Bianco Breg anfora 2001, Josko Gravner

Giorno 3. “Per quanto concerne la critica enologica il problema, […], non è tanto l’omologazione/globalizzazione del gusto, ma piuttosto l’omologazione/globalizzazione del pensiero. Visto da questa prospettiva il tema generale del gusto, legato ai consumi e all’industria dell’intrattenimento (J.Rifkin), non è cosa di poco conto, per gli interessi economici che muove e, soprattutto per il tipo di acculturazione che determina nei comportamenti e nelle mode dominanti”*.
Di questo vino si potrebbe dire tutto e il contrario di tutto senza temere di essere smentiti. Rappresenta, da un lato, la massima espressione del concetto di libertà del produttore di fare in vigna quanto in cantina, seguendo un pensiero, se volete un’ideologia o quantomeno un’ispirazione filosofica. Dall’altro, l’impossibilità di tradurre se non in termini puramente estetici e di gusto personale, le impressioni di un degustatore. Questo vino è il banco di prova più arduo per confrontare Etica (se esiste) ed Estetica del vino.
Oro antico dapprima, volge, nel mentre lo scuoto nel bicchiere, al ramato, all’ambrato, direi all’ocra. Al naso intensamente propone frutta matura, pare anche frutti rossi, note caramellate su un sottofondo di toni ossidati, di bruciato e, sembra, di erbe aromatiche; nel tempo avverti agrumi canditi e sensazione di cera d’api. Al palato è ruvido, si sentono i tannini (già i tannini), e l’acidità lo rende fresco. Ancestrale direi, spiazzante, misterioso.
"I miei vini degli ultimi anni non devono piacere, non hanno un gusto addomesticato, falso e velenoso di molti vini in commercio, quei gusti omologati, tutti uguali, a cui purtroppo ci stanno abituando. Dovranno passare parecchi anni prima che siano riconosciuti, ci si dovrà abituare alla loro sincerità, alla loro bontà, alla loro salubrità, al loro racconto, a profumi diversi, a una diversa struttura, una struttura autentica, ...”**.

Eddie Vedder canta Guaranteed, dall’ultimo film di Sean Penn, Into the wild

*Sergio Bonetti
** Josko Gravner

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Aglianico d'Irpinia di un'annata imprecisata, Alessandro Caggiano

Giorno 2. Questo vino non esiste. Eppure io l’ho bevuto. Questo produttore non esiste, eppure per un tempo ha prodotto un vino semplice e squisito. Oggi non so se si sia definitivamente ritirato, se rassegnato alla modernizzazione e al mercato abbia deciso di mollare tutto, ma le ultime notizie che ne ho avuto mi raccontavano di questa sua decisione. È una di quelle storie che forse nessuno conoscerà mai. “Storie di uomini, contadini, vignaioli che hanno dedicato l'intero spazio di una vita a produrre e trasformare i frutti della terra senza che mai nessuno si sia occupato di loro. Ignorati dalla critica, dalle guide, dalle riviste, dalle manifestazioni di settore e, di conseguenza, sottratti anche alla curiosità e all'attenzione di quei veri pochi appassionati” come ha scritto un amico a proposito di lui. Apparirà normale ai più, che con fare tollerante penseranno, “beh, è la vita”. Ma il punto è proprio questo. Il Dio mercato, e ciò che ne consegue, l'incipien­te e irreversibile consumismo con i paralleli processi di massificazione e di omolo­gazione che mettono in crisi gli stessi fondamenti originari della libera realtà indivi­duale, attaccata ormai da po­tentissimi procedimenti "oc­culti" - quali la pubblicità - e dagli strumenti del potere: i mass media. E poi mi si parla di gusto? E di quale? Quello che ci viene imposto? E quale il gusto, quali le differenze di cui discettare se tutto è appiattito, se tutto è uguale? Esagero? Non so, questo vino di cui ho scritto senza scrivere, era squisito ed ora non esiste più, o forse, per chi crede nel dio mercato, non è mai esistito.
“Ora che posso fare un paragone, mi sono reso conto di una cosa che scandalizzerà i più, e che avrebbe scandalizzato anche me, appena 10 anni fa. Che la povertà non è il peggiore dei mali, e nemmeno lo sfruttamento. Cioè, il gran male dell’uomo non consiste né nella povertà, né nello sfruttamento, ma nella perdita della singolarità umana sotto l’impero del consumismo.”*


Eddie Vedder canta Society, dall’ultimo film di Sean Penn, Into the wild.


