Cirò Rosso Classico Superiore Riserva Ripe del Falco 1991, Ippolito 1845

Mi trovo nuovamente a scrivere delle Cantine Ippolito, la più antica realtà vinicola calabrese, non una piccola azienda, ma un produttore che sforna un milione di bottiglie l'anno di una correttezza esecutiva e di una naturalezza espressiva disarmanti, proposte a prezzi più che convenienti. Il Ripe del Falco è la sua punta di diamante: da uve gaglioppo in purezza, affinato in barrique per un anno circa, il vino sosta in acciaio poi in vetro, prima di essere commercializzato quando ritenuto pronto, solitamente non prima che siano passati quattordici, quindici anni dalla vendemmia (attualmente la 1993). Una follia che ci regala vini come questo 1991, il migliore che abbia saggiato, che già affascina con i suoi toni granato scuro, vivi, che degradano mano a mano fino all'unghia di cristallina luminosità. Austero ed aggraziato, è elegante nei suoi toni di tabacco e cuoio, spezie e liquirizia; il frutto non è un vago ricordo, ma presente al palato si manifesta con una succosa ciliegia matura, cuore del sorso che chiude interminabile, dopo che i tannini felpati ti hanno accarezzato la lingua che rimarrà pulita grazie al finale nettamente secco ed asciutto. Un'eccezionale follia che ci permette un viaggio nel tempo. Vinicio Capossela.

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Sassella Riserva Rocce Rosse 1996, Arturo Pelizzatti Perego

Ne scrissi tempo fa. Intimorito, imbarazzato, consapevole che il racconto di tale disarmante naturalezza non poteva appartenere all'uso artefatto della penna (della mia, probabilmente). Ogni volta, da allora, che ho avuto modo di berlo nuovamente condividendolo (l'unico modo vero per trasmettere la passione e la cultura del vino, al di là di racconti, critiche, video e quant'altro) con amici, mi tornavano alla mente le sagge parole di La Bruyère, un intellettuale francese del settecento: "il piacere della critica ci toglie quello di essere profondamente commossi da cose molto belle". E nonostante il mio scrivere sia solo il tentativo di raccontare senza alcuna critica, la commozione, seguita alla bevuta di questo vino, ha sempre prevalso. Anche qualche giorno fa, nuovamente. Così sconsolato avevo rinunciato. Poi, una coincidenza (cosmica come direbbe un amico) mi ha portato in alcune mie letture alla penna del Pardini, alla sua rubrica di cui sono affezionato lettore, a quel suo modo gentile e aggraziato, a quel suo scrivere amabilmente poetico, con garbo e signorilità fuori dal comune, con quel sentimento che appartiene all'uomo di goût ed esprit che sa coniugarli con quella delicatesse che è il suo stile, che imprimeva su carta con maestria le sue impressioni di questo vino. A quel punto, spronato da un sentimento di gratitudine nei suoi confronti, ma soprattutto nei confronti di questo vino (e delle persone che eroicamente ne acconsentono la nascita), ho deciso che il minimo che potessi fare in segno di riconoscenza è raccontarlo con il massimo sforzo, scusandomi per il tratto incerto, per la sfocata inquadratura, per la grossolanità delle sfumature di cui sarà caratterizzato. È di quei vini di fede incrollabile, immobile, così pura la sua espressione da appartenere alla naturalezza dell’universo, nel suo verbo son certo non gli appartiene la conoscenza del termine sofisticazione. Lì, fermo, ti chiedi da dove venga fuori, pare di trovarsi innanzi ad un’opera divina, una cascata, una monumentale montagna, un panorama da guardare in religioso silenzio. È e non è, diviene e sarà: ne apri la bottiglia 12, 14, 16 ore prima e si mostra sempre diverso, il frutto di lampone, i fiori secchi, poi sarà la liquirizia, la roccia viva e gli agrumi, le erbe officinali e ad un certo punto le spezie. Impalpabile, aereo, tanto delicato da non apparire bevanda o succo, ma esperienza trascendentale, respiro che t’avvolge senza che tu ne avverta la consapevolezza, finché sarai trascinato dalla sua sapida mineralità lì dove solo l’animo, non la ragione, può arrivare. Ed ora, torno alla mia commozione. Michael Nyman.

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Greco di Tufo 2006, Torricino

Pare che il 2006 arrida, in terra campana, più al Greco che al Fiano. Questo vino ne è la riprova. Già pronto e godibile, ma con una struttura tale da prospettare evoluzioni intriganti, è colorato di giallo paglierino che inaspettatamente già tende all'oro luminoso e intenso. Ampia è la gamma dei sentori che emana: da intriganti note minerali a fiori bianchi e frutta matura. Al palato l'ingresso è pieno, polputo, grasso, ma il finale asciutto, grazie all'acidità che doma una presunta esuberanza, dona al sorso il giusto equilibrio. No Surprises e a seguire Street Spirit.

