che il Terra di Lavoro possa essere un vino piacevole e che sia un vino acclamato da buona parte della critica e premiato dal mercato dovrebbero essere fatti di cui prendere atto. Fatti non opinabili. È opinabile che in virtù di questo, questo vino divenga un vino di territorio. Se nel bicchiere non avverto caratteristiche organolettiche riconducibili al concetto di territorio, quel vino piacevole o meno (non sono io a doverlo stabilire) diviene l’esercizio stilistico di una capace enologo replicabile in ogni dove.
D’altra parte rimango talvolta spiazzato da certe affermazioni. La settimana scorsa ho avuto modo di introdurre una serata dell’A.I.S. Napoli sui vini anfora. Durante la degustazione uno dei sommelier affermava, non so quanto consapevolmente, di una presunta particolarità di uno dei vini. Cavalcando discorsi filosofico-spirituali o sotto il vessillo della naturalezza (presunta) un degustatore non può e non deve far passare ciò che è un palese difetto per particolarità. Un difetto è un difetto, punto. Per non parlare dei lieviti selezionati. I lieviti selezionati rappresentano un problema laddove alterano palesemente le caratteristiche varietali di un vitigno. L’altro giorno durante la manifestazione Vitigno Italia, un rappresentante commerciale di un’azienda campana mi chiedeva di saggiare un vino e dirgli cosa ne pensavo. Si trattava di un uvaggio di Fiano e Greco in pari percentuali. Davanti a questi vini parlare di tipicità, varietali e quant’altro può essere assai complicato, ma se al naso avverto l’impianto aromatico di una moscato, e al palato le note vegetali che posso ricondurre ad un Sauvignon blanc non posso esimermi dal chiedere come l’enologo sia riuscito nell’impresa di far diventare fiano e greco due vitigni aromatici.
In conclusione (per modo di dire, il discorso è fin troppo ampio) ad un degustatore e comunicatore, onestà a parte, bisognerebbe chiedere uno spirito critico che lo porti ad abbandonare qualsiasi convinzione già acquisita ed un approfondimento, una curiosità maggiore, uno studio tecnico-scientifico costante, evitando prese di posizione o certezze assolute perché è di vino che si parla, e bisogna ricordarsi come scritto da Fabio Rizzari che Il giudizio di gusto espone più di altri al ridicolo potenziale, e rivela più di altri la nostra fragilità. Chi accetta di correre questo rischio ha un atteggiamento più rilassato e libero, non ostile verso gli altri. Il rischio di essere traditi dal proprio lato imbecille è sempre dietro l’angolo, e non conosco un singolo degustatore professionista che non abbia scritto qualche cazzata sparsa.
Ora non rimane che chiedersi per i prossimi europei: Cassano si o Cassano no?
Nel frattempo Seven nation army, sperando che sia di buon augurio…..po…po po po po po….po.

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Terra di Rivolta Riserva 2003, aglianico del Taburno, Fattoria La Rivolta

Ho sempre preso sotto gamba questo vino in virtù di bevute passate, in varie annate, che non mi avevano del tutto convinto. Ieri, all’interno della manifestazione Vitigno Italia, ho partecipato ad una degustazione orizzontale della difficile annata 2003 che vedeva contrapposti l’aglianico taurasino (Taurasi Villa Raiano, La molara, Macchialupa) a quello del Taburno (Grave Morae, Fontanavecchia; Bue Apis, Cantina del Taburno; e questo). L’accoppiata Paolo Cotroneo, il patron, ed Angelo Pizzi, l’enologo, tira fuori, grazie ad un’annata estremamente particolare, un vino che ieri si è elevato, fuor di ogni dubbio e gusto, al di sopra degli altri per compiutezza ed eleganza. L’annata ha inciso a mio parere come acceleratore di maturazione, regalandomi sensazioni che, solitamente, arrivano dopo molti anni dalla vendemmia. Il colore era un rubino che cedeva in toni leggermente aranciati. Al naso sviluppava profumi floreali, mentre il frutto era relegato a niente di più che un vago ricordo; sensazioni minerali terrose, spezie, tabacco, cuoio, in una complessità che difficilmente ci si aspetterebbe, come inusuale era la spalla acida ben presente. Tannino da manuale. Mi diverto sempre molto quando mi trovo innanzi degustatori (bevitori) dalle certezze assolute. Ogni vino, come un essere umano, è un’esperienza unica, ed è già tanto se si riesce a capirci qualcosa. Rimane, vivaddio, il piacere godurioso della bevuta. E con questo vino, c’è di che goderne. Elastica.