*Pier Paolo Pasolini

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Riesling auslese trocken "R" Saumagen 2001, Koehler Ruprecht

Giorno 1. Un viaggio nel viaggio, una piccola parentesi, una digressione sul tema. Fermarsi, scendere da un treno in corsa che porta chissà dove, guardarsi intorno. Andare oltre le certezze, le affermazioni, le arroganti sicurezze: è in fondo questo il senso del viaggio. Incontri, chiacchiere, storie che ascolti e che si accavallano. Come quella di Christopher McCandless, ad esempio.

Non voglio dilungarmi in improbabili acrobazie linguistiche nel tentativo vano di descrivere questo vino, quei pochi termini che ci sono e che io stupido ripeto all’infinito non bastano per descrivere né questo vino né gli altri (non tantissimi) capaci di evocarti emozioni, visioni e ricordi.
Però poi lo incontri, il vino con la “V” maiuscola, quello che da un senso alle cose, tutte, alle tue giornate, ai tuoi pensieri, alle tue azioni.
Probabilmente alcuni penseranno che io stia esagerando, che alla fine è pur sempre un bicchiere di vino, niente di più che una bevanda piacevole da sorseggiare in compagnia: che accompagni il pasto o che lo preceda o lo segua. Ed allora mi viene da sorridere a questi ragionamenti che spesso ho sentito trasformarsi in affermazioni incaute proferitemi almeno una volta al giorno. Il vino ha un valore simbolico che va ben al di là della piacevolezza di una bevuta, penso. Spesso il “vino” di cui parlo, questo in particolare, ma tanti altri ce ne sono di simili, è prodotto in pochissime bottiglie, spesso per accaparrarsene una bisogna andare fin lì, sul luogo ove egli nasce. Spesso bisogna fare un piccolo sacrificio economico. Vi assicuro che in questo caso i soldi sono ben spesi. Sì, mi dispiace, sarà per pochi fortunati. Ma contentiamoci. Di anima gemella pare ne esista solo una. Forse. Di buoni amici, di quelli veri, credo se ne contino su una, o al massimo due mani. Quindi con il vino siamo più fortunati. Ce ne saranno molti e sempre nuovi, di anno in anno. Ah certo, anche perchè quello con il vino è un amore fugace: travolgente, passionale ma anche istantaneo. Questione di attimi e sorsi. Forse lo incontrerai di nuovo nel tempo. Lui sarà cambiato e tu sarai cambiato. Altri invece, saranno solo ricordi che svaniranno. Al di là della piacevolezza dicevo, (dicesi piacevolezza? quella appagante sensazione goduriosa che ho provato innanzi ad uno dei “Vini” più sinceri, viscerali, entusiasmanti, pieni, profondi, ricchi, che io abbia mai avuto la fortuna di saggiare, tanto vivo e tanto vibrante per le suggestioni e le sfumature e l’emozioni che aveva da raccontare, che se lo definissi immenso sarei riduttivo: e quindi mi accorgo che definire questa piacevolezza per me e le mie capacità è impossibile. Mi limito ai sinonimi: orgasmo dell’animo) cosa c’è? Alcuni affermano che si tratta solo ed esclusivamente di estetica, di gusto, che un vino o è buono e vende, o niente, non esiste. È il mercato a decidere. Il dio mercato. Allora penso ai contadini incontrati lungo questo cammino, a quelli che si spezzano la schiena sotto un tralcio di vite, con la tendinite alle mani e gli occhi serrati alla luce del sole dove si concentrano l’emozioni di una stagione. Di tante stagioni. Ed alla fine cosa sarebbero loro, un bilancio di fine anno? E se la fattura segnasse zero, quegli uomini non esistono?
Cos’è un vino? Cos’è un uomo?
Si può sfuggire a queste domande?
Eddie Vedder
dall’ultimo film di Sean Penn, Into the wild.