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Pelaverga 2006, Comm. G.B.Burlotto

Squisitamente naturale, semplice, si lascia bere che è un piacere e non è altro che ciò che dovrebbe essere. Di colore rosso rubino, chiaro, luminoso e trasparente, al naso è vinoso, riporta la mente al vino di un tempo, a visite in cantine e odore di mosto, estremamente gioioso nei suoi profluvi di frutti: ciliegie, lampone, prugna. Sfumature di spezie e pepe arricchiscono il quadro olfattivo. Il sorso è pieno e spassionatamente godereccio, giocato su un’estrema piacevolezza e bevibilità. Eclettico.


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Taurasi 2001, D'Antiche Terre

Un ottimo Taurasi dal prezzo piccolo piccolo, che colora il calice di un rosso rubino vivo che ancora non cede in toni granati e al tempo. Aprire la bottiglia in largo anticipo è un atto di saggezza per non ritrovarsi un prodotto monocorde e dargli la possibilità di aprirsi oltre ad aromi di prugna matura a note di spezie, cuoio e tabacco, pepe e goudron. Al palato la beva è invitante, semplice; il tannino si mostra lieve e levigato e l’acidità morde. Un Taurasi ben fatto e dall’animo Old Style. Autumn leaves.

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Chianti Classico Le Trame 2001, Podere Le Boncie

Mi han detto: "Va da lei, vai da Giovanna (Morganti) a conoscerla. Ti piacerà". Per adesso mi piace il suo vino. Tanto. Nudo, schietto, semplice, crudo, senza alcuna reticenza, chiaro, palesemente squisito, "terragno", umorale, dritto e tenace, orgoglioso, vero. Ciò che un sangiovese dovrebbe essere, questo vino è. Non vi è descrizione che tenga e che possa solo lontanamente far capire le sensazioni che questo vino provoca: un tuffo nel Chianti ed un bagno nel sangiovese. Val la pena comprarlo e berlo, niente di più. Andare da lei personalmente a ringraziarla è il minimo che possa promettere di fare. R.E.M.

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Savigny Les Beaune Les Lavières 2001, Catherine e Claude Maréchal

Niente, per quanto mi sforzi, non riesco. Per quanto tenti di seguire e comprendere le regole “classiciste”, le utopie oggettivistiche che vanamente tentano di legiferare sulle relazioni fruitive con il mondo delle arti, della bellezza, dell’espressività qualitativa in genere, del vino quindi, le trovo assurde. Certo apparirà strano, forse eccentrico, eccesivo il mio modo di scrivere di vino, sicuramente inefficace o peggio, frivolo, ma tentare di trasformare in parola, di raccontare l’universo che si apre innanzi ad ogni bottiglia di Vino (quello con la “V” maiuscola) è cosa impossibile, e si cade nella ripetitività del termine abusato, nell’orpello e nella linguistica acrobazia futile, talvolta senza venirne a capo. Definire il gusto. In assoluto e in particolare quello di un vino, di questo vino, vi pare facile? Allo stesso modo in cui il Guicciardini parlava di “discrezione”, il Castiglione di “grazia” ed il Della Casa di “leggiadria”, io potrei scrivere di questo vino, di cui già scrissi e che improvvisamente mi sono ricordato, che volteggiava nel bicchiere con inconfutabile leggiadria muliebre e gentilizio incedere, emanando effluvi rari per finezza e sottigliezza, con discrezione, senza inutile prepotenza e con seducente e invitante femminea grazia. Al palato avvertivi il sapore di frutto pieno, fresco, avvolgente di fragole e more e lamponi. Rigenerava, corroborava, rinfrescava le fauci grazie all’acidità nerboruta che allungava il sorso all’insù, verticale, per chiudersi asciutto. Non prima di averti sedotto con sentori di spezie sottili, tartufo, terra bagnata e un lieve tocco di vaniglia che avviluppava con delicatezza il tutto, rendendo il sorso ampio ed appagante ed invitandomi inesorabilmente ad un altro, ed un altro ancora, ed un altro bicchiere senza mai avvertire il desiderio di fermarmi. Ma una volta scritto tutto ciò, avvertirei inesorabile il senso d’impotenza, di incapacità o forse più semplicemente l’impossibilità di raccontare il suo sapore ed il ricordo che ne ho. Il Pinot Nero, e se te ne innamori è l’inizio della fine.
Il buon gusto si fonda sempre su ragioni molto solide e consiste, al di là del ragionamento, nel sentire a quale punto di bontà siano le cose che devono piacere e preferire le eccellenti alle mediocri, essendo in grado, nella nostra tensione verso la felicità, di afferrare la segreta sottigliezza che è nella natura delle cose”*. Buon Ascolto.

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*Elio Franzini in Il Gusto, Storia di un’idea estetica a cura di Luigi Russo. Ed aesthetica, pag.36.