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Fontalloro 2001, Fattoria di Felsina

Impelagato in faccende lavorative e attanagliato da un raffreddore che m’impedisce di assumere alcool (più o meno) in maniera da goderne, torno ad un assaggio di circa sei mesi fa. Felsina vuol dire Sangiovese, di stampo più classico con il Chianti Classico Rancia riserva, di stampo più moderno senza tradire un’idea di legame con il territorio (quello di confine tra le denominazioni Chianti classico e Chianti colli senesi) con il Fontalloro. Dai terreni rocciosi e calcarei del Chianti Classico e quelli sabbioso limosi delle Crete senesi, le uve (100% sangiovese) coltivate a Guyot semplice con un massimo di 5/8 gemme per ceppo vengono raccolte a mano. Dopo la fermentazione, il vino affina in barrique per 18/20 mesi a cui segue un periodo di riposo in bottiglia che varia tra gli otto e i dodici mesi. Allo sguardo si presentò cupo, concentrato, un rubino dai toni marcati che inducono all’errore. Il naso era soffice, sussurrato, giocato sull’eleganza e la finezza: frutto di ciliegia e mora, ma anche sensazioni floreali di violetta e delicate sfumature dolci di cannella impreziosite da sentori di terra e pepe nero. Al palato si espresse suadente, carezzevole, ben spinto dalla componente acida che completava il quadro che mostrò una dama di rara eleganza. Potrebbe essere facile innamorarsene. Applausi all’azienda, al vino e all’enologo Franco Bernabei. Opa cupa, Stelle salenti.

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Barolo Riserva 1967, Giacomo Borgogno

Tornato dall’escursione europea con un discreto raffreddore e alcuna esperienza vinosa (giusto qualche birretta - Hoegaarden e Guinness - ) torno alla bevuta mistica di nebbiolo Barolesco scrivendo di questo 1967 di Giacomo Borgogno. I suoi 41 anni se li portava benissimo, vestito di un granato che cedeva sull’orlo in un aranciato di belle sfumature. Meno carico e concentrato del 1961 lasciava presagire una maggiore apertura, uno stato di prontezza ed equilibrio maggiore, non avendo le sfaccettature che offriva il fratello maggiore ma mostrandosi per certi versi più espansivo. Al naso note di frutto generose ed accenni balsamici la fanno da padrone, anche se si avvertono seppure accennati profumi di cioccolato e leggerissime nuances floreali. Al palato la trama tannica e la spalla acido sapida sono perfette e ben bilanciate donando al sorso grande bevibilità e struttura. Volendo, da buon partenopeo, giocare al lotto, prevedo ancora un’evoluzione che però, a mio parere non sarà lunga e brillante quanto quella del 1961. Stato di grazia. Cassandra Wilson.

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Viaggi virtuali e non: segnalazione

Periodo impegnativo a lavoro che toglie tempo ed energie per il blog, ma sopratutto tempo a sane e goduriose bevute da raccontarvi. Così approfitto per disintossicare il corpo dagli eccessi etilici a cui si è abituato non dimenticando che s’appresta la prova costume. Battute a parte, questo fine settimana sarò in viaggio (di piacere, una sorta di zingarata con amici) in Europa, per cui lontano da schermo e tastiera; nel frattempo, chi volesse, può leggere qui, sul blog dell’Associazione Italiana Sommelier Napoli, un mio viaggio virtuale nelle Langhe, la terra del mio amato Barolo.
Da abbinare a Drive dei Rem.