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Furore Bianco, Costa d'Amalfi 2005, Marisa Cuomo

È il destino di molte etichette base, ma di questa in particolar modo. L'essere trascurate mediaticamente e, di conseguenza, commercialmente dai più, a vantaggio di fratelli o sorelle maggiori, più blasonati, premiati e via così, spesso più costosi. In questo caso parlo del Fiorduva, vino che a dire il vero non è mai stato tra le mie preferenze, e di cui conservo in cantina qualche vecchia annata nell'attesa di poterlo bere alla francese. Già, perché se alcuni bianchi si decide di produrli come si suol dire, alla francese, allora, onde evitare di assumere un concentrato succo di legno in una soluzione d'alcool, andrebbero anche bevuti nel momento più opportuno. Pazienza e attesa. Questo base sfoggia una mineralità di idrocarburi e roccia ed un acidità che lo rendono accattivante, fresco, godibile, interessante, non banale, con profumi di fiori e frutti (bianchi) e note di macchia mediterranea, che si esprimono e si condensano rubando lo sguardo in un giallo che dal paglierino va al dorato, brillante e luminoso. La sua chiusura lunga, ci regala una sapidità non comune. Da prendere e portare con sé, con senso di protezione. Come quello per la donna amata. Paolo Conte.

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Clarae 2000, Balter

Un uvaggio trentino in cui lo Chardonnay la fa da padrone con il suo 85%, ma dove l'apporto aromatico del Traminer e del Sauvignon si fanno sentire nel bicchiere. Il vino affinato in barrique sapientemente dosata, nonostante le note "morbidose" dello chardonnay, ci regala un sorso deciso grazie ad una bella mineralità, ma sopratutto, a dispetto degli otto anni trascorsi dalla vendemmia, grazie ad un acidità vigorosa che chiede nient'altro che un continuo riassaggio fino al termine della bottiglia, lasciando oltre ad una persistenza lunghissima un grado di felicità e soddisfazione estasianti. Giubilo. Cocteau twins.

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Kerner Praepositus 2006, Abbazia di Novacella

Il Kerner è l'incrocio, nato nel 1929, tra la schiava grossa e il riesling renano. Questo di indescrivibile bellezza offre al naso, dopo aver lusingato lo sguardo con il suo giallo paglierino brillante e luminoso, sentori a zaffate intense di frutta di pesca e mela verde, di fiori di biancospino, aromatici d'erbe con in evidenza il rosmarino ed in seguito un ricordo di sambuco. Al palato sapidità pura, che lascerà una scia intensa e di una persistenza lunghissima, mineralità di pietra e buona acidità a rinfrescare le fauci grazie anche a sentori di menta. Palato timbrico e succoso, aromatico ma fresco, di nerbo e slancio puro, cristallino, rinfrescante e rinfrancante. Glorioso.
Ani di Franco.

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Montepulciano d'Abruzzo 2003, Emidio Pepe

Scrivo nuovamente dell'azienda Pepe, una delle più solide e antiche realtà della regione, dicendovi di questo suo Montepulciano. Sicuramente più gaudente e dalla beva pronta, immediata, e se volete meno intellettualoide rispetto al trebbiano che, a chi non esperto e meno smaliziato, può risultare di difficile approccio. Azienda biologica che sceglie di far fermentare questo vino in vasche di cemento solo con lieviti naturali, e, successivamente, di farlo affinare in botti di rovere per un periodo che varia a seconda dell'annata. Rosso rubino, intenso e luminoso, con accennati riflessi violacei, al naso esprime frutti carnosi di ciliegia, lampone e amarena a cui succedono rimandi floreali. Lo spettro è ampio e spazia dalle note animali tipiche del Montepulciano (ma anche quelle definite foxy dei lieviti indigeni) di cuoio a profumi di terziarizzazione. La beva, come ho scritto, è gaudente, grazie anche ad una buona mineralità, ma sopratutto ad una acidità presente nonostante l'annata non felicissima che rende il sorso vivo e pieno. Svuotare la bottiglia è un gioco da ragazzi. Louis Prima.

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Valle d'Aosta Petite Arvine Vigne Champorette 2006, Les Cretes

Alzi la mano chi con gaudiosa impertinenza dedica le proprie bramosie vinose ai vini della Valle d'Aosta. Ebbene, dovreste farlo. Questo vino ad esempio rappresenta sicuramente, in quel che si definisce rapporto qualità-prezzo, un buon affare. Tra i 12 e i 15 euro in una buona enoteca, vi accaparrate un bianco di sicuro fascino capace di appagare i palati più fini e i semplici bevitori come il sottoscritto. Di colore giallo paglierino, luminoso e brillante, sfoggia, roteandolo nel bicchiere, riflessi verdolini scintillanti. I profumi si sviluppano su un registro sia aromatico d'erbe, d'anice, di semi di finocchio, sia con nuances floreali e fruttate dove spicca una succosa mela verde. Al palato la giovanil freschezza d'una acidità citrina sconquassante invoglia al sorso e mi spinge ad ipotizzare un buon invecchiamento, ma un equilibrio c'è, e la chiusura persistente manifesta un'ottima sapidità. Da tener presente. Prego, alzare il volume: Mr. Jaco Pastorius.