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Teres 2006, Comm. G.B.Burlotto


Il colore è tra il chiaretto ed il cerasuolo brillante e luminoso. Al naso esprime netti i fruttì di ciliegie e lampone ed un'invitante nota minerale. Al palato l'equilibrio è invidiabile tra i frutti nudi, polposi e succosi, la freschezza acida, l'ottima sapidità ed il grado alcolico (14 %), chiude su leggeri sentori di pepe nero e anice stellato. Grande vino per un piccolo prezzo che si lascia bere con estrema facilità e goduria. Un classico.

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Bianco Trebez 2002, Collio, Dario Princic

Prendiamo lo scontato sauvignon e ad esso aggiungiamoci il burroso e mellifluo chardonnay, ed infine un bel po' di Pinot grigio - di quelli anonimi che siamo così bravi ad esportare - e cosa ne viene fuori? Prima di rispondere aggiungiamo un ottimo manico (produttore), metodi naturali, macerazioni sulle bucce, la fortuna (il destino, il padreterno, Madrenatura, fate un po' voi) e ne esce un vino inusuale e accattivante, straordinariamente elegante che affascina con il suo insolito color arancio, in cui si insinuano riflessi rosati e nuances ambrate. Si esprime una netta mineralità terrosa, sassosa e sapida, con profumi di spezie e fiori, e carnosi frutti. Meno celebrato di altri e più vantaggioso nel prezzo. Inchino. Nirvana.

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Taurasi Riserva Campoceraso 1997, Struzziero

Strana storia quella degli Struzziero, casa vitivinicola fondata nel 1920, una delle più antiche presenti in Campania, eppure pressoché ignorata dai media tradizionali e non. Sicuramente d'impostazione tradizionale - lunghe macerazioni ed uso di botti grandi per l'affinamento - questo Taurasi colora il bicchiere di rosso dalle tonalità rubino e dai riverberi granati. Al naso è leggermente etereo, si fanno largo le spezie poi il cuoio, il tabacco, le note di caffè tostato. Ed ecco il frutto maturo: una prugna succosa. Al palato è coerente, ha buona sapidità, un'acidità invidiabile e il tannino elegante e nervoso si fa apprezzare particolarmente. Conservarlo ancora un po' in cantina è una speranza ben riposta. The Voice.

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Fiano di Avellino Vigna della Congregazione 2002, Villa Diamante

Stamattina, girovagando sul web, mi sono imbattuto in alcune interessanti considerazioni di Francesco Annibali, di cui approfitto per riprendere un discorso che negli ultimi post ho affrontato. Come già scrivevo, nel nuovo glossario dell'enonauta-enofilo-etilchic, il termine terroir è di gran moda e pare faccia tendenza. In Francia il termine terroir, nella sua accezione "culturale", ci informa sulle differenze sensoriali che nel bicchiere troveremo e che provengono dalle particolari condizioni pedo-climatiche di ciascun vigneto o cru o più in generale di zona. Ma da noi che senso ha parlare di terroir o cru, laddove di una precisa "zonazione" o mappatura (a parte qualche raro caso vedi Barolo o Barbaresco, tra l'altro molto vecchie e che andrebbero riviste alle attuali condizioni climatiche molto cambiate) non c'è traccia neanche negli intenti? Nuova moda dunque? Furba operazione commerciale? Prendete ad esempio questo vino, uno dei miei preferiti, ha sempre questa marcata mineralità di pietra focaia ( e dai con questa mineralità di cui mi chiedevo ieri) su cui mi interrogo per capirne l'origine. Antoine Gaita, patron dell'azienda ha avanzato l'ipotesi che provenga da uno strato roccioso, in zona definito "sassara", che si interpone tra gli strati argillosi della parte di vigna con le piante più vecchie. Interrogando molti fini e competenti degustatori ho sentito le ipotesi più disparate: dal tipo di vinificazione, alla maturazione e conseguente terziarizzazione e via così. Bah...Rimane il piacere edonistico della bevuta di un vino che definisco eccezionale ed emozionante, che abbigliato nella sua veste dorata carica ha estasiato il mio naso con i suoi odori intensi, complessi e fini. Franco, fragrante, note floreali di gelsomino si fondevano con i sentori grassi e opulenti dei suoi aromi affumicati che oggi escono fuori prepotenti; poi in un dinamico susseguirsi frutta secca, nocciola, mandorle, castagna secca, erbe aromatiche, e la "misteriosa" mineralità...Al palato l'ingresso secco, caldo, sapido nella sua mineralità e fresco nella sua componente acida ancor presente era coerente ed armonico, equilibrato finiva in una lunghissima persistenza. Non facile da reperire, dovrete sborsare un po' di soldi e accollarvi un certo rischio...e lì al limite, quasi incerto se avviarsi sul viale del tramonto: non sarà strano possa capitarvi una bottiglia con un leggero filo di ossidazione, tra l'altro non affatto sgradevole. Terroir? Bah…nel frattempo buon ascolto.