P.S. In foto (tratta dalla Carta delle Unità delle terre di Barolo, Regione Piemonte, anno 2000), le formazioni geopedologiche.

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Vintage Tunina 2004, Jermann

Sovente capita, vista la mia curiosità, mi trovi a confrontarmi con abili ed esperti degustatori e discettare sui parametri che ognuno di noi utilizza per valutare (lo so, brutta parola) un vino. Io, ad esempio, sono solito valutare (aridaglie) innanzitutto la naturalezza espressiva di un vino, e di seguito la piacevolezza. È così, quindi, che preferisco solitamente bere vini in purezza, da monovitigno o che dir si voglia. Ma quando ci si ritrova dinnanzi a vini di questa stazza, di tale forza ed energia espressiva, si deve semplicemente chinare il capo in segno di rispetto ed esultare nel proprio animo. L’elenco dei vitigni utilizzati per produrre questo vino è lungo (Sauvignon Blanc, Chardonnay, Ribolla Gialla, Malvasia Istriana, Picolit), l’affinamento avviene in solo acciaio. Il colore è ancor giovane, giallo paglierino brillante, impreziosito da sfumature accese. Al naso è un tripudio primaverile di profumi di frutti di pesca, ananas, susina, pompelmo e fiori di ginestra, che si arricchiscono di sfumature di anice e salvia. Al palato è fresco e ciò lo aiuta a non essere stucchevole, garantendo una bevuta compiaciuta e soddisfacente. Chiude lungo. Si può prospettare per lui un futuro radioso.
La primavera, Manu Chao.

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Morellino di Scansano Riserva 2004, I Botri di Ghiaccio Forte

Finalmente un morellino elegante, complesso, facile da bere, da lacrime per la sua naturalezza espressiva, che dal colore rubino "sangiovesco" ancor carico, ai profumi di frutti di bosco adagiati su un tappeto di spezie, alla mineralità ematica che a bicchier fermo diveniva quasi metallica e s'univa a sensazioni eteree di cera, fino al palato trascinante nell'acidità e nel tannino elegante, chiedeva solo il continuo e imperterrito sorso. Durerà ancora a lungo. Prezzo da oscar.
Visti gli ultimi accadimenti (real-wine-politik) e gli ultimi commenti su questo blog: dedicato ai protagonisti....Prendila così...

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Barolo Riserva 1961, Giacomo Borgogno