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Fiano di Avellino Pietramara 2003, I Favati

Ieri, di ritorno da una due giorni di piacevole e volontario isolamento, su una spoglia e deserta banchina di una stazione dei treni di provincia incontro fortuitamente un vecchio compagno di etilici viaggi (Giacinto Chirichella, ai tempi in cui questo taccuino e le sue note erano, gentilmente, ospitate qui). Trascorsi, tra aneddoti e racconti in un maleodorante vagone, i venti minuti necessari per arrivare alla sua destinazione, occupo il restante ed inevitabile tempo che occorreva affinché il mio viaggio, oramai abituale, si compiesse, immergendomi nella lettura di un libro prestatomi fino al punto, quasi per un astrale destino a chiudere tre giorni di incontri, scambi, ricordanze che siamo soliti definire coincidenze, in cui mi trovo innanzi scritto: “L'uomo attraversa il presente con gli occhi bendati. Può al massimo immaginare e tentare di indovinare ciò che sta vivendo. Solo più tardi gli viene tolto il fazzoletto dagli occhi e lui, gettato uno sguardo al passato, si accorge che cosa ha realmente vissuto e ne capisce il senso*”. Ora che questo raffreddore da cavallo mi tiene lontano da goduriose bocce e lussureggianti coppe (etilicamente parlando, si capisce) volgo, quasi malinconicamente, lo sguardo al passato ricordandomi, saranno le gelide notti trascorse, di una divertente estiva disfida, in cui tra le tante gentil pulzelle, questa incontrai innamorandomene. Era vestita di un abito dorato luminoso e limpido, e i suoi profumi corteggiarono il mio naso emanando sentori complessi e ben delineati di frutta bianca e gialla matura, profumi mediterranei d'erbe aromatiche e note affumicate, ostentando una materia prima ricca e succosa, ma mai stucchevole per un'inaspettata, vista l'annata, verve acida, che rendeva il sorso fresco ed invitante. Una buona mineralità faceva da pendant e il sorso si chiudeva lungo. Da abbinare, immaginando l'estate che verrà, a queste note.


*da Amori ridicoli, di Milan Kundera, edito da Adelphi

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Gavi dei Gavi 2006, (etichetta nera) La Scolca

Sì Cortese, ma deciso. Elegante, ma netto esprimeva una mineralità gessosa e rocciosa, in delicate note idrocarburiche soave suonava e ritmato da un'acidità citrina cadenzava la melodia di pompelmo e fiori bianchi, esplodendo al palato in un centro bocca grasso e avviluppante che orchestrava magnificamente la prova. Ed oggi che raffreddato, ahimè, non posso lasciarmi ai piaceri dionisiaci, non mi rimane che il ricordo di questo vino straordinario da abbinare alle note di Ellington e Coltrane. Magistrale.

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Taurasi 1999, Cantina Lonardo

Avrò modo di parlare spesso e volentieri di questa azienda, non solo per i Taurasi, tipici e squisiti, prodotti con la consulenza dell'enologo Maurizio De Simone (da me molto stimato), ma anche per il suo affascinante Grecomusc', e per l'aglianico base, che rappresenta una rara perla nel panorama irpino per semplicità di beva, per la sua naturalezza espressiva coniugata ad un sorso godurioso ed appagante ad un prezzo più che corretto. Ma torniamo a questo Taurasi, che in questa splendida annata, oggi si colora di un rubino ancor denso e compatto con riverberi appena aranciati nell'unghia. Al naso dopo averlo atteso delicatamente si esprime su note di prugna e marasca, tabacco e spezie, rosa appassita e rabarbaro, liquirizia e sentori di agrumi. Al palato è elegante e succoso, il tannino delicato, setoso, ma presente, trascina grazie ad un verve acida invidiabile e ad una mineralità che già s'avvertiva al naso insieme a sensazioni terrose; il sorso si chiude lungo e sapido. Frank Zappa.