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Le Mont Sec 2004, Domaine Huet, Vouvray

Se ne parlava ieri con Tommaso Luongo, delegato del Associazione Italiana Sommelier di Napoli: Mineralità? Termine, descrittore organolettico, sentore su cui ci si interroga. Pietra focaia, idrocarburi, sentori calcarei o gessosi e si potrebbe andare avanti ancora per molto. Insomma, questa benedetta mineralità è termine che ultimamente sento pronunciare spesso e molto volentieri. E se Franco Ziliani si interroga, ragionando sugli ultimi dati Istat, sulla palese contraddizione tra la diminuzione degli ettari coltivati del Vigneto Italia, l’aumento di produzione di vino e il calo del suo consumo, riecheggiano nella mia testa alcuni dei termini (compresa la benedetta mineralità) che oramai appartengono al moderno enofilo: Tipicità, bevibilità, vitigni autoctoni e terroir. Ed allora la mente subito corre alla Francia e a questo vino che ultimamente ho bevuto. Invidia e rivalità a parte, non possiamo non ammettere che i francesi ci sanno proprio fare. Non è questione di tradizione o di moderne tecnologie (gli americani, gli australiani e tutti i cosiddetti paesi del nuovo mondo l’hanno appresa alla perfezione, eppure…) ma di come il concetto di terroir appartenga alla loro cultura. Vouvray è una denominazione della Loira, e Domaine Huet uno dei migliori produttori. Ecco cosa voglia dire il concetto di terroir: Haut Lieu, Le Mont e Clos du Bourg. Tre vigne da cui si ottengono stili di vini diversi: dalle versioni sec e demi-sec ai moelleux e moelleux premier trie che differiscono per residuo zuccherino, ma anche (o forse soprattutto) per la differente composizione e stratificazione dei terreni. Da uve Chenin blanc questo vino si presenta colorato di un giallo paglierino dai vivaci riflessi verdolini. Al naso si esprime elegantemente nella sua prorompente mineralità (ops, pardon). Una nota leggermente affumicata accompagnata a sentori di fiori. L’ingresso nel palato mostra la sua struttura e il suo equilibrio ed una sapidità mostruosa che accompagna il sorso fino ai ritorni di frutta matura. Gagliardo. Evil.

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PerEva 2006, Azienda Agricola San Francesco, Tramonti

Un azzardo. È quello che mi prendo scrivendo di questo vino. Ma lo faccio volentieri vista la sua bontà. L'ho bevuto il novembre scorso, e, appena saggiato, mi sono ricordato della definizione che gli diede Fabio Cimmino, amico, wine-writer, e fonte inesauribile di notizie (qui potete leggere un suo reportage dell'azienda) che destò la mia attenzione: "Bianco di Montagna". Eppure ci troviamo a Tramonti, sulla costiera amalfitana, ma la finezza sussurrata di questo vino, la sua marcata acidità - una lama che taglia le guance - la sua mancanza di alcuna concentrazione di frutto, di sentori ostentati e banali(ni)zzati, lo rende un vino a cui è difficile resistere, perché si è invogliati, quasi in un gesto meccanico e scontato, a riempirsi il bicchiere velocemente per svuotarlo con altrettanta rapidità. L'infante, da uve Falanghina, Pepella e Ginestra è colorato di un giallo ancor verdolino, brillante e luminoso; sentori di frutta e fiori bianchi si fanno spazio ed invogliano l'assaggio. E se l'ingresso nel palato è gradevole, accattivante per il frutto leggermente dolciastro, dopo un frazione di secondo l'anima di questo vino, la sua sapidità, i suoi sentori di pompelmo, ma, soprattutto, la sua acidità citrina si mostrano e rendono questo vino di un asciutto che più secco e conciso non si può. Estasiati, dopo aver svuotato la bottiglia in buona compagnia, non ci rimane che ballare felici. Un azzardo è prevederne una bella e florida evoluzione. Meno temerario consigliarvi anche la floreale e garbata versione base dell'azienda.

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Trebbiano d'Abruzzo 2005, Emidio Pepe