Non so chi di voi abbia avuto la possibilità di visitare, una volta nella vita, la Galleria degli Uffizi a Firenze. Ad un certo punto del cammino che si trascorre con lo sguardo perso tra immaginifiche bellezze artistiche, perdendovi nei meandri dei corridoi e nell’immensa quantità d’opere, ci si trova in un’ampia stanza e bam, inaspettatamente, si ha l’impressione di ricevere come un forte colpo alla testa, una straripante, e inesauribile allo sguardo, frustata di colori e figure, di linee sinuose che si perdono alla vista fino a giungere in un punto indefinito. Ed è lì, innanzi, impressionante: La Nascita di Venere di Alessandro di Mariano Filipepi detto il Botticelli.
Per me, che all’epoca avrò avuto neanche vent’anni, La nascita di Venere era poco più di un’immaginetta su di un libro di Storia dell’arte della grandezza di una decina di centimetri di spazio rubati alle parole che avrei dovuto imparare per l’interrogazione del giorno dopo. Un’immagine salvifica, un risparmio di una manciata di notizie da dover memorizzare: bella, sì, ma poco più. Un rettangolo di sette centimetri per tredici che, pur spiaccicando il viso al libro, molto non ti mostrava. Mai avrei immaginato, ritrovandomela innanzi, fosse alta quanto me, e larga quasi tre metri. Una parete. Mai avrei immaginato che contrariamente a quando spiaccicavo il viso al libro sarei stato costretto a fare dieci passi indietro per poterla ammirare nella sua pienezza, per metter a fuoco i particolari, per guardarla nella sua incommensurabile bellezza. La nudità di Venere esaltazione della bellezza e al tempo stesso della purezza dell’anima. Venere abbracciata dalla ninfa Clori, simbolo della fisicità dell’atto amoroso e sospinta dal soffio di Zefiro, il vento fecondatore. Lei, al centro del dipinto, quale elemento mediano e di equilibrio nell’esperienza amorosa tra passione fisica, esaltazione dei sensi e purezza spirituale, elevazione dell’essenza.
Ho ricordato quest’esperienza, quando lo sguardo si è posato sul calice ove vivo e brillante, fluente il Barolo riserva 1961 di Giacomo Borgogno, si mostrava. Si è soliti attribuirmi un carattere estroso, una lasciva indole poetica nel racconto dell’esperienza di bevute, nondimeno, sono consapevole che talvolta è facile lasciarsi andare, proporre, in maniera esuberante, innumerevoli descrittori organolettici che spaziano da improponibili frutti o fiori bianchi o spezie orientali introvabili: un'inutile esibizione egocentrica. Eppure, in questo caso, avverto la difficoltà della penna di riuscire a star dietro al vino, il vino che, a me non avvezzo al tecnicismo, mi dimostra - quasi una rarità - cosa possano significare etilici termini gergali come ampio, nei profumi che dinamici si sono succeduti in orizzonti infiniti, e eccellenti nella qualità della loro franchezza e nitidezza: ad uno ad uno si sono proposti corteggiandomi. Dal colore integro, immutato e senza alcun cedimento, di un rosso granato, tanto intenso, che seppur nella differenza cromatica, ricordava l’antico pompeiano, che mi lasciava incredulo, al susseguirsi di profumi caldi e straripanti, generosi, di frutti rossi ancor presenti e vivi e croccanti, alle note di agrumi, alle spezie ove spiccava inizialmente il finocchietto e poi declinate in numerose sfumature; pepe nero, liquirizia, leggeri accenni balsamici, il ritorno d’amarena. Ed alla fine al palato dove non resistendo più, crollando a quell’intenso corteggiamento, lo versavo con una certa bramosità: largo e pieno, pur non rinunciando ad una freschezza inspiegabilmente ancor presente, rigoroso come solo un Barolo nella sua massima espressione può essere, facile da bere, dal tannino elegante e lunghissimo. Del piccolo peccatuccio veniale, di quell’acidità e del tannino che nel finale leggermente andavano via per conto loro, avrò l’idea di una ruga su di un viso bellissimo.
Dieci passi indietro per capire esperienze uniche: la passione fisica, l’esaltazione dei sensi e il nutrimento spirituale. Stairway to Heaven.


P.S. Il Barolo Riserva 1961 di Giacomo Borgogno è stato affinato in solo cemento: niente legno.

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Di palo in frasca: segnalazione

Oggi avrei voluto parlare di nebbiolo. Ma sono arrivati nuovi commenti da un anonimo (che in un secondo commento, sempre anonimo, si palesa alquanto) a questo mio post dove esprime delle opinioni sul Dott. Luciano Pignataro (che per correttezza ho avvisato), in riferimento a questo suo scritto di oggi, pubblicato sul suo sito. Rilevo che il mio post aveva per argomento altro, ovviamente in rispetto delle persone che leggono questo blog (visto che qui manca l'indicazione degli ultimi commenti) segnalo la cosa nonostante il salto di palo in frasca.