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Derthona (timorasso) 2005, Vigneti Massa

Ci risiamo. Qualità e prezzo. Ho scelto di appuntare le mie note di questo vino base di Walter Massa (gli altri da Timorasso sono il Coste del Vento e lo Sterpi), nonostante il prezzo non proprio contenuto (intorno ai 14/15 euro in una buona enoteca), per il semplice motivo che la sua bevuta è non solo estremamente piacevole, ma istruttiva. Ci insegna quanto sia variegato il panorama ampelografico italiano, e come la cura e l'amore di un produttore (segnalo anche Boveri e Mariotto), la sua dedizione, oltre ovviamente l'insostituibile apporto di Madre Natura, possano portare a vini eccellenti da vitigni ai più sconosciuti, o quantomeno ritenuti "minori". Quello che mi colpì di questo vino fu sicuramente l'abbondanza e la generosità della materia prima nonostante la grande mineralità, che si evidenziava intensamente tanto al naso con note di idrocarburi e sentori di roccia, tanto al palato, dove era accompagnata da un'acidità sostenuta e una veemente sapidità che lasciando una lunga scia chiudeva il sorso. Abbondanza e generosità che, nonostante, come scrivevo, il contributo sostanzioso delle caratteristiche di durezza della sua struttura, si manifestava quasi come una violenta ostentazione che esprimeva al naso sentori di frutta matura e fiori, e al palato un corpo solido, una densità avvolgente, una grassezza invitante, e che faceva di questo Timorasso un vino affascinante e poderoso. Visto il vino e il giorno particolare, consiglio: Una storia d'amore.

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Barbaresco Riserva Moccagatta 1999, Produttori del Barbaresco

Il Moccagatta è un ripido cru che ha molte esposizioni, talune non eccezionali, situato tra il mitico Rabajà, di cui, geologicamente, ne costituisce un'appendice, e il Pajè. Terreni antichissimi ricchi di mineralità ci regalano un bicchiere quasi inaspettato per piacevolezza ed eleganza ed un vino di gran stazza la cui espressione tonale è un granato equilibrato, né denso né rarefatto. Al naso si esprime conciso, pulito, franco con toni di fiori che vanno dalla rosa alla viola per virare su sentori fruttati di ciliegia, a cui seguono sandalo e pepe, anice e goudron. La bocca è di ampio respiro, il sorso è verticale per un'acidità vibrante, ma lo sviluppo è cadenzato da un'eleganza senza pari che avvolge per la sua squisitezza femminea. Chiude lunghissimo. Tori Amos.

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Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Riserva 2004, Villa Bucci

Spesso mi è capitato di leggerne notizie, recensioni, note degustative che lamentavano una sorta di virata rimpiangendo ciò che fu: quel che era questa riserva negli anni '90. Tutte allo stesso tempo, ponevano questo bianco ai vertici della produzione vitivinicola italiana, assurgendo la riserva Villa Bucci a campione indiscusso dell'espressione più autentica del verdicchio di Jesi, e vino dalla capacità evolutiva mirabolante. Non ho dalla mia esperienze d'assaggio di questo vino da vendemmie che risalgano a prima del 2000, ma posso tranquillamente affermare che questo 2004 ha classe e stoffa incredibili. L'ampiezza dei profumi, l'eleganza con cui nitidi, senza alcuna prepotenza, si esprimono netti al naso sentori di fiori bianchi e di frutta bianca, con rimandi a frutti esotici, agrumi e miele in uno splendido contrasto; il continuo fluire dalla superficie di fragranze aromatiche d'erbe e note balsamiche che riconduco alla canfora, l'eleganza del sorso, la morbidezza non priva di nerbo, l'ingresso quasi dolce ed accattivante che esplodeva al centro bocca e finiva, grazie all'acidità sontuosa, asciutto con i classici sentori di mandorla amara, rendono questo vino, l'emozione provata ed il ricordo che oggi ne ho, semplicemente sublimi. Sgt. Peppers.

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Brunello di Montalcino 2001, Mastrojanni

Può essere la semplicità, l'immediatezza, la bevibilità estrema un limite? Assolutamente no! Sopratutto quando accompagnata dall'eleganza, dalla complessità sussurata che nel tempo si dispiega aprendo orizzonti olfattivi e gustativi ampi ed affascinanti. Il frutto croccante primeggia esprimendosi nettamente ed immediatamente su sentori di ciliegia e piccoli frutti rossi, poi pian piano, goudron leggero, pepe nero e spezie, aroma d'erbe, note di tabacco e sentori di sottobosco che al palato vengono accompagnate da un bella mineralità, una sontuosa acidità, un tannino presente, asciugante, ma carezzevole allo stesso tempo. Già godurioso e godibile, durerà ancor a lungo. Chiaro di Luna.