Le mode cambiano. Eh sì, se un tempo gli enosnob giravano con guide sotto il braccio per cantine, vigne ed enoteche, ora, al passo con i tempi, vagano per il web leggendo blog (mea culpa) alla ricerca del vino introvabile, della azienda/garage che produce tre bottiglie, del vino senza solforosa che invece di finire in “aia” inizia per “bio” e finisce per “Logico” o “dinamico”, al grido imperante “no barrique!!!”. Già, quelli, gli enocompetenti-arroganti-presuntuosi che credono che basti leggere un post per esser Veronelli e non sanno riconoscere una falanghina da un succo di banana; quelli che discettano su un Grumello 2002 o 2000 senza sapere cosa sia un nebbiolo e quanto sia difficile berlo (come se uno volesse far leggere la Divina Commedìa a un bambino di otto anni), figuriamoci parlargli della Valtellina e della sottozona Grumello; quelli che cercano il bianco spagnolo o il Pinot Nero di Borgogna perché fa trendy, quelli che non sanno neanche minimamente cosa voglia dire qualità e spendono cifre impensabili alla ricerca del vino (buonissimo per carità) di quel tale francese che del biodinamico ha fatto la sua battaglia scrivendone il manifesto, e con baldanzosa impertinenza lo bevono (tracannano) in bicchieri di carta o giù di lì (e dai vuoi mica fare il fanatico ora?) per gridare con immaginifica tracotanza come fossero cardinali ad un balcone e stessero per pronunciare “Habemus papam”: “Buonissimo!!!”. Peccato però che sappia di tappo. Beh, quelli, i nuovi barbari che hanno invaso le cantine, le vigne, l’enoteche e che mai capiranno che il vino è cultura e non moda perchè mancano di sensibilità (d’animo, non di palato); insomma di quelli: Dio ce ne scampi e liberi!!! Così stavolta metto da parte le mie acrobazie linguistiche nel tentativo (sempre vano) di raccontarvi questo vino, e lo bevo dicendovi semplicemente ciò che è stato, che è, e spero sempre sarà: non un oggetto di consumo e di ostentazione, non uno status symbol, ma semplicemente vino. Né più e né meno. Eretico, sincero e forse difficile. Stavolta niente musica, ma immagini, per riderci su. Non ci rimane che quello. Ridere (di loro e di noi che ci scriviamo su).

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Montefalco Rosso 2003, Paolo Bea

Non saggiavo i vini di questa cantina da tanto tempo. Così tanto da averli quasi dimenticati. Poi, caso ha voluto che mi sia ritrovato questa bottiglia tra le mani. Vino difficile, indubbiamente, non certo per la sua bontà e qualità: cristallina. Dal vigneto San Valentino, da uve Sangiovese (75%), Montepulciano (15%) e Sagrantino (15%), questo vino si è presentato di un rosso rubino carico e concentrato dai vivaci riflessi violacei. Gli effluvi giocavano sui frutti goduriosi che l’annata torrida in cui è stato prodotto accentuavano: Lamponi, more, fragoline di bosco, sentori di humus e goudron. Al palato, una buona mineralità e una spalla acida rendevano il sorso mai stancante e le sensazioni estremamente piacevoli, sensazioni che chiudevano sul ritorno fruttato di lamponi. La difficoltà? Sicuramente il prezzo sostenuto (tra i 20 ed i 25 euro). Beh, io alla fine ho scelto che comunque valeva la pena raccontarlo. Voi deciderete se val la pena acquistarlo. Perché la questione, visto il calo dei consumi e la crisi da cui il vino italiano pare non riesca ad uscire, non è più trovare solo vini buoni ed onesti: sinceri e schietti sì, ma dai prezzi sostenibili. The Doors.

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Carema riserva 2001, Cantina dei produttori nebbiolo del Carema

Dire di un nebbiolo, di un grande nebbiolo come questo, è cosa assai ardua. Non solo per i gusti personali che lo pongono, in coabitazione con il pinot nero di Borgogna, al vertice delle mie preferenze, ma per la semplice impossibilità di tradurre in parola il susseguirsi di emozioni che un vino del genere suscita. Il colore è un rosso rubino scarico che degrada nel granato brillante e vivace. I suoi profumi spaziano vorticosamente da una sensazione di frutto carnoso di ciliegia, d'amarena, di piccoli frutti di bosco, alle note speziate e agli aromi, a sentori di polvere di caffe, rosa appassita e violetta. Al palato è generoso, di quella eleganza austera propria dei grandi nebbiolo, una maniera aristocratica, fine, coinvolgente ma mai ruffiana, che rapisce per il tannino presente che si integra alla perfezione con la morbidezza del frutto e l'acidità nerboruta, che verticale mi porta su fino all'estasi sensoriale. Visto il prezzo (tra i 10 e i 15 euro) abbinamento didattico per contrapposizione: Money.

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Riesling Spätlese Erderner Treppchen 2006, Merkelbach, Mosel-Saar-Ruwer

All’altezza del tratto medio della Mosella, nel comune di Erden, su pendii a strapiombo e da terreni d’ardesia, dal vigneto Treppchen gli ottantenni Fratelli Merkelbach producono questo vino fine, elegante e di corpo di giallo paglierino tinto e dai riflessi verdolini vividi. Accostandolo al naso avverto nitidamente tutta la mineralità di pietra focaia che poi ritroverò saggiandolo, il susseguirsi di frutti in un incessante e dinamico divenire che dalla pesca va all’albicocca, dal pompelmo all’ananas, fino alle nespole e le nuances leggerissime di banana. Entra in bocca pungente come un buon riesling vuole, ed a metà del sorso esplode occupando la bocca con baldanzosa ed opulenta dolcezza, con spessore ed incedere felino, per poi fluire leggiadro lasciando una scia di interminabile fine, con l’acidità che pulisce il palato lasciandomi intatti aromi di pesca bianca, permettendomi di godere il ritorno dell’essenze d’agrumi e la buona sapidità. Dopo di che, non rimane che lasciarmi al piacere edonistico del corpo e al suo nutrimento spirituale. Clair de lune.