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Dolmen Colli del Limbara (Nebbiolo in prevalenza) 2000, Cantina di Gallura

Alzi la mano chi conosce l’esistenza del Nebbiolo in terra di Sardegna. Beh, fino a ieri sera, la mano non avrei potuto alzarla neanche io. Il bello del vino. Devo ringraziare un caro amico (Tommaso Luongo Delegato AIS Napoli) divenuto nel tempo compagno di etiliche scorribande, riflessioni, idee e considerazioni, se ho avuto modo di bere questo vino alla fine di una serata, in cui volendo sorprendere la platea di astanti bevitori e sommeliers (che s’erano scolati già alcune riserve di Barolo di casa Borgogno, e che ancora versavano lacrime di gioia per un Signor 1961 – ve ne conterò prossimamente - ) ci siamo divertiti a stappare, a chiosare, un nebbiolo sardo ed uno valdostano. Entrambi se la son cavata egregiamente. Nebbiolo al 70%, con un saldo di sangiovese, syrah e cabernet, il vino era sicuramente (tra gli altri) quello meno “nebbioleggiante”; colorato di rubino ben carico, limpido e vivo, al naso si è espresso su un registro di confettura di frutti di bosco, amarena, sensazioni floreali su un leggero sottofondo minerale, spezie accennate. Al palato ha manifestato la generosità del frutto e della annata calda, mantenendo una bella eleganza, una buona freschezza acida, ed un tannino di bella fattura. Scoperta. Sweet Home Alabama.

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Ingannevole è “l’intenditore” più di ogni altra cosa, (o pseudo tale, o blogger e affini)

Parafrasando il celebre titolo di un romanzo di J.T.Leroy (lo pseudo scrittore che scrittore non era) mi diletto, oggi, in alcune considerazioni scaturite da un fatto (da una serie, il cui ultimo è stato solo la famosa goccia che fa traboccare) di cui vi rendo partecipi.

Il fatto: è sabato 3 maggio, quando girovagando per il web mi imbatto sul sito di Luciano Pignataro in un comunicato stampa (che lo sia, che sia un comunicato stampa lo si evince dal tono, e solo da quello, e visto che non è firmato, molti potrebbero, fraintendendo, attribuirlo alla penna stessa del giornalista de “Il Mattino”) ove, per sommi capi, si parla di un associazione (divini assaggi), di una serata da loro organizzata, della presentazione del nuovo magazine della suddetta associazione (32 pagine a colori, e poi dicono che la carta stampata giace in un coma profondo e irreversibile), fino ad arrivare alla conclusione che di seguito riporto virgolettandola:

Ora non ci tocca che aspettare la prossima manifestazione dell'associazione enogastronomica diVini assaggi, un attesa speriamo breve, perché le loro manifestazioni sono sempre uniche e ricche di sorprese... Davvero complimenti a questi ragazzi che hanno trasformato la monotonia in cui sta cadendo la nostra enogastronomia locale, anche per colpa di Istituzioni locali ( COMUNE) non presenti, perché incapaci ed incompetenti, attenti solo alle loro poltrone,e a questi pseudo enogastronomici di turno che giocando con il lavoro degli altri hanno contribuito a declassare Paestum, e non solo, ad una località di seconda fascia, trasformandola in innovazione di idee e di contenuti eliminando le vecchie caste mentali ed inserendo nuove proposte enogastronomiche, avvolte anche pazze. diVini assaggi cerca, insieme anche ad altre associazioni di giovani, insieme a personaggi enogastronomici di rilievo, a grandi chef come Matteo Sangiovanni, come l'associazione dei Cuochi Cilentani presieduta dallo chef Gigino Gioia, ed insieme a tanti amici ristoratori che credono profondamente in queste attività e nelle idee che questo gruppo di ragazzi stanno cercando di divulgare alla futura generazione che dovrà portare Paestum, il Cilento e la Campania ai massimi livelli di qualità, competenza e collaborazione.”