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Cirò Rosso Classico Superiore Ripe del Falco riserva 1987, Ippolito 1845

Eccoci qui, di nuovo Ippolito. Beh, trattasi di coincidenze. Mi è capitato di poter bere il Ripe del Falco in una verticale con degli amici e di, come al solito, imparare qualcosa di nuovo. Fino a qualche giorno fa il 1991 era il mio preferito, poi ho incontrato questo di stoffa e classe superiori. Rosso granato di fascino vetusto, al naso, nebbioleggiando, si distendeva con forza imprevista su registri terziari di spezie, di pelle e cuoio, con note di tabacco che di tanto in tanto facevano capolino, intramezzate da sussurri di rosmarino e polvere di caffè, respirava aprendosi su effluvi balsamici, penetrando con forza con una persistente liquirizia che dava il là ai frutti che inaspettatamente erano ben presenti con sentori di visciola, amarena e ciliegia. Al palato la bevibilità era compulsiva grazie ad una nerboruta acidità e il tannino perfettamente compiuto. Chiudeva asciutto. 21 anni e non li dimostrava affatto. Grandioso. Bob Dylan.

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Chambolle-Musigny 1er cru Les Amoureuses 2001, Amiotte-Servelle

Si tratta di un assaggio di quest'estate, di cui ora, purtroppo, ne ho solo un ricordo. Nitido sì, ma pur sempre un ricordo, una proiezione visiva di ciò che fu l'emozione, e non l'emozione in se che desidererei ardentemente provare adesso, in questo preciso istante. Il carattere Chambolle, la delicatezza femminile del Pinot Nero di Borgogna portata all'estremo confine, al limite della grazia e della leggiadria, dell'eleganza e dell'armonia, del garbo, la bellezza perfetta che incontrata provoca la commozione, l'estasi, l'attimo trascendentale che ci riconcilia con noi stessi e con chi ci sta intorno, con il mondo. Il ricordo della sua naturalezza espressiva e della sua espressività naturale, dei frutti succosi e croccanti adagiati su un soffice cuscino di spezie, dei rimandi dolciastri del legno perfettamente integrato, della dolce carezza del tannino, dell'acidità da gran dame, del continuo evolvere vivace e vitale dei suoi profumi da cui difficilmente ti allontanavi, il ricordo del tepore provato dopo che, la sua infinita persistenza ti aveva accompagnato per interminabili ed ascetici attimi, il sorso era terminato. Magnificat!

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Precetti e riflessioni del bevitore

"...la sensazione che il vino si opponga costituzionalmente, e che sempre più debba opporsi, al consumismo, alla all'industrializzazione, alla pianificazione ecc...."

"il vino [...] può paragonarsi soltanto ad un essere umano e vivente, immisurabile, inanalizzabile se non entro certi limiti, variabile per un'infinità di motivi, effimero, ineffabile, misterioso."

"...per poterne dare un giudizio sicuro, bisogna rigorosamente assagiarli a pasto, o almeno insieme a un poco di cibo. Perchè, a stomaco vuoto, quasi ogni vino sembra gradevole: un inganno in cui, purtroppo, si continua a cadere anche quando se ne ha tutta l'esperienza."

"Il vino non sarebbe così umano se non fosse a sua volta mortale."

"Non è tutta retorica, dire che si ammira un vino. Perchè ogni vino squisito e caratteristico [...] suscita immediatamente immagini visive: si chiude gli occhi, e si vede qualche cosa."

"Ma il vino non è soltanto un oggetto di consumo: il vino, in certi casi, può anche essere considerato e studiato non come un oggetto di consumo, ma come un'opera d'arte a sé."