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Gattinara Vigneto Molsino 2000, Nervi

Il colore è granato, cordiale e vivo, argilla cotta al sole; luminoso, intenso, trasparente in contro luce, degrada su toni aranciati e diluendosi diviene terso nell’unghia. Al naso è prorompente e persistente, viola, un profluvio di spezie ed aromi: alloro, menta, pepe nero. Al palato è suadente, il tannino elegantemente carezzevole, setoso, minerale e ferroso, un’acidità da manuale. Buona persistenza. Un nebbiolo di stazza in un’annata non semplice che costa niente o poco più (20 euro). Scoperta. Sweet Jane.

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Kurni 1998 e 1999, Oasi degli angeli

Apparirà strano che io scriva di un vino in due annate, ma proprio recentemente mi è capitato di poter bere questo Montepulciano in una miniverticale con degli amici e l'esperienza è stata quantomeno istruttiva. Non è vino mio, non rientra nei miei gusti, ma ha stoffa e classe indiscutibili e come ogni Vino con la "V" maiuscola, quelli unici e irripetibili, è stato in grado di insegnarmi qualcosa e, soprattutto, di farmi vivere emozioni incredibili. Vino didattico dunque, la cui definizione si potrebbe riassumere in poche parole che rubo ad un amico: estrema potenza in un guanto di velluto. È di quei vini carichi e concentrati (250 gr. di resa per pianta e 10.000 ceppi per ettaro) ma non “marmellatoso” né posticcio, che si presenta di un colore rubino fitto e scuro; il '98 inebria le narici aprendo su note animali e selvatiche, poi spezie, tabacco e un profluvio di piccoli frutti rossi su un sottofondo balsamico di eucalipto. Al palato la beva è caratterizzata da un residuo di carbonica che grazie anche alla discreta sapidità e la buona acidità facilità il sorso nonostante l'abbondanza di materia e il grado alcolico sostenuto. Il '99 colpisce per l'estrema eleganza del vino al palato, meno verticale, ma accattivante e setoso, femmineo nel suo incedere aggraziato, al naso ha bisogno di maggior tempo per esprimersi. Nota finale: è vino che passa per ben due volte nove mesi in barrique nuove. E non s'avvertono minimamente. Abbinamento obbligato con la potente ma soave voce di Aretha Franklin che canta queste note tratte dal film The Blues Brothers.

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Valtellina Superiore Grumello Rocca de Piro 2000, Arturo Pelizzatti Perego

Se si è soliti affermare che i nebbiolo provenienti da Barbaresco rappresentino l’anima femminile del nobile vitigno, tale definizione calza alla perfezione anche per questo vino la cui cifra stilistica è sicuramente un’eleganza accattivante e meno austera di quanto solitamente i “nebbiolisti” veri s’aspettano. Il colore è di per se rivelatore nel suo rubino limpido, luminoso e brillante; il naso fa fatica a staccarsi dal calice per quanto dinamico e affascinante è il susseguirsi dei sentori: si inizia da un frutto presente e carnoso di lampone, poi rosa rossa e fragoline di bosco, pepe rosa, anice stellato e liquirizia, sensazioni minerali rugginose. Al palato è coerente, la bevuta è semplicemente deliziosa, ottima spinta acida e tannino presente ma fine e vellutato. Visto il prezzo, non rimane che chinare il capo in segno di ringraziamento. Nina Simone.

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Lagrein Nusserhof riserva 2004, Heinrich Mayr, Sudtirolo

Semplicità e complessità allo stesso tempo per un vino di grande bevibilità nonostante la struttura possente dove spiccano sapidità, acidità e tannino da manuale. Potenziale di invecchiamento straordinario per un vero vino biologico che si presenta nel bicchiere di color rosso rubino carico dagli accativanti riflessi violacei. Al naso il frutto è polposo ed integro ed oltre alle solite nuances di ribes nero e piccoli frutti di bosco in un dinamico avvicendarsi è possibile cogliere sentori di ciliegia matura e amarena, che si ripresenteranno al palato in un abbraccio di spezie orientali e intensi aromi di pepe nero. Chiusura interminabile. Vino da conservare in cantina. Applausi. Valzer dei Fiori, Tchaikowski.