Dopo aver letto, incuriosito, sono andato prima sul sito, poi sul blog dell’associazione. Ritrovo il comunicato (stavolta firmato dal suo presidente Angelo Zarra), e mi permetto di fare un commento, che riporto di seguito.

Mi scusi sig. Zarra, con tutto il rispetto, ma non le pare esagerato parlare di lei e della sua associazione in terza persona - pure plurale - ("...perché le loro manifestazioni sono sempre uniche e ricche di sorprese...") aggiungendo poi ..."Davvero complimenti a questi ragazzi che hanno trasformato la monotonia in cui sta cadendo la nostra enogastronomia locale"...con tutto il rispetto per i suoi ragazzi le assicuro che ve ne sono tanti altri che senza autocelebrarsi cercano di lavorare "per trasformare la monotonia"...fino ad arrivare a delle affermazioni un pochino pesantucce: "per colpa di Istituzioni locali ( COMUNE) non presenti, perché incapaci ed incompetenti". Ripeto, senza offesa, ma vista la sua giovane età, dare dei giudizi con tale sicumera mi pare fuori luogo.
Cordialmente, Mauro Erro.”

Ora, al di là del fatto che mi inquieta chi parla di se in terza persona, anche plurale (maiestatis, of course), al di là del divertente profilo personale del giovane (classe ’82) Angelo Zarra in cui, sempre in terza persona, l’illustrissimo presidente ci informa che “Dopo aver frequentato il primo corso A.I.S. e partecipato agli eventi fieristici enogastronomici più importanti d'Italia, come il Vinitaly, Mywine, Salone del Vino-Napoli, Aglianica Wine Festival..” - come se il fatto di andare al Vinitaly insieme a centinaia di migliaia di persone, molte delle quali a fine serata si riversano fuori i padiglioni a vomitare l’anima, facesse di tutti noi i nuovi Robert Parker o Michel Bettane – al di là di tutte le affermazioni che tranquillamente possiamo far rientrare in quel “sano” esibizionismo, in quella voglia di voler emergere, in quella capacità che taluni hanno “di sapersi vendere”, anche quando da vendere c’è poco o nulla, le ultime frasi del comunicato vanno “leggermente oltre”.
Ora, mi meraviglia, conoscendo il suo senso della misura e dell’equilibrio, che Luciano Pignataro abbia pubblicato il comunicato così com’era a meno che o non l’abbia letto (cosa che ritengo probabile, gli sarà sfuggito) o ne condivida le considerazioni finali.
Ma la parte divertente viene adesso. Un paio di giorni dopo torno sul blog dell’associazione per vedere se il sig. Zarra ha risposto alle mie considerazioni: no non ha risposto. Anzi, per meglio dire, il post non c’è proprio più, è stato sostituito dallo stesso comunicato in cui è tagliata la parte finale, e da un altro di prostranti scuse al comune di Capaccio-Paestum, al sindaco e ad una serie di consiglieri (citati uno ad uno). Beh, ognuno è libero di fare ciò che vuole con il proprio blog, per carità, sarà giudicato per quello che fa e che scrive (purché si sappia), ma il punto sta proprio qui. A parte il fatto, che oggi su quello stesso blog sono sparite anche le prostranti scuse, visto che il comune di Capaccio-Paestum ha, giustamente, pensato di adire alle vie legali (il nuovo link è questo, dopo ravvedimento, il sig Zarra che ironicamente alla lettera del Comune rispondeva "grazie, grazie, grazie" dal sito ha spostato la lettera pervenutagli qui ammetendo l'errore), il punto non è nel fatto in se di cui potrebbe anche fregarcene un H, dell’associazione Divini assaggi i cui ragazzi saranno anche ben motivati e volenterosi (forse solo un po’ presuntuosetti e inesperti), ma nell’utilizzo che si fa di un blog, o meglio su cosa è e cosa dovrebbe essere un blog. Una volta discutendo con Aldo Fiordelli, giornalista, sul suo blog (consumazione obbligatoria) a proposito di Velenitaly e affini, Aldo mi scrisse questa sua considerazione: “La stampa enogastronomica da questa vicenda dovrà trovare il coraggio per fare un esame profondo del proprio ruolo.” Va da sé che questa frase già l’ho sentita innumerevoli volte, e quel benedetto esame di coscienza o non c’è stato o non ha portato ad alcun cambiamento. Ciò che trovo interessante è l’affermazione di chi crede che “il blog, la rete, internet è il futuro”…”è la democrazia”… “è la libertà tanto agognata”…considerazioni che portano ad esempio il New York Times a decidere che tra qualche anno sarà solo sul web e on-line….Ma il mondo dei blogger eno-gastronomici cosa ha portato di veramente nuovo rispetto alla stampa specializzata (molti di coloro che fanno parte della stampa specializzata hanno anche un blog), quale nuova linfa, cosa di migliorativo mi chiedo, o è solo uno strumento, forse anche potente, visto in prospettiva, che può essere usato da chiunque pseudo-esperto-intenditore-"scrittore-scribacchino"-egocentrico-presuntuoso-snob-
enoradicalchic- che se la canta e se la suona da sé?