"Il prezzo, entro certi limiti, fa parte della pubblicità. Un vino costa poco? pensano certi consumatori: vuol dire che non è tanto buono. E un altro costa di più? vuol dire che è migliore. Bisogna avere pazienza. La civiltà dei consumi va per questa strada."

da Vino al vino di Mario Soldati, edito da Mondadori

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Krasì 2005, Alessandro Carrozzo

Vignaiolo è, ed è stato, Giuseppe Carrozzo. Il suo nobile lavoro, oggi, è continuato da Alessandro suo figlio. Magliano, a pochi chilometri da Lecce, da viti ad alberello pugliese, nasce questo primitivo solido e robusto ma mai "marmellatoso", alcolico ma bevibilissimo, dal frutto croccante e rigoglioso, ma non cotto di ciliegie e more, che gioca esprimendosi su un tappeto di spezie e cuoio, su una bella mineralità ed un'ottima acidità. Il suo colore rubino dagli intensi e vividi riflessi violacei inebria gli occhi e presagisce la goduria del sorso: bevetelo e godetene, ora e tra un po', quando avrà smaltito del tutto le note vanigliate da barrique che s'avvertono adesso un filino di troppo. Prezzo da Oscar. Le radici ca tieni.

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Faro Palari 2004, Salvatore Geraci

Anche oggi rimango in Sicilia, per uno dei vini più squisiti che ho avuto modo di bere, per quello che da alcuni viene definito la via italiana al Pinot nero. Ma il Pinot nero non c'entra un bel niente, il parallelo può nascere solo in virtù dell'estrema eleganza che questo vino, anche in quest'annata così giovane da bere, mostra. Da uve Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio in prevalenza, con un piccolo saldo di altri autoctoni locali (Nocera, acitana ed altre) il rubino vivo e luminoso che colora questo vino è il preludio di profumi inebrianti di piccoli frutti di ribes, lampone, amarena e ciliegia, spezie, toni boisè da piccoli legni ragionevolmente impiegati e liquirizia. Ma è al palato che conquista per la sua estrema eleganza, per il tannino carezzevole e felpato di un vino dal corpo saldo capace di danzare elegantemente sulla lingua morbido e sinuoso eppur vivo nella sua mineralità ed acidità calibrata. Negli infiniti attimi della sua interminabile chiusura, non rimane che chiedersi come evolverà nel tempo. Mi votu e mi rivotu.

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Etna rosso Rovittello 2001, Benanti

I vini provenienti dalla zona etnea sono tra i pochi capaci di emozionarmi nei miei assaggi siculi. Sicuramente ciò è dovuto alla composizione dei terreni che, insieme ovviamente ad una buona materia, la giusta annata ed un bravo manico, donano quella personalità che differenzia i vini inutili da esperienze emozionanti. E' il caso di questo rosso di Benanti, cantina molto conosciuta soprattutto per il suo Pietramarina (vino bianco da uve carricante, che ultimamente mi ha lasciato un po' perplesso), che si presenta di un color rubino di sicuro fascino. La mineralità di terra bruciata si fa largo sicura al naso, accompagnando sentori di frutta sotto spirito e evidenti note di arance rosse che, quasi banale dirlo, riportano la mente a suggestioni e visioni delle belle terre siciliane. Note di spezie e nuances dolciastre da barrique ben impiegata integrano il quadro olfattivo. La bevuta è appagante, lunga, elegante, ben calibrata dalla componente acida ed un buon tannino serrato. Nun te scurdà.

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Vita occidentale....?!?

"Qui mi dicono che sono libero, ma nessuno è libero in America, nemmeno il Presidente. Dicono che sono libero finanziariamente. Non è vero. Questo taxi dicono che è mio, ma in verità è delle banche. Siamo tutti schiavi dei manager che a loro volta sono schiavi di qualcun altro. Nella ex Unione Sovietica, una donna faceva un figlio? Stava a casa per mesi. Qui, mia moglie due settimane dopo il parto è stata chiamata dal suo capo ed è dovuta tornare al lavoro: dopo due settimane! [...] Ieri sono partito da casa alle sei del mattino e son tornato alle nove e mezzo di sera per ripartire stamani alle sei. Avrei fatto meglio a dormire in macchina. E non sono il solo: qui tutti vivono così, anche i ricchi che stanno dove sta lei o in Park Avenue. Lo so, perchè sono io a portarli in ufficio. Chiamano il taxi e quando salgono non riescono neppure a chiudere la portiera perchè in una mano hanno un bicchiere di carta col caffè e nell'altra un bagle, un panino. Quando mi dicono dove li devo portare non li capisco perchè mi parlano con la bocca piena. Quando scendono hanno ancora tutte e due le mani occupate e non riescono a chiudere la portiera. Nell'ex Unione Sovietica avevamo il tempo di stare con la famiglia, di fare lunghe passeggiate, di chiacchierare con gli amici. Qui riesco a prendere al massimo dieci giorni di ferie l'anno, ma anche allora non mi riposo perchè so che, mentre son via, la cassetta della posta continua a riempirsi di conti da pagare."

da Un altro giro di giostra di Tiziano Terzani, edito da Longanesi & C.