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Cirò Rosato Mabilia 2005, Ippolito 1845

Per chi crede ancora che i rosati siano vini da bere tutt'al più d'estate sorseggiandoli come aperitivi e niente di più. Si presenta nel bicchiere di un color cerasuolo intenso, sembra più un rosso rubino scarico che già dal colore porta alla mente alcuni rossi del nord Italia; naso teso ed invitante che apre su note fruttate di ciliegia e leggera marasca che si impongono su un sottofondo rugginoso che inevitabilmente mi ricorda i miei amati Gattinara; poi liquirizia e note floreali di rosa. Al palato avverti nette sensazioni minerali che accompagnano il tutto fino al finale leggermente amaragnolo e astringente per i tannini presenti che si congiungono teneramente ad una buona acidità. Best Price, Gaber: "Il conformista".

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Moscato Lambiccato 2006, Giuseppe Longo

Così spudoratamente dolce, mai mellifluo, aggraziato, tentatore perché è difficile resistere alla voglia di berne la bottiglia intera visto anche il basso grado alcolico, talmente basso che mi spinge al pensiero di farlo bere ai più piccoli per avvicinarli agli enoici piaceri; ti corteggia con i suoi effluvi decisi di albicocca e pesca bianca e la sua buona acidità al palato, ma è la pastiera partenopea la sua anima gemella, è con questo dolce che ci fa l’amore in maniera sublime. Questo vino, ottenuto attraverso un procedimento particolare antico, ripreso, corretto e rivisto con le moderne tecnologie, ha il plus della scritta in braille in etichetta. Alzate il volume: Inno alla gioia.

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Aglianico del Cilento Impervio 2004, Carmine Botti

Proprio ieri un amico mi chiedeva notizie di questo vino. Dispiaciuto non ho saputo rispondergli. Il ricordo che ho della mia visita ottobrina a Carmine Botti ed alla sua azienda in contrada Moio ad Agropoli, è di un anarchico contadino un po’ svagato (mi disse per un malanno occorsogli) che non so se per sbadataggine o perché volesse mantenere il segreto artigianale, non sapeva o voleva darmi informazioni più precise dei suoi vari aglianico. Questo è quello che si definirebbe “base”, il cui costo si aggira tra i cinque e i dieci euro. Schietto, sincero, godurioso e beverino, nonostante l’asperità che ci si aspetta dal vitigno e il grado alcolico importante, me lo sono gustato (tutta la bottiglia) con un amico sulla spiaggia della baia di Trentova a pochi metri in linea d’aria dalle vigne da cui nasce, nell’ultimo bagno dell’anno passato. Ricordo i frutti pieni e croccanti di prugna, lampone ed amarena, i sentori d’arancia rossa che mi riportavano alla mente altri vini ed altre terre, un sottofondo di spezie ed i profumi e gli aromi mediterranei. Tannino ancor presente e vivo. Il vino della redenzione da bere a secchi e in buona compagnia. Non posso non abbinarlo a queste note tratte dalla colonna sonora del film Trainspotting (da non perdere, perché c’è sempre tempo per redimersi).

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Malvasia di Bosa 2000, G. Battista Columbu

Ho conosciuto questo vino, ma innanzitutto il suo produttore, grazie al documentario (da non perdere) Mondovino. Da allora mi ero ripromesso di cercarne una bottiglia per assaggiarlo con la piena convinzione che sarebbe stata un'esperienza che mi avrebbe segnato. Il vino degli opposti direi. Un fine pasto dolce e asciutto, cordiale ma austero, dal color oro che oramai tende all'ambrato, dalle note salmastre al naso che accompagnano sentori di pesca ed albicocca; al palato è sapido, dal finale decisamente amarognolo e dal carattere ossidato. Niente fronzoli, semplicemente un vino "cazzuto". Da sorseggiare guardando l'orizzonte meditando, spilluzzicando piccoli tocchi di formaggio piccante stagionato. Visti i saliscendi emozionali: Bohemian Raphsody, Queen.

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Verdicchio di Matelica 2006, Collestefano

Il 2004 è stato tra i migliori vini che abbia bevuto l'anno passato. Questo 2006, ancora in fasce, si presenta di un colore paglierino dai vividi riflessi verdolini; gli effluvi che si propongono potenti al naso affascinano non poco: teso, minerale, agrumi, mela, menta, note aromatiche d'erbe. Al palato è trascinante, vibrante l'acidità che rende il sorso sempre pieno, godurioso, infinito perchè la persistenza è una scia lunghissima e perchè si è subito invogliati a farne un altro ed un altro ancora. Roccioso, salino, finale di mandorla dolce e diffusa mela golden, una progressione impressionante di grande spinta e pura mineralità che riporta alla mente la Germania dei riesling, la Germania dove Fabio Marchionni ha affinato le sue doti di grande artigiano vignaiolo. Un vino che sarà di grande longevità e ad un prezzo talmente basso che vien quasi da piangere. Standing Ovation. Iggy Pop, The Passenger.