Nel frattempo, come gli Inglesi amano dire, Dio salvi la regina ed i blogger. Centro di gravità permanente.

P.S. Ovviamente l’autore dello scritto è tranquillamente inseribile tra coloro di cui scrive ponendosi l’ultima domanda. Oddio, l’autore ha iniziato a parlare di sé in terza persona.

posted by Mauro Erro @ 11:06, , links to this post


Tramonti bianco, Costa d'Amalfi 2007, Azienda Agricola San Francesco

Se il Pereva di cui avevo già scritto, vino punta dell'azienda, sembra, a discapito della sua provenienza, un "Bianco di Montagna", questa versione base (da uve Falanghina, Biancolella e Pepella) non è da meno. Fresco, fragrante, dissetante, cristallino nella lucentezza e nel sapore, netto, pulito, mai si lascia andare a strizzatine d'occhio e ammicamenti nei confronti del mercato, ma è semplicemente ciò che deve essere: giallo paglierino con riflessi verdolini vividi, al naso esprime con franchezza profumi di fiori e frutti a pasta bianca, sensazioni di agrumi, erbe di campo e mineralità. Al palato, disseta grazie all'acidità citrina ben presente e la spiccata sapidità lascia una lunga scia in chiusura. Meraviglioso.
Stuck In The Middle With You.

posted by Mauro Erro @ 11:42, , links to this post


Vitovska 2005 anfora, Az. Agr. Vodopivec

In quel di Sgonico (Trieste) l’azienda di Paolo e Valter Vodopivec si dedica dal 1997 alla coltivazione e vinificazione (biologica) della vitovska. Dai 4,5 ettari di terreno calcareo, ove sono piantati ad alberello circa 10.000 piante per ettaro, nasce questo vino che tra quelli assaggiati (classica in legno, “base” e anfora, appunto), è quello che mi ha maggiormente colpito. Le anfore dalla capacità di circa 1000 litri arrivano dalla Georgia, il mosto macera qui per circa sei mesi, dopodiché il vino riposa ed affina in legno per circa 2 anni. Il colore tra l’oro e l’ambrato confonde e affascina, il corpo del vino è importante e lo si vede già dalla consistenza del liquido nel bicchiere, i profumi intriganti danzano su quel leggero filo di ossidazione, le sensazioni di frutti maturi si fondono con una salinità importante e rimandi di spezie, l’acidità e la mineralità facilitano la beva. Diverso. Non costa poco ma merita l’assaggio. Fool for love.