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Barolo Brunate - Le Coste 1999, Giuseppe Rinaldi

E' di quei vini che merita assoluto silenzio e concentrazione, rispetto e amorevole attenzione, la persona giusta con cui condividerlo: il migliore amico o la propria compagna. E vino da affintà elettive, da bere senza sprecarne una goccia, godendone pienamente fino all'ultimo sorso. Una sorta di monumento alle langhe, alla tradizione, alla cultura rurale e contadina del vino, alla storia. Barolo di tradizione, da lunghe macerazioni e affinamento in legno grande le cui uve, miscelate tra loro vengono dai due vigneti Brunate e Le Coste. E' di un granato lucente, trasparente in controluce ma ancor vivo e compatto; al naso si succedono in un dinamico e vorticoso susseguirsi un frutto croccante, le spezie, il tabacco, nuances di cioccolato, erbe aromatiche, zaffate agrumate, liquirizia, sentori di una mineralità metallica, fiori secchi e uva passa. Il sorso è pieno e lungo, maledattamente fresco per un'acidità vigorosa, il tannino presente riesce ad essere vellutato e aggressivo asciugando il palato, e la scia è di interminabile fine. Chapeau. Note d'amore.

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Fiano di Avellino 2005, Guido Marsella

Il Fiano, si sa, ha tempra. Tempra tale, che di un'annata, se ne può godere più e più volte nel tempo. Con questo, vendemmiato a Summonte nel 2005, credo sia il quinto incontro amoroso. Esaltante il primo, deludenti il secondo ed il terzo, rivelatore il penultimo, educativo questo. Per chi non lo conoscesse, parliamo di quello che da molti è definito il numero uno della denominazione, io, pur apprezzandolo, gli preferisco altri. Nella sua evoluzione oggi questo vino rivela un maggior equilibrio, le note ostentate di affumicatura, grasse e opulente che appartengono all'invecchiamento del Fiano, e che in questo di Marsella avevano preso il sopravento rendendolo monocorde, si sono affievolite, lasciando all'acidità citrina presente ed evidente ora, il compito di donargli maggior nerbo, regalandoci un sorso più dritto, meno mellifluo, più deciso. Sentori di frutta matura, di frutta esotica e fiori bianchi, di castagna e nocciola tostata danno ampiezza e complessità alla bevuta. Peccato soffri ancora di un leggero filo d'alcool in eccesso. Ma si sa, nessuno è perfetto. Lenny Kravitz.

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Rosso di Montalcino 2004, Campi di Fonterenza

Caso ha voluto che mentre stessi scrivendo di questo vino, sono stato invitato dall'amico e wine-writer Fabio Cimmino, in questo splendido post sui "carnacottari" - figura "cuciniera" presente anni fa soprattutto nel capoluogo partenopeo, e purtroppo oramai del tutto scomparsa - all'abbinamento alle prelibatezze che quest'ultimi proponevano. Purtroppo, si tratta di prelibatezze a me sconosciute (Trippa, centopelle e cose del genere non riesco proprio a mangiarle). Si tratterà, quindi, di un abbinamento "sensitivo", a naso, nato innanzitutto dalla sensazione che al pari della scomparsa di figure "poetiche" come quelle del carnacottaro, persone come le titolari di questa giovane azienda sia sempre più difficile trovarle. Fu amore a prima vista in una caotica manifestazione quello che provai per il loro vino, e per la persona che timida, riservata, schiva, si trovava innanzi a me e che, con un filo di voce, mi parlava della sua terra e del suo lavoro. Elegante e gaudente, sorso pieno che invogliava a farne velocemente un altro per la squisitezza dei piccoli frutti che s'avvertivano nitidi, le spezie che facevano da sottofondo, il tannino che mordeva, l'alcool che donava rotondità e una buona spinta acida, questo rosso di Montalcino, tipicamente “sangiovesco”, è stata una delle più belle bevute che ricordi di quest'ultimi anni. Da cercare e bere. È d’uopo una nota partenopea di Murolo e De Andrè.

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