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Malvasia delle Lipari Passito 2004, Fenech

Non smetterò mai di ringraziare la persona che incuriosita da questo vino fece in modo che anch'io lo saggiassi. Abbigliato di una vesta dorata antica, il vino si concede al naso con zaffate intense di miele di zagara, erbe aromatiche, albicocca matura e datteri. L'ingresso al palato è caldo, denso, ma per nulla stucchevole grazie alla buona freschezza e alla discreta sapidità; aromatico, chiude su un sentore di mandorle che accompagna il ritorno degli aromi di miele. L'ho bevuto in questi giorni accompagnandolo ad un'ottima cassata palermitana, e il connubio amoroso mi ha riportato alla mente queste struggenti note tratte da Il padrino parte terza.

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Montepulciano d'Abruzzo cerasuolo 2006, Torre dei Beati

Purtroppo solo un numero limitato di bottiglie di questo montepulciano proveniente dal vigneto Cocciapazza che si presenta nel bicchiere di un color cerasuolo di indiscutibile fascino e bellezza. Il naso coglie immediati leggerissimi sentori animali, un frutto (ciliegia) pieno, intenso e croccante, e sentori di rosa su un sottofondo minerale ben orchestrato. Al palato si ripropongono i sentori avvertiti al naso accompagnati da una sapidità decisa, un tannino carezzevole su un equilibrio ammirevole considerati i 14 gradi di alcool. Heroes di David Bowie.

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Soave Classico Calvarino 2005, Pieropan


Giallo paglierino; naso delicato, sussurrato: si esprime su toni gessosi di ottima mineralità, frutta bianca matura, ma soprattutto di fiori bianchi. Al palato è esplosivo, in continuo divenire: frutta bianca, lavanda, leggeri sentori di frutta secca, sensazioni mentolate, canfora, erbe aromatiche, leggeri sentori agrumati, mela verde. Buona sapidità e freschezza acida vibrante. Il sorso chiude lunghissimo. Commovente, da bere in compagnia di Reverie di Claude Debussy.

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Carmignano Terre a Mano 2004, Fattoria di Bacchereto


Di colore rosso rubino, vivo, luminoso e brillante, colpisce al naso per il frutto croccante, l’impronta del sangiovese che si avverte netta e dolci toni del legno. In bocca è pieno, avvolgente, setoso: ciliegia croccante, note di tabacco dolce, sentori terrosi appena accennati e un sottofondo lieve di spezie che accompagnano i ritorni vanigliati del legno. Acidità che nel finale s’avverte e pulisce il palato. Leggermente astringente, il tempo non farà altro che regalargli una maggiore e migliore compiutezza. Concorrono nell’uvaggio: ciliegiolo e cabernet sauvignon, rispettivamente per il 10 e il 15 %. Da assaggiare nuovamente fra un paio d’anni. Nell’attesa: Blue Train di Jhon Coltrane.

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2007: I vini da ricordare...

- Sassella riserva Rocce Rosse 1996, Arturo Pelizzatti Perego.
- Saumagen Riesling Auslese Trocken "R" 2001, Koehler Ruprecht.
- Verdicchio di Matelica 2004, Collestefano.
- "Serena" Aglianico rosato 2006, Villa Diamante.
- Savigny-les-Beaune Premier Cru Les Lavieres 2001, Catherine e Claude Marechal.
- Fiano di Avellino 2003 Pietramara, I Favati.
- Barbaresco riserva Moccagatta 1999, Cantina dei Produttori del Barbaresco.
- Cirò rosso classico superiore Riserva Ripe del Falco 1991, Ippolito1845.
- Chianti Classico Le Trame 2001, Podere Le Boncie.
- Champagne Cuvèe Noire (80%Pinot Nero 20%Chardonnay), Chauvet.
- Carminio 2005, Alessandro Carrozzo.
- Sancerre Clos la Neare 1996, Edmond Vatan.
- Rosado Crianza Vina Tondonia 1995, Lopez de Heredia

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Riesling Falkenstein 2006, Franz Pratzner, Sudtirolo, Val Venosta

Il naso vigoroso presagisce il timbro aromatico, minerale, intenso. Nulla ha da invidiare ai riesling alsaziani, anche se al primo sorso riporta la mente a suggestioni “mosellane”. Elegante e pieno, il sorso apre su note agrumate di pompelmo, fiori e frutta bianca di pesca, erbe aromatiche e spezie che accompagnano prima della chiusura netta, leggermente amarognola per un’acidità vibrante che ci lascia intendere e sperare fiduciosi alle evoluzioni e agli equilibri a cui questo vino giungerà dimenticato in cantina. Mineralità e sapidità da manuale.

Meraviglia.
Da bere ascoltando Rachmaninov, preludio in G minore, Op. 23, No. 5.

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