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Nebbiolo di Donnas, Vallée d’Aoste 2004, Caves Cooperatives de Donnas

Da ieri è iniziato questo mio piccolo tour di assaggi di alcune sublimi declinazioni “nebbiolesche” che terminerà i primi giorni della settimana prossima con una splendida verticale della riserva di casa Borgogno (1961, 1967, 1982, 1996 tanto per gradire). Ai più la grandezza del Nebbiolo (localmente, Picotendro) di Donnas sarà sconosciuta, ed è un vero peccato vista la qualità dei vini, il lavoro che dietro v’è (parlare di viticoltura eroica non è uno sproposito, considerato che le pendenze delle vigne qui arrivano anche al 115%) ed i prezzi praticati dalla cantina. Dal rosato di nebbiolo, fresco, fruttato di amarena, dai profumi fragranti, al Nebbiolo Barmet (il suo nome è tratto dalle piccole cantine naturali - Barmet, appunto - ricavate sotto le rocce situate tra i vigneti, fresco ristoro al duro lavoro) fresco e fruttato di lampone senza rinunciare nella sua semplicità di beva ad una buona complessità, fino ad arrivare a questo (che vede un saldo del 15% di Freisa e Neyret) dal colore granato, vivo e luminoso. Al naso si è espresso su sensazioni di un frutto croccante di lampone, un corredo di erbe officinali e spezie, sugli scudi china e rosmarino, accompagnato da sensazioni floreali ed un certo sottofondo roccioso. Al palato ottima corrispondenza, la beva era semplice grazie alla buona spalla acida e all’ottima sapidità, il tannino già di bella trama seppur nel finale leggermente amarognolo chiudeva il sorso lungo. Prezzi da oscar e vini dal lieto fine. Merita la nomination tra i miglior nebbiolo non protagonisti (purtroppo). Siamo solo noi.

posted by Mauro Erro @ 11:15, , links to this post


Sagge parole

S'onori il bello e la virtù
ed ogni altra cosa simile,
se recano piacere,
se no salutatemeli tanto.
Epicuro


"Il vino è uno dei maggiori segni di civiltà nel mondo e una delle cose naturali del mondo portata alla massima perfezione, e offre un maggior campo di gioia e apprezzamento di qualunque altra cosa puramente sensoriale che si possa acquistare. Si può passar tutta la vita con grande gioia a studiare i vini e a perseguire l'educazione del proprio palato, e via via il palato diventa più educato e più capace di apprezzamento e si accresce continuamente la gioia e l'apprezzamento del vino anche se magari si indeboliscono i reni, incomincia a dolere l'alluce e a irrigidirsi le giunture delle dita fino a che, proprio quando lo sia ama di più, il vino viene assolutamente vietato. [...] Tutti i nostri corpi si consumano in un modo o nell'altro e si muore, e io preferirei avere un palato che mi dia la gioia di godere pienamente un Chateau Margaux o un Haut Brion, anche se gli eccessi a cui mi sono abbandonato per conseguirlo mi hanno procurato un fegato che non mi consente di bere Richebourg o Corton o Chambertin, piuttosto che avere i ferrei intestini della mia fanciullezza quando tutti i vini rossi mi riuscivano amari tranne il Porto, e il bere consisteva nel processo di buttar giù abbastanza roba da sentirsi eroici. Naturalmente si tratta di evitare di dover rinunciare completamente al vino proprio come, con l'occhio, si tratta di evitare di diventar cieco. Ma in tutte queste cose ha gran parte la fortuna, e nessuno può evitare la morte con questi sforzi, o sapere a quale uso può reggere una parte del suo corpo finché non l'ha provato".


di Ernest Hemingway, da Morte nel pomeriggio, edito da Mondadori.

P.S. Tanti cari auguri a tutti i lavoratori d'Italia. Omaggerò loro (e me) bevendo alcuni nebbiolo di Donnas di cui vi conterò nei prossimi giorni.

posted by Mauro Erro @ 10:51, , links to this post






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